"Suini di Cinta Senese trasferiti a Pianosa”, l’idea arca di Noè per salvarli dalla peste
di Giacomo TalignaniTrasferire i maialini, con l’operazione Arca di Noè, dall’inferno al paradiso. Negli ultimi mesi in Toscana si stanno moltiplicando i casi di peste suina: dopo i contagi fra i cinghiali la malattia si è diffusa, da giugno in poi, anche in alcuni allevamenti della regione costringendo alla soppressione di centinaia di esemplari.
Fra questi, anche i maiali neri con la classica fascia più chiara: quelli della razza suina Cinta Senese che dal 2012 è riconosciuta a livello europeo come marchio Dop, denominazione di origine protetta riservata alle carni di questi animali che devono essere nati, allevati e macellati in Toscana secondo la tradizione e le regole del Consorzio di tutela.
Il problema è che di esemplari di questa razza ne restano pochissimi: circa 3000 disseminati fra i vari allevamenti toscani, soprattutto nella provincia di Siena. Di recente, dopo i casi di contagi, sono stati soppressi 300 esemplari per sicurezza. Se la peste suina dovesse diffondersi anche fra la Cinta, si te…
Trasferire i maialini, con l’operazione Arca di Noè, dall’inferno al paradiso. Negli ultimi mesi in Toscana si stanno moltiplicando i casi di peste suina: dopo i contagi fra i cinghiali la malattia si è diffusa, da giugno in poi, anche in alcuni allevamenti della regione costringendo alla soppressione di centinaia di esemplari.
Fra questi, anche i maiali neri con la classica fascia più chiara: quelli della razza suina Cinta Senese che dal 2012 è riconosciuta a livello europeo come marchio Dop, denominazione di origine protetta riservata alle carni di questi animali che devono essere nati, allevati e macellati in Toscana secondo la tradizione e le regole del Consorzio di tutela.
Il problema è che di esemplari di questa razza ne restano pochissimi: circa 3000 disseminati fra i vari allevamenti toscani, soprattutto nella provincia di Siena. Di recente, dopo i casi di contagi, sono stati soppressi 300 esemplari per sicurezza. Se la peste suina dovesse diffondersi anche fra la Cinta, si teme dunque la possibile scomparsa di questa razza Dop così pregiata.
L’operazione Arca di Noè
Da qui, nelle ultime ore sta nascendo l’idea di una sorta di operazione “Arca di Noè”: portare 9 esemplari di Cinta Senese sull’isola di Pianosa, in modo da preservarne il patrimonio genetico per il futuro.
Una sorta di mossa di sicurezza - da attuare nel paradiso della piccola isola di Pianosa (10 chilometri quadrati preservati dalle riserve istituite dal Parco dell'arcipelago toscano) - per salvare la razza dall’inferno della peste.
L’idea, per ora solo come ipotesi, è stata esposta dal presidente della Regione Eugenio Giani che in un recente incontro con sindaci dell’Isola d’Elba ha prospettato il trasferimento, parlando solo di pochi esemplari da custodire a Pianosa.
Il commissario all’emergenza peste suina
Spaventato per l’evoluzione della diffusione della peste suina, Giani ha appena nominato un nuovo commissario straordinario per l’emergenza ungulati, Paolo Cassola, uno dei pochi casi a livello solo regionale, che avrà il compito di vigilare sulla peste suina, ma non è ancora entrato in carica ed è troppo presto dunque per valutare il caso Pianosa.
Anche il Parco Nazionale dell’arcipelago Toscano, che gestisce l’isola di Pianosa, dovrebbe essere coinvolto, ma il presidente Matteo Arcenni racconta a Repubblica come al “momento non abbiamo ricevuto alcuna indicazione su questo. Per fortuna il territorio elbano è al momento immune dalla peste suina. Su Pianosa non c’è nessun fascicolo, che parli di Cinta senese, sulla mia scrivania. Sì, ho letto sui social di questa possibilità, ma si tratta solo di commenti. Si tratta, nel caso, di una scelta tecnica: solo i tecnici possono dare valutazioni. A Pianosa c’è un solo residente fisso, alcune persone della penitenziaria e coloro che stanno scontando una pena. Parliamo di un'isola molto particolare, per cui per ogni cosa ambientale servirebbe un punto di vista tecnico-scientifico. Ripeto, ad oggi non c’è stata una richiesta ufficiale”.
