Sceso in campo per “graziare” Mario Roggero, il ministro Nordio sta seriamente rischiando di seppellire la chiave della sua prigione e di rendere persino “più definitiva” la sua condanna a 14 anni e nove mesi, della quale ancora non c’è nemmeno la motivazione della sentenza della Cassazione. E nelle immagini del capo dello Stato che, dopo averlo convocato al Quirinale, spiega al ministro che cos’è, e soprattutto che cosa non è la Grazia, non c’è solo il maestro che chiama Pinocchio e gli mette il cappello a punta, mentre al discolo crescono le orecchie d’asino.
La scena infatti solo in apparenza è comica. In realtà è drammatica, perché rivela Nordio e quest’ansia, che non è soltanto sua, ma di tutto il governo ormai in campagna elettorale, di fare qualcosa di destra, più a destra di Vannacci virolone e spietato, più a destra di Salvini che alimenta il mito reazionario della giustizia privata, sino a Clint Eastwood e alla giustizia dell’individuo che precede l’intervento dello Stato e “salta” i processi, la legge, i tribunali, prende la pistola e spara… e sino a Charles Bronson, al quale Nordio vagamente somiglia con quella sua faccia incaica, la faccia della civiltà del crudo al sangue.
La verità è che il ministro non vuole salvare dalla galera l’uomo-bandiera della giustizia fai da te, della difesa che sarebbe sempre legittima anche quando è vendicativa, dell’emozione a mano armata. Il ministro vuole cavalcare il gioielliere omicida di rapinatori in fuga, che giornali e televisioni di destra raccontano come un uomo lucido e per bene che, a differenza del ministro, non conosce tutte le raffinatezze e le trappole della giustizia delegata e spara per istinto, stringe i denti e, carogna per bene, mette le dita nella presa elettrica.
Al contrario Nordio vuole servirsi della Grazia, che ovviamente sa di non potere ottenere, per alimentare lo scontro politico, per diventare lui il ministro macho-noir che capisce e protegge i cattivi per bontà e tutti i Roggero d’Italia e del mondo.
Intendiamoci, il ministro ha le competenze per aprire un’istruttoria di Grazia, ma se lo fa col megafono politico, se il protocollo diventa comizio, se il procedimento viene trasformato in una spettacolarizzazione e in un’esaltazione delle pulsioni più oscure che tutti abbiamo e che quasi tutti ancora governiamo, davvero entra in stato di “grazia” Mattarella quando sente il dovere di riaffermare con nettezza i confini delle rispettive competenze, perché dietro le competenze c’è sempre un’etica. La Grazia, ha cominciato a spiegare il presidente al ministro discolo e sovversivo, non è uno strumento del governo né un tema di competizione politica, ma una prerogativa costituzionale affidata all’esclusiva responsabilità del presidente.
Il peggio che a questo punto si possa fare è trattare Nordio da ubriaco istituzionale, liquidarlo con il soprannome di “mezzo litro”, credere che sia soltanto una macchietta, scherzare con le parole grazia e disgrazia. È vero che Nordio accumula errori e sconfitte, brutte figure e fallimenti, il caso Almasri, gli eccessi nella battaglia perdente del referendum, gli strepiti estremisti della pasionaria che si era scelto come capo di gabinetto… Nordio, come Repubblica aveva segnalato almeno tre anni fa, sta sicuramene realizzando la non facile impresa di diventare il peggiore ministro di giustizia della storia recente, “ministro di astio e giustizia”.
Ma “offrendo” la Grazia, di cui non dispone, come un manifesto politico, una parola d’ordine, uno strumento di mobilitazione del consenso, il ministro ha fatto un salto di qualità che non avvelena sola la Grazia stessa, non più atto di misericordia costituzionale, ma rivincita politica contro una sentenza definitiva. Simbolicamente il ministro della Giustizia si è schierato contro una certa idea della Giustizia, che non è più la sua, ma è ancora la nostra.
Ecco perché ieri il maestro Mattarella ha spiegato al discolo che non si può legittimare l’idea che la clemenza sia uno strumento per aggirare il giudicato; che è importante non indebolire la distinzione tra misericordia e impunità; che non si deve politicizzare un istituto che la Costituzione ha voluto come espressione di umanità dello Stato e non di rivalsa. Ci aiuta, Mattarella, a rendere chiare le cose oscure, a vedere che dietro il culto del duro e del selvaggio che emette e esegue la condanna, c’è ora una politica che vuole accendere l’Italia, come il cane di paglia di Dustin Hoffman.