Sopiti per decenni tra i boschi della Maiella, trincee, bossoli e bottoni delle divise tedesche giacevano quasi nell’attesa di essere ritrovati. Seminati come briciole, sono le tracce dimenticate della Linea Gustav, il tratto difensivo voluto da Hitler nell’autunno del ‘43 per rallentare l’avanzata alleata dal Sud. Allora divideva l’Italia in due: dalla foce del fiume Garigliano, tra Lazio e Campania, fino a Ortona, inerpicandosi tra le montagne. «Gli anziani del posto ci dicevano: “Andate a vedere, lì c’è ancora la guerra». E avevano ragione”. Adele Garzarella, 48 anni, geologa del parco della Maiella, ricostruisce questa memoria da oltre dieci anni. Un lavoro che progressivamente prende forma, fino a diventare un cammino lungo 160 chilometri.
Perché queste montagne?
«La Maiella è una fortezza naturale, dalle quote più alte si controlla l’intera valle fino alla costa. Tanto che nel 2015, gli allievi del reggimento paracadutisti britannico vennero a studiare questi territori per prepa…
Sopiti per decenni tra i boschi della Maiella, trincee, bossoli e bottoni delle divise tedesche giacevano quasi nell’attesa di essere ritrovati. Seminati come briciole, sono le tracce dimenticate della Linea Gustav, il tratto difensivo voluto da Hitler nell’autunno del ‘43 per rallentare l’avanzata alleata dal Sud. Allora divideva l’Italia in due: dalla foce del fiume Garigliano, tra Lazio e Campania, fino a Ortona, inerpicandosi tra le montagne. «Gli anziani del posto ci dicevano: “Andate a vedere, lì c’è ancora la guerra». E avevano ragione”. Adele Garzarella, 48 anni, geologa del parco della Maiella, ricostruisce questa memoria da oltre dieci anni. Un lavoro che progressivamente prende forma, fino a diventare un cammino lungo 160 chilometri.
Perché queste montagne?
«La Maiella è una fortezza naturale, dalle quote più alte si controlla l’intera valle fino alla costa. Tanto che nel 2015, gli allievi del reggimento paracadutisti britannico vennero a studiare questi territori per prepararsi agli scenari che avrebbe trovato in Afghanistan. Fu allora che mi appassionai alla geologia militare».
Cosa scoprì?
«Non è solo questione di visuale: la tipologia di roccia consentiva ai tedeschi di restare all’asciutto e al riparo. Era una moltiplicazione di forza. La fascia collinare in cui si trovavano gli alleati, invece, era molto più complessa. Anche perché il ‘43 fu uno degli anni più piovosi del tempo, i fiumi erano in piena e si affondava nel fango. Impreparati davanti a un clima così rigido e senza conoscenze del territorio, per gli alleati il supporto locale fu determinante. E sono state proprio le persone del posto a riportare alla luce queste storie».
In che modo?
«Consegnandoci diari, lettere, fotografie chiuse nei cassetti per decenni. Nessuno le aveva mai mostrate, per il trauma vissuto o perché chi tornava dalla guerra non cercava riconoscimenti. Allora abbiamo capito che stavamo recuperando una memoria collettiva, non solo un sentiero».
Il documento più significativo?
«Il diario di Francesco Di Lullo, maresciallo della Marina nella Prima guerra mondiale. I tedeschi stavano facendo saltare ponti, strade e paesi con la tattica della terra bruciata. Nel dicembre 1943, riunì i pochi uomini abili e chiese aiuto alla VIII armata britannica guidata da Montgomery».
Come andò?
«Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre italiani e inglesi avanzarono verso il Civitella Messer Raimondo, il mio paese, affrontarono i tedeschi e riuscirono a liberarlo. Fu uno dei primi momenti in cui italiani e Alleati combatterono fianco a fianco dopo l’8 settembre. Gli inglesi dovevano capire se fidarsi di noi, ma quando videro quei i ragazzi lanciare le bombe contro i tedeschi ogni dubbio svanì».
Cosa cambiò?
«Arrivarono armi e rifornimenti. Dopo Montgomery, richiamato in Inghilterra per preparare lo sbarco in Normandia, nel febbraio ‘44 i patrioti della Maiella confluirono nella neonata Wigforce guidata dal maggiore Lionel Wigram, figura sconosciuta ma fondamentale. Parlava un po’ d’italiano, credeva nella collaborazione con i partigiani e convinse gli Alleati a sostenerli. Morì in combattimento due mesi dopo. La cosa curiosa è che suo nipote, che porta lo stesso nome, è il produttore dei film di Harry Potter. Qualche anno fa è venuto qui con la famiglia. Dopo la morte di Wigram arrivò Ettore Troilo, avvocato della segreteria di Matteotti e fondatore del corpo volontari della Maiella».
Poi divenuta Brigata Maiella.
«L’unica formazione partigiana della Seconda guerra mondiale decorata con la Medaglia d’oro al valore militare. Combatté a fianco dell’Ottava Armata britannica lungo tutto l’Appennino, superò la Linea Gotica ed entrò a Bologna nell’aprile del ‘45. Anche le donne ebbero un ruolo: tante combattenti imbracciarono il fucile per fare da vedetta nei castelli».
Quanto di tutto questo si trovava ancora nei boschi della Maiella?
«Trincee inglobate nella vegetazione, postazioni per i mortai, il bottone di una giacca tedesca, tappi di borracce, scatole di polvere da sparo. E segni di battaglia: bossoli di mitragliatrice, schegge di bombe».
Abbastanza per un cammino.
«Il primo lo inaugurammo nell’estate del 2020, 6 chilometri in provincia di Chieti. A maggio abbiamo aperto una nuova tappa lunga 15 chilometri, ma in primavera prevediamo tagliare il nastro del percorso intero».
Ovvero?
«Sette tappe, da Castel di Sangro a Ortona, circa 25 chilometri al giorno per oltre 160 totali. La Regione Abruzzo ci finanzia per 250 mila euro, un altro contributo arriva dal Parco nazionale della Maiella. Ogni aerea avrà pannelli, Qr Code, podcast, tracce scaricabili, indicazioni su dove dormire».
Per chi lo avete immaginato?
«Tutti, ma vorremmo vedere tanti studenti. Quando leggo i passi dei diari dei partigiani li vedo ascoltare rapiti, a volte commossi. Lì capisci che questo legame resiste al tempo. Non è un percorso inventato: camminiamo sul solco tracciato dai nostri padri».