✕

La stazione meteo più antica: “Da 150 anni con il naso all’insù, siamo la memoria delle Alpi”

 
Dal 1876 l’osservatorio di Balme misura temperature e precipitazioni: “Il nostro archivio delle nevi dimostra lo stravolgimento del clima”
3 minuti di lettura

Balme – Un tetto d’ardesia con uno strato di neve alto così, come la panna su una torta. Un secchio pieno di pioggia, come quando davvero dal cielo veniva giù acqua a scrosci (“cielo a pecorelle, pioggia a catinelle” c’era scritto sul sussidiario dei boomer quando costoro andavano alle elementari). Il secchio che serve a misurare le precipitazioni (trattasi di un pluviometro), la stecca di legno millimetrata da conficcare nella neve per vedere quanta ne è venuta. Strumenti arcaici ma non estinti, se ancora qualcuno li usa in quello che probabilmente è il più antico osservatorio meteorologico d’Italia.

Il racconto dell’ultimo custode

A Balme, provincia di Torino, Valli di Lanzo, dal 24 giugno 1876 è in azione la trisnonna delle stazioni meteo: un secolo e mezzo con il naso all’insù.

«Nei giorni di pioggia svuoto il secchio, e in quelli di neve ci infilo dentro la stecca», racconta Gianni Castagneri, ultimo custode dell’osservatorio. Il testimone glielo passò il leggendario Michelino, …

Balme – Un tetto d’ardesia con uno strato di neve alto così, come la panna su una torta. Un secchio pieno di pioggia, come quando davvero dal cielo veniva giù acqua a scrosci (“cielo a pecorelle, pioggia a catinelle” c’era scritto sul sussidiario dei boomer quando costoro andavano alle elementari). Il secchio che serve a misurare le precipitazioni (trattasi di un pluviometro), la stecca di legno millimetrata da conficcare nella neve per vedere quanta ne è venuta. Strumenti arcaici ma non estinti, se ancora qualcuno li usa in quello che probabilmente è il più antico osservatorio meteorologico d’Italia.

Il racconto dell’ultimo custode

A Balme, provincia di Torino, Valli di Lanzo, dal 24 giugno 1876 è in azione la trisnonna delle stazioni meteo: un secolo e mezzo con il naso all’insù.

«Nei giorni di pioggia svuoto il secchio, e in quelli di neve ci infilo dentro la stecca», racconta Gianni Castagneri, ultimo custode dell’osservatorio. Il testimone glielo passò il leggendario Michelino, messo comunale: «Quando morì, nel 1994, serviva un volontario che ne proseguisse l’opera. Mi offrii io, e ancora lo faccio di buon grado».

Anche quassù fa un bel caldo, in questi tempi di montagne bollenti, città roventi e spiagge di conseguenza. Anche perché Balme, tecnicamente, sarebbe “mezza montagna”, cioè 1.432 metri di quota: negli anni Quaranta ci venivano in ritiro i calciatori del Grande Torino, perché se tra queste baite non passa la storia non sono contenti.

Il parroco fu il primo metereologo

Quella del meteo fu inaugurata 150 anni fa nel campanile del paese che il parroco, don Francesco Didier de la Motte, ex missionario in Africa e curioso intellettuale, accettò di utilizzare come soccorso per gli strumenti: il campanile diventò un dito puntato verso le nuvole, per capire cosa quelle nuvole suggerissero agli uomini. Fu proprio il parroco il primo meteorologo locale della lunga serie, quando il Cai decise di trasformare Balme in avamposto. La collaborazione con la Società Meteorologica Italiana permise a quel pittoresco campanile di trasformarsi in una sorta di archivio della montagna.

Il diario delle precipitazioni

«Dal 1913 esiste il diario delle precipitazioni in questo angolo di Alpi -, racconta Gianni Castagneri – Quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare semplici numeri in colonna, dimostrano invece in modo inequivocabile il ritiro dei ghiacciai e l’alterato equilibrio idrologico». Con santa pazienza, ovvero la principale virtù del meteorologo, Balme è diventata la memoria vivente della montagna. «In fondo, i nostri imperativi possono ridursi a tre: osservare, misurare e tramandare».

Colpisce, non solo la fantasia, che in questa nostra epoca super tecnologica si possa ancora chiedere soccorso e ispirazione alla materialità degli oggetti: «Anche se parte dell’archivio è stato digitalizzato, e anche se dall’inizio degli anni Duemila si è affermata la telemisurazione digitale, i nostri strumenti meccanici e manuali hanno ancora ragione d’essere».

Da sindaco a ristoratore a climatologo

Gianni, a Balme è stato anche sindaco, e oggi accoglie i turisti al rifugio “La masinà” (il masìn, nel dialetto franco provenzale è il piccolo larice). «Di mestiere faccio il ristoratore, non sono un professionista del meteo. Mi considero solo un braccio al servizio della climatologia, eppure nella semplicità delle mie mansioni avverto un fascino profondo: quando misuro la pioggia e la neve, replico una serie di gesti antichi e affascinanti e mi sento al servizio della comunità. Sarà che sono anche un appassionato di storia locale, però credo che davvero l’osservatorio di Balme sia parte di un’epica, più grande di quello che sembra».

L’epopea di Balme è anche sport

L’epopea di Balme è anche quella dei primordi dell’alpinismo sportivo: nel 1874, sempre il parroco Didier de la Motte accolse i primi scalatori inverali sull’Uja di Modrone, luogo totemico di questa porzione alpina: proprio qui, Primo Levi ambientò il meraviglioso racconto “Ferro”, dove lui e l’amico Sandro Dalmastro assaggeranno “la carne dell’orso”, ovvero il sapore dell’avventura e della libertà primordiale, in attesa della notte dell’umanità. Lo abbiamo detto, non c’è nulla di banale in questa piccola frazione montana, sconosciuta ai più, dalle corse di capitan Valentino Mazzola che trascinava i compagni granata anche in allenamento, fino alle parole di chi seppe fare della montagna il luogo in cui l’essere umano capisce chi è veramente.

«Il nostro archivio delle nevi ha anche descritto quella che viene chiamata “la piccola glaciazione” di fine Ottocento - racconta Castagneri – Oggi pare incredibile, ma a quel tempo le nevicate erano quasi sempre eccezionali anche a quota non troppo alte, a volte persino in città. La vita comoda non esisteva: in quegli anni, per raggiungere Balme non c’era nemmeno la strada carrozzabile».. Eppure, quel tempo in apparenza da pionieri e da museo è ancora in contatto con noi. «Ci dice quello che è successo, e quanto dovremmo fare per evitare l’apocalisse climatica che sta arrivando». A pensarci c’è da sudare, e non soltanto perché anche quassù fa un caldo bestia.

Leggi i commenti