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Procacci: “Il G8 di Genova una ferita ancora aperta, pochi passi avanti dopo la Diaz”

Domenico Procacci 

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Il produttore fondatore di Fandango: “Fummo costretti a girare all’estero, ma quel film ha contribuito a creare una memoria condivisa”
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ROMA – «Per raccontare Genova dovemmo lasciare Genova». Domenico Procacci, “padre” della Fandango, è stato il produttore che ha voluto e realizzato insieme al regista Daniele Vicari Diaz, il film che più di ogni altro ha contribuito a costruire il racconto di quella notte.Oggi molti ragazzi, per capire cosa sia stato il G8 di Genova, partono proprio da quel film.

Perché non giraste a Genova?

«Perché avevamo la sensazione che sarebbe stato molto complicato.Venivamo da Gomorra: lì c’eravamo sempre detti che se avessimo avuto problemi ci saremmo rivolti alle forze di polizia… Con Diaz sarebbe stato più difficile, diciamo. Alla fine ricostruimmo tutto a Bucarest. A Genova lavorammo soltanto pochi giorni e capimmo di aver fatto la scelta giusta: i camion della produzione venivano fermati, svuotati e controllati con estrema attenzione. Non ci furono minacce, ma era evidente che non sarebbe stato semplice lavorare in quelle condizioni». Quando capì che quel film andava fatto?

«Subito dopo la…

ROMA – «Per raccontare Genova dovemmo lasciare Genova». Domenico Procacci, “padre” della Fandango, è stato il produttore che ha voluto e realizzato insieme al regista Daniele Vicari Diaz, il film che più di ogni altro ha contribuito a costruire il racconto di quella notte.Oggi molti ragazzi, per capire cosa sia stato il G8 di Genova, partono proprio da quel film.

Perché non giraste a Genova?

«Perché avevamo la sensazione che sarebbe stato molto complicato.Venivamo da Gomorra: lì c’eravamo sempre detti che se avessimo avuto problemi ci saremmo rivolti alle forze di polizia… Con Diaz sarebbe stato più difficile, diciamo. Alla fine ricostruimmo tutto a Bucarest. A Genova lavorammo soltanto pochi giorni e capimmo di aver fatto la scelta giusta: i camion della produzione venivano fermati, svuotati e controllati con estrema attenzione. Non ci furono minacce, ma era evidente che non sarebbe stato semplice lavorare in quelle condizioni». Quando capì che quel film andava fatto?

«Subito dopo la sentenza di primo grado. Quella sentenza riconosceva alcune responsabilità individuali ma non la catena di comando. Io e Daniele ci dicemmo una cosa molto semplice: se aspettiamo i processi, questa storia rischia di finire nel nulla. Le immagini c'erano, le testimonianze pure. Bisognava raccontarle».

Che film volevate fare?

«Non un film contro la Polizia. Per questo chiesi un incontro ai vertici e al ministro dell'Interno. Dissi loro che stavamo raccontando comportamenti criminali, non il lavoro delle forze dell'ordine. Anzi, era anche nel loro interesse che quei fatti venissero riconosciuti come estranei alla cultura della Polizia. Non so quanto quel messaggio sia stato recepito, ma ci fu una sorta di patto di non belligeranza.Sapevamo che non avremmo avuto alcun aiuto, ma almeno evitammo un clima apertamente conflittuale».

Che cosa vi spaventava di più?

«La difficoltà più grande fu raccontare la violenza senza tradire la realtà. Con Daniele ci chiedevamo continuamente fin dove spingerci, soprattutto sulle torture di Bolzaneto. Alla fine nel film c'è meno di quello che è realmente accaduto. Eppure durante le proiezioni molte persone uscivano dalla sala o si sentivano male. Questo dà la misura di quanto fosse terribile ciò che era successo».

Che cosa rappresenta oggi, venticinque anni dopo, il G8 di Genova?

«Una ferita che non si è mai rimarginata. Sono contento che quel film esista, prima ancora che da produttore, da cittadino. Credo abbia contribuito a costruire una memoria condivisa. E mi ha colpito leggere sul Venerdì di Repubblica che oggi Diaz viene proiettato nelle scuole di Polizia per mostrare quello che le forze dell'ordine non devono fare. Se è davvero così, allora quel film continua ad avere un senso».

Che cosa è cambiato da allora?

«Qualcosa sì. Penso al reato di tortura. È arrivato troppo tardi per Genova, dove molti reati andarono in prescrizione. Ma oggi quello strumento esiste. E credo che anche il processo per Giulio Regeni possa arrivare a una conclusione proprio perché finalmente in Italia abbiamo una norma che permette di chiamare le cose con il loro nome».

Perché le viene in mente Regeni?

«Perché conoscendo meglio Paola e Claudio Regeni mi sono tornati in mente Heidi e Giuliano Giuliani. Famiglie diverse, ma accomunate dalla stessa ostinazione nel chiedere verità e giustizia. I genitori di Carlo hanno combattuto per anni senza riuscire ad avere un processo. È una ferita che non si è mai rimarginata, così come quella tra una parte del Paese e le sue istituzioni».

In che senso?

«Nel senso che troppo spesso ha prevalso lo spirito di corpo sul senso dello Stato. Ci sono state coperture, omissioni, promozioni di funzionari già condannati. Io non appartengo alla cultura dell'Acab.Non penso che tutti i poliziotti siano uguali. Proprio per questo mi sarei aspettato che la Polizia fosse la prima a isolare chi aveva tradito la divisa. Alcuni segnali negli anni ci sono stati, penso anche alle parole di Gabrielli, ma ci è voluto troppo tempo. E oggi c'è ancora molto da fare: perché, per esempio, non adottare i codici identificativi sulle divise? Dovrebbe essere interesse delle stesse forze di polizia individuare chi si comporta impropriamente».

È anche per questo che guarda con preoccupazione al dibattito nato intorno al caso Roggero?

«Sì. Mi colpisce la facilità con cui la violenza viene trasformata in un valore. Posso capire umanamente la rabbia di chi subisce una rapina, ma inseguire delle persone e ucciderle non è legittima difesa.Quando quella vicenda diventa quasi un simbolo politico, quando si arriva a invocare la santificazione di chi ha sparato, significa che qualcosa si è incrinato nel nostro rapporto con la forza e con la giustizia. Io non voglio vivere nel Far West».

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