Il paese sardo dove era “vietato ammalarsi” trova il medico: “Conquistata da Norbello, cambio vita”
di Michele BocciHa visto l’allarme del sindaco, che in modo provocatorio ha imposto ai cittadini l’autoguarigione, visto che dal 2022 in paese non c’è il medico di famiglia e ha deciso di buttarsi. La dottoressa Lucia Monari, da Bologna, a deciso che da ottobre andrà a lavorare a Norbello, comune da 1.100 abitanti nell’interno della provincia di Oristano, vicino a Abbasanta e Ghilarza. “Ho letto l’appello e mi sono detta: vuoi vedere che è la volta buona che vado ad abitare su un’isola”. La dottoressa prenderà servizio il 4 ottobre.
Come mai ha deciso di andare?
“Partiamo dalla genetica, grazie a mia madre ho infatti un legame con la Sardegna, lei era della provincia di Cagliari. Conosco l’isola molto bene ma non ci ho mai vissuto, sono venuta tante volte in vacanza. L’altra ragione è che quella di Norbello è una piccola comunità dove tutti si impegnano per il loro paese. Sono appassionati, è bellissimo”.
Cosa fa a Bologna?
“Sono stata medico di famiglia fino all’inizio del 2021, poi sono passata a …
Ha visto l’allarme del sindaco, che in modo provocatorio ha imposto ai cittadini l’autoguarigione, visto che dal 2022 in paese non c’è il medico di famiglia e ha deciso di buttarsi. La dottoressa Lucia Monari, da Bologna, a deciso che da ottobre andrà a lavorare a Norbello, comune da 1.100 abitanti nell’interno della provincia di Oristano, vicino a Abbasanta e Ghilarza. “Ho letto l’appello e mi sono detta: vuoi vedere che è la volta buona che vado ad abitare su un’isola”. La dottoressa prenderà servizio il 4 ottobre.
Come mai ha deciso di andare?
“Partiamo dalla genetica, grazie a mia madre ho infatti un legame con la Sardegna, lei era della provincia di Cagliari. Conosco l’isola molto bene ma non ci ho mai vissuto, sono venuta tante volte in vacanza. L’altra ragione è che quella di Norbello è una piccola comunità dove tutti si impegnano per il loro paese. Sono appassionati, è bellissimo”.
Cosa fa a Bologna?
“Sono stata medico di famiglia fino all’inizio del 2021, poi sono passata a lavorare nelle case protette per gli anziani. Ora ho spiegato che cambio ancora. Ho giusto bisogno di un po’ di tempo per fare il trasloco e sistemarmi”.
E’ già stata a Norbello?
“Sì, lo scorso weekend, ho visto il paese, ho conosciuto questi giovani dell’amministrazione che lo amano e lo vogliono far vivere. Intanto ho accettato un incarico di un anno a tempo determinato. Il sindaco mi ha messo a disposizione un appartamento, ma i viaggi me li pago da sola”.
Lascia la famiglia in Emilia?
“Ho 64 anni e due figlie grandi, che lavorano e quindi non hanno bisogno di me. Venti anni fa non avrei potuto fare una cosa del genere. Ma voglio accettare questa sfida professionale e umana. Lasciare le cose qua non è facile, perché non mi trovo male dove lavoro adesso. E’ che ogni tanto bisogna cambiare, nella vita anche alla mia età”.
Come ha fatto a sapere che a Norbello c’era bisogno di un medico?
“Ho visto l’ordinanza del sindaco e mi ha divertito il modo in cui ha fatto la cosa, provocatoria ma studiata bene, carina. Intercettata la notizia, mi sono detta: vuoi vedere che è la volta che finalmente mi riesco a trasferire sull’isola”.
Perché, con tante zone carenti anche in Emilia-Romagna, ha scelto proprio la Sardegna?
“Certo, l’Italia è piena zeppa di zone carenti dove nessun collega vuole andare a lavorare. A me il paese è piaciuto perché si impegnano con passione e questo è stato sufficiente a motivare il mio spostamento così lontano. E poi Norbello è vivo, fanno tante cose anche culturalmente interessanti. C’è pure una scuola di teatro, magari mi iscrivo”.
Gli amici cosa le hanno detto?
“Non lo sanno ancora tutti. Comunque, a parte coloro con i quali lavoro che avranno il problema di sostituirmi, tutti mi hanno incoraggiato. Qualcuno è un po’ turbato, certo, ma contento di vedere che si può cambiare anche a 64 anni”.
Cosa c’è di bello nel lavoro del medico di famiglia?
“Se si fa intessendo le giuste relazioni con gli assistiti, avendo tempo per dedicarsi a loro è molto appagante. Se devo prendere e guardare gli esami per prescrivere un farmaco senza spiegare niente, non è il mio lavoro. Il tempo di relazione, infatti, è tempo di cura. Bisogna conoscere le persone e le loro famiglie, per valutare tutti gli aspetti di coloro che si assistono e così poterli aiutare”.