Oltre i 50 figli sarebbe meglio fermarsi. Il rischio è ritrovarsi in quelle riunioni di fratelli in cui tutti hanno lo stesso viso. Il cinema ha provato a scherzarci su. In Starbuck ha raccontato di un uomo abituato a donare il suo sperma che si è ritrovato padre di 533 figli. La realtà però ha come sempre superato la fantasia e nel 2023 un cittadino danese ha ricevuto l’ordine dal tribunale di cessare la sua attività dopo aver raggiunto i 550 discendenti.
Ci sono poi le ragioni mediche. Le statistiche dicono che in un gruppo di 800mila persone bisognerebbe limitarsi a 25 figli, per non correre il rischio che due ignari fratelli mescolino i loro Dna troppo simili. Le ragioni psicologiche infine sostengono l’ovvio: scoprirsi membri di una tribù anziché di una famiglia, e figli di un distributore di provette anziché di un padre, può essere traumatizzante per i discendenti. Rendersi conto di aver messo al mondo più esseri umani di quanti se ne riescano a ricordare rischia di diventare destabilizzante anche per i padri.
Per tutti questi motivi, e per nessuno in particolare, la Società europea per la riproduzione umana (Eshre) ha pubblicato un documento in cui chiede di limitare il numero di figli che un donatore di sperma può avere. “Non più di 50” hanno scritto gli esperti nel loro ultimo congresso di Londra. Il tetto dovrebbe scendere col tempo a una ancor più castigata cifra di 15.
Non che ci siano inconvenienti particolari, nel generare interi clan patriarcali. È semmai un senso di vago disagio, quello che la Eshre nel suo documento prova a descrivere: “Nonostante manchi un’evidenza definitiva di un danno per i bambini concepiti da questi donatori, crediamo che sia opportuno seguire un approccio prudente”.
Per le cliniche avere un donatore con una buona qualità degli spermatozoi (condizione più rara di quanto si pensi, anche fra gli uomini non infertili) e che abbia già superato i controlli medici rende il lavoro molto più facile. Laddove poi le donne abbiano la possibilità di scegliere alcune caratteristiche degli uomini, si è vista la tendenza a concentrarsi su un numero ristretto di “donatori alfa”, la cui discendenza tende a moltiplicarsi rapidamente.
Anche se alcune leggi nazionali già prevedono dei limiti e le maglie dei controlli relativi a Dna e infezioni sono in Europa ben strette, l’anno scorso un donatore si è accorto di avere una mutazione genetica che fa aumentare il rischio di cancro. Dalle sue provette erano nati 197 bambini. Solo il rintracciarli tutti per avvertirli e sottoporli a controlli è stata un’impresa improba.
Spesso infatti lo sperma congelato varca i confini nazionali. Le nazioni in cui i donatori sono rari ricorrono all’import dai paesi in cui la raccolta è pratica più comune. La Danimarca ad esempio, una delle principali nazioni produttrici in Europa, ha dato vita a una girandola di battute sulle decantate virtù dello sperma vichingo.
Poco distante, in Olanda, lavorava il medico che praticava fecondazioni assistite a chilometro zero. Usando il proprio seme e saltando a piè pari tutti i controlli ha generato nel tempo 49 bambini. Una somiglianza sospetta ha spinto uno dei figli a chiedere il test del Dna e scoprire l’inganno, nel 2019.
I test genetici, poi, oggi sono così diffusi che riconnettere anche centinaia di fili, e anche in paesi diversi, non è più così difficile. Anche quando le norme prevedono l’anonimato del donatore, i figli possono aver voglia di ritrovarsi e organizzare riunioni di famiglia rivolgendosi ai siti che usano l’esame dei cromosomi per ricostruire gli alberi genealogici.
Se il ricongiungimento diventa un convegno, più che una tavolata, e se all’incontro viene invitato anche il padre, la situazione può in effetti diventare imbarazzante. “Quando la ricerca dei propri fratelli – riflette l’Eshre nel suo testo – porta alla scoperta di una rete molto ampia, ci si può sentire sopraffatti, disturbati, disorientati”. Meglio, sostengono gli esperti, prendere le proprie precauzioni prima.