Ne ha fatta di strada, quel bambino cresciuto in Vaticano, figlio di un alto funzionario della Santa Sede, la foto accanto a papa Paolo VI il giorno della prima comunione. Era in via Fani, a Roma il 16 marzo 1978, a bordo della Fiat 128 bianca guidata da Alvaro Lojacono che bloccò l’accesso alla strada mentre il commando delle Brigate Rosse, dopo aver massacrato i cinque agenti della scorta, sequestrava il leader della Dc Aldo Moro.
Fra pochi giorni, il 2 agosto, Alessio Casimirri compirà 75 anni e nonostante sei condanne all’ergastolo non ha scontato un solo giorno di carcere. Fra i tanti segreti che ancora avvolgono gli Anni di Piombo, la storia del compagno “Camillo” è forse uno di quelli meglio custoditi. Dal 1983 è serenamente latitante in Nicaragua sotto l’ala regime sandinista, all’epoca punta avanzata del fronte socialista e antimperialista. Ma anche oggi che molte cose sono cambiate e al governo nel paese Sudamericano ci sono Daniel Ortega e Rosario Murillo, Casimirri conduce la sua vita a Managua, dove aveva anche aperto un ristorante ben avviato chiamato “La Cueva del Buzo”, la grotta del sub, omaggio alla sua passione per le immersioni. Protetto da guardie armate. Ma soprattutto incurante della giustizia italiana e delle vittime causate negli anni di militanza nel partito armato, prima con Potere Operaio, quindi, tra il 1976 e il 1977, nelle Br. Un’impunità che ha fatto evocare ripetutamente, durante tutti questi anni, coperture da parte di apparati e servizi segreti non solo italiani.
Dalle indagini non sono emersi riscontri alle indiscrezioni che indicavano Casimirri come confidente di investigatori dei carabinieri e successivamente del Sismi. Ma i dubbi restano. La relazione della commissione parlamentare sul caso Moro, presieduta tra il 2014 e il 2017 da Giuseppe Fioroni, dedica un lungo capitolo a Casimirri e, in un passaggio, sottolinea: «Il terrorista è riuscito a scampare all’arresto attraverso una serie di passaggi spesso poco chiari che evidenziano l’esistenza di forti protezioni in Nicaragua e possibili appoggi anche in Italia».
Già sull’inizio della fuga non esistono certezze. Le ultime tracce sicure della sua presenza a Roma risalgono al 17 febbraio 1982. Il giorno precedente era stato spiccato un mandato di cattura nei confronti di Casimirri e della moglie, Rita Algranati. I due si presentano dal loro datore di lavoro, titolare di una società che forniva insegnanti di educazione fisica a istituti religiosi, per riscuotere l’ultimo stipendio. Da quel momento, spariscono.
Lasciano l’Italia insieme, ma poco dopo si dividono. Algranati, processata per il rapimento Moro e poi assolta, si dirige in Africa dove sarà arrestata nel 2004. Casimirri si procura un passaporto falso, entra in Francia, fa tappa a Mosca, infine ripara a Managua. Qui comincia la sua seconda vita. Si fa chiamare Guido Di Giambattista. Il 17 dicembre del 1983 si sposa con una nicaraguense. È lei che, tre anni più tardi, si rivolge all’ambasciata italiana. Accusa il marito di maltrattamenti e rivela che Guido Di Giambattista altri non è che il latitante “Camillo”. Mai arrestato, secondo quello che risulta negli atti dell’autorità giudiziaria italiana. Eppure nel 2015, la commissione Fioroni si imbatte in un cartellino fotosegnaletico intestato a Casimirri che risulta compilato il 4 maggio 1982, quando già era inseguito da un paio di mandati di cattura. Un falso? Oppure un documento vero, risalente a un arresto che però sarebbe sfociato in un immediato rilascio del brigatista in virtù di chissà quali complicità? È un mistero anche questo che si aggiunge agli interrogativi sulla latitanza. La fuga sembra sul punto di interrompersi nel 1993, quando il mutamento del contesto politico in Centro America mette in moto il Sisde, che manda due agenti in missione a Managua, e l’ambasciata che prova fargli revocare la cittadinanza. Tutto inutile, non tornerà mai in Italia. Nel 2004 il Nicaragua respinge la richiesta di estradizione. “Camillo” rilascia di tanto in tanto interviste. «Il Nicaragua è il mio Paese”, ribadisce. Sei ergastoli, mai un giorno di carcere