A proposito di chi i pareri tecnici scientifici li rilascia, secondo Piero Genovesi, responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica di Ispra, l’idea di “prendere maiali di Cinta Senese, che vengono allevati prevalentemente allo stato brado o semibrado, e metterli in un’isola fragile e con un habitat così delicato mi sembra una follia. Per quanto possano metterli al chiuso, se questi suini dovessero scappare rischiano di creare danni seri, dato che i maiali hanno la possibilità di devastare l’ambiente”. A Pianosa, da piante come il Limonio sino ad alcune lucertole, sopravvivono diverse specie autoctone da proteggere, così come quelle, nei fondali incontaminati, che circondano l’isola.
"Servono allevamenti protetti sulla terraferma”
Per Genovesi, conscio del problema della peste suina che in Toscana sta diventando sempre più serio, per proteggere la Cinta senese varrebbe più la pena investire in strutture e allevamenti sulla terraferma, con doppia recinzione e sistemi di bio sicurezza. Troppo rischioso infatti portare i maiali su un’isola oggi già oggetto di misure estreme di tutela, dai divieti di pesca e ancoraggio sino alle limitazioni per i visitatori.
In attesa di capire se l’arca “salperà” o meno, restano però le fondate paure del Consorzio di tutela della Cinta senese che parla di “seria sopravvivenza a rischio della Cinta, una delle razze suine autoctone più antiche e rappresentative del patrimonio agroalimentare italiano”, spiegano ricordando i focolai di Comano, in provincia di Massa Carrara, e i casi si suini morti in un allevamento di San Marcello Piteglio (Pistoia), poi risultati positivi al virus.
Fra le criticità, c’è il problema che essendo questa razza allevata allo stato brado o semibrado, le possibilità che all’aperto siano completamente separate ad esempio con i cinghiali contagiati, sono scarse. Anche per questo Nicolò Savigni, presidente del Consorzio di tutela, ha ribadito ai media come “dal 2024 chiediamo alle istituzioni di costituire un nucleo di riproduttori in un luogo isolato e protetto. Il tempo dei rinvii è finito: servono decisioni immediate per salvare la razza e le aziende della filiera”.
Se l’isola di Pianosa sarà o meno il luogo “isolato e protetto” che chiedono i 79 allevatori della razza e il Consorzio (per un valore economico di circa 5,5 milioni di euro), sarà chiaro soltanto nei prossimi giorni, dopo le valutazioni di regione e commissari.
I numeri del contagio
Nel frattempo, a raccontare i rischi dell’evoluzione dei contagi, restano i numeri: in Toscana in meno di due anni sono stati contagiati già 750 cinghiali e tre maiali. Il contagio di un singolo maiale, va ricordato, costringe alla soppressione degli altri, con profondi danni economici per il settore.
“Ma Pianosa non è la soluzione” chiosa Legambiente Arcipelago Toscano che parla di ipotesi “malpensate” per un’isola “dove negli anni passati si è proceduto, tra mille polemiche, all’eradicazione di ratti, gatti, fagiani e pernici per riportare Pianosa alla sua originaria biodiversità. Se si vuole salvaguardare la Cinta senese con 9 capi ci sono decine di luoghi, non sulle isole protette dell’Arcipelago Toscano, dove li si può tenere in sicurezza lontano dai cinghiali. Cosa c’incastri Pianosa con la Cinta senese è un mistero. Inoltre, i mufloni all’isola del Giglio erano in un recinto perfettamente ermetico, così come i daini nel parco nazionale del Circeo: ma poi sono scappati e le conseguenze le sappiamo”.