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Aperta un’indagine sul caso del ragazzo suicida durante una perquisizione. “Aveva bisogno di aiuto”

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Mohamed Amin Bessioud, 25 anni, è morto giovedì dopo essersi buttato dal terrazzo della casa dove si trovava agli arresti domiciliari, a Cosenza. La madre minaccia di togliersi la vita
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La Procura di Cosenza vuole fare piena luce sulla morte di Mohamed Amin Bessioud, il 25enne cosentino di origini tunisine deceduto, giovedì 23 luglio, dopo essersi lanciato dal balcone dell'abitazione in cui si trovava agli arresti domiciliari, durante un controllo dei carabinieri. È in corso l’esame dell'informativa dell'Arma e nelle prossime ore il pm dovrà decidere se disporre l'autopsia sul corpo del giovane, attualmente sotto sequestro. Parallelamente proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione quanto accaduto durante la perquisizione e verificare se le procedure adottate siano state corrette.

A chiedere che venga chiarito ogni aspetto della vicenda è anche il legale Osvaldo Rocca, secondo cui la morte del suo assistito rappresenta l'epilogo di un percorso di profonda fragilit…

La Procura di Cosenza vuole fare piena luce sulla morte di Mohamed Amin Bessioud, il 25enne cosentino di origini tunisine deceduto, giovedì 23 luglio, dopo essersi lanciato dal balcone dell'abitazione in cui si trovava agli arresti domiciliari, durante un controllo dei carabinieri. È in corso l’esame dell'informativa dell'Arma e nelle prossime ore il pm dovrà decidere se disporre l'autopsia sul corpo del giovane, attualmente sotto sequestro. Parallelamente proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione quanto accaduto durante la perquisizione e verificare se le procedure adottate siano state corrette.

A chiedere che venga chiarito ogni aspetto della vicenda è anche il legale Osvaldo Rocca, secondo cui la morte del suo assistito rappresenta l'epilogo di un percorso di profonda fragilità psicologica. “Momo, così l'ho sempre chiamato da quando l’ho conosciuto circa 6 anni durante una partita di calcio, era un ragazzo molto solare. Giocava a calcio e frequentava l’università a Cosenza seppur non con grande impegno” racconta rintracciando l’inizio del suo disagio nel 2023, a seguito della morte del padre.

“Da quel momento ha iniziato ad essere inquieto. Si era chiuso in se stesso, capitava che non uscisse di casa per giorni, trascurava la cura personale e passava le notti tra PlayStation e spinelli”, ricorda.

Finché a novembre 2024 è stato fermato con l'accusa di detenzione di sostanze stupefacenti. Condannato in primo grado a 4 anni e 4 mesi, in appello la pena era stata ridotta a 3 anni e 8 mesi, con la concessione dei domiciliari dopo circa un anno trascorso in carcere.

“È stato l'anno più brutto della sua vita. Aveva crisi di panico, tremava, piangeva e non riusciva ad accettare l'idea della detenzione”, racconta il difensore. Durante la permanenza in carcere, aggiunge, era stato chiesto un supporto psicologico più strutturato, ma “l'unico sostegno arrivava dagli educatori”.

Una volta rientrato a casa per scontare la pena in regime di detenzione domiciliare, le difficoltà sono proseguite. “La fidanzata mi riferiva che era sempre più trasandato e viveva un forte disagio emotivo. Era molto preoccupato per le continue perquisizioni: una o due volte alla settimana i carabinieri controllavano l'abitazione, lui sentiva la pressione e temeva costantemente di tornare in carcere”.

Nel febbraio scorso un controllo ha portato al sequestro di circa 157 grammi di hashish. “Per Momo è stato un altro crollo. Fumava molto per cercare di alleviare quella sofferenza”.

L'8 marzo, ricorda Rocca, Mohamed aveva tentato il suicidio. “Si era ferito con un coltello ed era stato portato in ospedale. Da quel momento aveva accettato di iniziare un percorso al Centro di salute mentale di Cosenza e una terapia farmacologica. Sembrava andar meglio”. Il giudice, valutando positivamente il percorso intrapreso, gli aveva anche concesso quattro ore quotidiane di uscita.

Negli ultimi 15 giorni, il giovane aveva deciso di ridurre drasticamente il consumo di hashish. “Mi diceva che aveva bisogno di uscire da questo schifo. Gli avevo consigliato di farsi seguire dal Serd perché smettere improvvisamente poteva essere difficile. Tremava di nuovo, era agitato e mi chiedeva se dovesse informare il giudice che stava cercando di smettere”.

Secondo il legale, proprio nelle ore precedenti alla tragedia il ragazzo sarebbe stato nuovamente interrogato sulla provenienza della sostanza stupefacente trovata durante un nuovo controllo. “Per me la sua morte è stato un colpo durissimo, ero molto legato a lui e rappresentavo il suo punto di riferimento” confida, mentre riferisce quanto raccontato dalla madre del giovane sugli ultimi istanti prima del gesto estremo. “Sul momento la signora aveva provato a chiamarmi, ma avevo il cellulare spento in quanto ero in carcere per un colloquio con un altro mio cliente – ricorda –. Quando mi ha rintracciato, il triste epilogo era già avvenuto. Mi ha detto che, durante l’ispezione, i militari avevano chiuso la porta della stanza del figlio, che piangeva ed era particolarmente agitato. Lei avrebbe chiesto di poter entrare per calmarlo, ma non le sarebbe stato consentito”.

La madre di Mohamed, che in queste ore è stata colpita da un malore, pur confermando che il figlio si è gettato volontariamente dal balcone, ritiene che debba essere chiarito come si siano svolte le operazioni di controllo. “Vogliamo capire se, di fronte a una persona in quello stato psicologico, le modalità operative siano state adeguate. Le relazioni sono secretate perché le indagini sono in corso e sarà necessario verificare se siano state commesse leggerezze oppure se tutto sia stato eseguito in modo ineccepibile” spiega Rocca.

L'autopsia, qualora venga disposta, potrebbe fornire ulteriori elementi anche sullo stato psicofisico del giovane al momento della tragedia. “Momo non era un criminale. Era un ragazzo che aveva bisogno di essere compreso e aiutato. D’altronde era ciò che aveva fatto il giudice, accordandogli fiducia. Ora aspettiamo che le indagini chiariscano ogni responsabilità” chiosa.

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