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Il clima cambia lo skyline, addio al pino che vegliava su poeti e presidenti

Una veduta del cimitero acattolico, sullo sfondo il pino abbattuto 

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Il cimitero acattolico di Roma perde l’albero secolare tra la tomba di Shelley e la statua dell’angelo del dolore. E non sarà l’ultimo. Previsto entro fine anno l’abbattimento di altre 26 piante malate
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ROMA – Passa una ragazza in bicicletta e inveisce, «vi meritate l’inferno», perché qui alla fine tutto ha a che fare con l’eternità. Hanno tagliato un pino storico, una delle chiome più grandi della capitale – anno più, anno meno stava lì da due secoli – e tra gli abitanti del quartiere c’è chi non ha gradito. Ma la prima a essere turbata è Yvonne Mazurek: «È un dolore, come fosse una persona», dice la direttrice del cimitero acattolico, dove anche la morte di un albero è un lutto da elaborare. «Mi dispiace», le fa eco Stefano Raiano, il capo della squadra degli arboricoltori che hanno proceduto all’abbattimento. Su quel fusto si era arrampicato per le potature, lo considerava parte naturale del paesaggio. Ora fissa il vuoto al di sopra delle mura aureliane: «Se questi alberi potessero parlare, avrebbero molto da raccontare».

Le operazioni di abbattimento 

L’albero era raffigurato già negli …

ROMA – Passa una ragazza in bicicletta e inveisce, «vi meritate l’inferno», perché qui alla fine tutto ha a che fare con l’eternità. Hanno tagliato un pino storico, una delle chiome più grandi della capitale – anno più, anno meno stava lì da due secoli – e tra gli abitanti del quartiere c’è chi non ha gradito. Ma la prima a essere turbata è Yvonne Mazurek: «È un dolore, come fosse una persona», dice la direttrice del cimitero acattolico, dove anche la morte di un albero è un lutto da elaborare. «Mi dispiace», le fa eco Stefano Raiano, il capo della squadra degli arboricoltori che hanno proceduto all’abbattimento. Su quel fusto si era arrampicato per le potature, lo considerava parte naturale del paesaggio. Ora fissa il vuoto al di sopra delle mura aureliane: «Se questi alberi potessero parlare, avrebbero molto da raccontare».

Le operazioni di abbattimento 

L’albero era raffigurato già negli acquerelli di metà Ottocento: era lì con la breccia di Porta Pia e l’avvento del fascismo, le due guerre mondiali e la nascita della Repubblica, i Patti lateranensi, il Concilio vaticano II e, da ultimo, la visita di Francesco, il primo Papa a mettere piede nel cimitero acattolico per lasciare due rose – una bianca come la veste papale e l’altra rossa come la bandiera del Pci – sulla tomba di Giorgio Napolitano.

La visita di papa Francesco il 2 novembre 2023 

Adagiato sul fianco della Piramide Cestia, il camposanto più singolare di Roma ospita i resti mortali dei grandi poeti inglesi John Keats e Percy Shelley, il figlio di Goethe, scrittori, politici, militari e ambasciatori, nonché 366 alberi, una vera e propria foresta urbana di pini domestici e cipressi, 26 dei quali sono da abbattere nel corso dell’anno. Perché anche gli alberi invecchiano, perché sono stati potati male in passato per lanciarli verso il cielo, una sorta di operazione bonsai capovolta, e oggi sono squilibrati, perché qui si fa sentire forte il cambiamento climatico.

L'acquerello ottocentesco che ritrae la pianta divelta 

Il luogo è un microcosmo emblematico e un laboratorio all’avanguardia. Cresciuto a partire da inizio 1700 in un campo agricolo ai bordi della città, al di là delle mura, per dare sepoltura ai pochi che morivano fuori da Santa Romana Chiesa, oggi ci sono 2500 tombe e oltre 6mila sepolture: «È un bosco che cresce su un alveare», riassume la direttrice del cimitero. Su questa conformazione già delicata del terreno sono intervenuti i fenomeni meteorologici estremi degli ultimi anni. Il suolo è stato slavato dalle bombe d’acqua, il terreno è diventato più sabbioso e gli smottamenti sono più facili. A estati caldissime seguono autunni segnati da una pioggerellina costante, sottoterra si accumula acqua stagnante. E gli alberi si ammalano più facilmente.

L’incidente che ha fatto schizzare l’asticella dell’allarme è avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 novembre 2024: un pino monumentale che si trovava «tra Gramsci e Camilleri» si è schiantato al suolo investendo 28 tombe. Un angioletto di gesso è stato decapitato, un capitello di marmo ha fatto un volo di una decina di metri. Solo il giorno prima al camposanto c’erano molti visitatori per la commemorazione dei defunti: «Se cadeva 36 ore prima poteva colpire molte persone», nota con un filo di voce Mazurek.

Da quel momento è iniziato un monitoraggio sistematico di tutti gli alberi: mappatura geolocalizzata, analisi delle cortecce e tomografie dello stato interno del tronco, analisi del terreno ma anche dell’odore degli alberi. Un lavoro di squadra al quale partecipano, grazie anche alla rete di contatti con le ambasciate e la comunità internazionale di Roma, geologi, agronomi, arboricoltori. L’indagine ha portato a scoprire che il gigantesco pino che si ergeva – un po’ inclinato – tra la tomba di Shelley e l’Angelo del Dolore, statua simbolo del cimitero, aveva una sorta di carie all’interno. Un malato incurabile. Che rischiava seriamente, prima o poi, di abbattersi a terra provocando danni, se non morti e feriti.

Ciò non toglie che il taglio viene vissuto come un lutto. «Vorrei scrivere un annuncio mortuario per il pino», dice con un sorriso lieve Mazurek, mentre di prima mattina scenografi e fonici smontano il set di una scena funeraria dell’ultimo film di Ferzan Özpetek. «Stiamo cercando di imparare dai disastri», dice la storica dell’arte polacco-statunitense, «ogni albero che viene sacrificato è un oggetto di studio per affrontare meglio questi problemi». Ma il pino monumentale «ha lasciato un vuoto abbagliante», commenta ancora la direttrice. «Quando il legno sarà stagionato vorrei affidarlo ad artisti e artigiani per dargli una seconda vita». Perché, alla fine, anche un albero che muore lascia un ricordo che sfida l’eternità.

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