Poker, reality e famiglia. Ascesa e caduta di un tribuno social
di Concetto Vecchio , -“Figlie mie, non sposate un islamico!”. Eccessivo. Movenze da tribuno social. E quindi in qualche modo figlio di questo tempo di dismisure, Mario Adinolfi, 54 anni — da ieri agli arresti domiciliari per la presunta truffa del “Cristo regna” — affiorava all’improvviso nei reel mentre sfidava con la bandiera d’Israele i partecipanti al Gay Pride, si baciava con Francesca Pascale, urlava «non mi toccateee» agli agenti di polizia che lo volevano allontanare dalla folla che lo contestava («buffone!» «provocatore»!), malmenava un inviato delle Iene che gli chiedeva conto dei soldi che i malcapitati gli avevano generosamente affidato, confezionava video inchiesta contro «la mafia bangla» a Roma, agitava il crocifisso nelle piazze anti musulmani, in stile Charlie Kirk, insieme all’influencer del degrado Simone Carabella.
Dall'aggressione all'inviato delle Iene alla rissa al Pride: gli scontri di Adinolfi on the road
“Figlie mie, non sposate un islamico!”. Eccessivo. Movenze da tribuno social. E quindi in qualche modo figlio di questo tempo di dismisure, Mario Adinolfi, 54 anni — da ieri agli arresti domiciliari per la presunta truffa del “Cristo regna” — affiorava all’improvviso nei reel mentre sfidava con la bandiera d’Israele i partecipanti al Gay Pride, si baciava con Francesca Pascale, urlava «non mi toccateee» agli agenti di polizia che lo volevano allontanare dalla folla che lo contestava («buffone!» «provocatore»!), malmenava un inviato delle Iene che gli chiedeva conto dei soldi che i malcapitati gli avevano generosamente affidato, confezionava video inchiesta contro «la mafia bangla» a Roma, agitava il crocifisso nelle piazze anti musulmani, in stile Charlie Kirk, insieme all’influencer del degrado Simone Carabella.
Dall'aggressione all'inviato delle Iene alla rissa al Pride: gli scontri di Adinolfi on the road
Difficile inquadrarlo. Giornalista? È stato direttore di un giornale ultra cattolico, La Croce, («vogliamo essere scomodi!») che aveva l’ambizione di vendere 15 mila copie e per il quale erano stati investiti 1,2 milioni di euro, ma che è durato quattro mesi. Showman? È stato all’Isola dei famosi. Grande giocatore di poker? È stato il primo italiano ad arrivare al tavolo finale del World Poker Tour. Politico? È il leader di un partito tradizionalista, il Popolo della famiglia, che però alle ultime Europee ha preso lo 0,43 per cento, lo 0,67 alle politiche del 2018. Si è presentato anche come candidato sindaco a Ventotene: zero voti.
Come collocarlo? Un influencer del populismo? Un trumpiano di Testaccio? La sua biografia è sorprendente. È passato dall’ammirazione per Tina Anselmi a Fabrizio Corona, con cui ha girato il numero zero di Coronasland. Ora flirta con Vannacci. Ha fatto un movimento con l’ex di CasaPound, Simone Di Stefano. In mezzo mille mestieri. Provocazioni. Narrazioni personali — il secondo matrimonio a Las Vegas, ma anche dolorose vicende familiari — e pubbliche che si mescolano continuamente su tutte le piattaforme, l’ultima è Club House. Ha 152mila follower su Instagram. Non pochi.
Adinolfi calca le scene del piccolo mondo romano da un sacco di tempo. Ha cominciato a metà degli anni Novanta nel Partito popolare di Franco Marini. Era ritenuto un giovane brillante e spiritoso, uno che poteva fare del bene al centrosinistra. Aveva un blog, perciò i giornali cominciarono a chiamarlo blogger. Lui faceva, come altri, la campagna generazionale. Si candidò alle prime primarie del Pd, quelle del 2007. Prese lo 0,17 per cento, il che gli valse l’ingresso nell’assemblea costituente, e quindi la qualifica di fondatore. Divenne vicedirettore di Red tv, il canale dalemiano. Passava per amico dei capicorrente. Il partito veltroniano lo candidò alle elezioni del 2008. Ma Adinolfi, primo dei non eletti, arrivò a Montecitorio solo quattro anni dopo, nel giugno del 2012, sul finire della legislatura, subentrando a Pietro Tidei, che era stato eletto sindaco di Civitavecchia. I cronisti lo cercavano spesso, perché regalava spunti non paludati. Un giorno alla Camera gli capitò un incidente: mentre salutava Gianfranco Fini gli si ruppe l’elastico dei pantaloni rimanendo per qualche secondo in boxer. Figurarsi i giornali della destra: «Adinolfi si smutanda in Transatlantico».
In quel Parlamento è uno dei pochissimi renziani. Ma non viene più candidato. È per quella delusione che decide di darsi all’integralismo cattolico, attaccando i vecchi amici, il mondo a cui è appartenuto fino a quel momento? Diventa uno dei capi del Family Day. Alla Zanzara dice che la donna deve essere sottomessa al marito, precisando che non intende con ciò la mancanza di parità. Poi arriva il momento gender. Nel 2016 attacca Kung Fu Panda 3 prima dell’uscita italiana, contestando la presenza di un protagonista con due figure paterne. Inizia una colluttazione retorica con il mondo gay che arriva fino ai giorni nostri. Dopo la morte di Dj Fabo, pubblica un intervento contro la legalizzazione dell’eutanasia nel quale cita Adolf Hitler. L’Espresso lo gratifica col premio «il peggio del 2017». Uno dei suoi ultimi bersagli è Alfonso Signorini, il direttore di Chi, in alleanza con Fabrizio Corona, con cui sogna di fare un partito. Corona sostiene di poter puntare all’8 per cento. Ma l’ambizione è di fare un tridente con il generale Vannacci, il bomber dell’ultradestra. E ultra è stata la parabola di Adinolfi. Una storia modernissima, in fondo.
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