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“La nuova norma sul femminicidio può essere solo controproducente”

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L’ex presidente della Camera penale di Milano: “Difficile dimostrare che si tratta dell’assassinio di una donna in quanto donna”
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«Si è deciso di enfatizzare un fenomeno sociale gravissimo e di declinarlo sul piano penale, invece che farsi carico della prevenzione, che è molto più onerosa anche in termini di intervento dello Stato. Molto più facile è l’uso simbolico del diritto penale». Avvocata di lungo corso, ex presidente della Camera penale di Milano, Valentina Alberta è una delle tante penaliste italiane che nel nuovo reato di femminicidio non crede. «Non ha alcuna efficacia e rischia di creare solo problemi».

Quali sono le principali criticità?

«Per come è costruita la norma è molto difficile anche provare la condotta di femminicidio. Va dimostrato che si tratta di un omicidio come atto di controllo, possesso, discriminazione, prevaricazione, dominio di una “donna in quanto donna” o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione, o come atto di limitazione delle sue libertà individuali. Quale omicidio non è una limitazione di libertà?».

Ad Ancona la mancata contestazione del re…

«Si è deciso di enfatizzare un fenomeno sociale gravissimo e di declinarlo sul piano penale, invece che farsi carico della prevenzione, che è molto più onerosa anche in termini di intervento dello Stato. Molto più facile è l’uso simbolico del diritto penale». Avvocata di lungo corso, ex presidente della Camera penale di Milano, Valentina Alberta è una delle tante penaliste italiane che nel nuovo reato di femminicidio non crede. «Non ha alcuna efficacia e rischia di creare solo problemi».

Quali sono le principali criticità?

«Per come è costruita la norma è molto difficile anche provare la condotta di femminicidio. Va dimostrato che si tratta di un omicidio come atto di controllo, possesso, discriminazione, prevaricazione, dominio di una “donna in quanto donna” o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere una relazione, o come atto di limitazione delle sue libertà individuali. Quale omicidio non è una limitazione di libertà?».

Ad Ancona la mancata contestazione del reato di femminicidio ha causato polemiche.

«Ma era ampiamente prevedibile. Prima di contestare un reato bisogna dimostrare la specificità del caso e che il fatto investigato rientri da un punto di vista probatorio in una determinata fattispecie. Declinare penalmente un fenomeno sociale, trasformandolo in una specie di reato da provare in tutti i suoi elementi, è veramente poco sensato».

È l’unico aspetto su cui ha perplessità come penalista?

«C’è anche il quasi automatismo dell’ergastolo come pena finale, che è qualcosa di contrario a qualunque principio di proporzionalità e individualizzazione della pena. Per quanto grave, che deve essere commisurata al fatto specifico e il magistrato deve avere la libertà di valutarlo».

Secondo alcuni, però, senza questa norma all’ergastolo non si arriva.

«Diversi procedimenti, conclusi prima dell’introduzione del nuovo reato, dimostrano esattamente il contrario: con le aggravanti all’ergastolo si arriva comunque».

L’inasprimento delle pene non potrebbe avere un effetto deterrente?

«Assolutamente no, il numero di crimini commessi non è correlato alla gravità della pena. Negli Stati Uniti, dove l’ordinamento prevede addirittura la pena di morte, questo è un dato statisticamente dimostrato. In questa fase storica c’è un progressivo allungamento delle pene, ma non ha efficacia preventiva. In Italia si sta molto forzando la mano su una retorica securitaria che propone il carcere come unica soluzione a una serie di problemi sociali».

Può esserlo?

«No, al contrario. La normativa sul femminicidio ha di fatto reso impossibile l’accesso alle pene sostitutive anche per reati molto meno gravi, ma sempre connotati dall’aggravante di essere commessi nei confronti di una “donna in quanto donna”».

Può fare un esempio concreto?

«Per reati come lo stalking aggravato, che è sicuramente un reato terribile, si è esclusa la possibilità di accesso a pene sostitutive nonostante siano più efficaci nel prevenire la recidiva. Ci sono persone che sono certamente recuperabili ed è sciocco non riconoscerlo, buttando tutti in queste discariche sociali che sono ormai diventate le carceri in Italia».

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