Cronaca

il racconto

Spazio, silenzi e ritornanza: la valle con un solo abitante per chilometro quadrato

Spazio, silenzi e ritornanza: la valle con un solo abitante per chilometro quadrato
La quarta puntata della serie ‘Via dalla pazza folla’ dedicata alle mete lontane dal turismo di massa, raccontate dalle firme di Repubblica. Viaggio nell’alta Val Maira, dove l’isolamento è diventato scudo per l’overtourism, tra natura e memoria partigiana
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ACCEGLIO (CUNEO) – L’arte della fuga, in tempi che invogliano a praticarla a prescindere dal dove, in Val Maira trova un meraviglioso manifesto e vasto, fornitissimo campionario di possibilità. Inoltrarsi per credere in questa valle chiusa di estremo Cuneese, la Francia al di là dei monti e la pianura alle spalle, che tra borgate e sentieri selvaggi nasconde vecchie e nuove storie tutte sue da ascoltare.

Racconti di comunità antiche e emigranti lontani, ma anche le vite di chi è prima scappato a cercare fortuna altrove e poi ritornato, o le scommesse di chi ha mollato la città per reinventarsi su queste Alpi. Dove i turisti cercano e trovano tutto quello che gran parte del resto del Paese, altre località di montagna per prime, non può più dare. Spazi, silenzi, memoria viva e una rigorosa distanza di sicurezza dalle folle dell’Italia nell’era dell’overtourism.

Terra di cultura millenaria, lingua occitana e storia contadina e partigiana, «la Val Maira è un luogo tanto speciale quanto per pochi, lontana per tutti, pure per noi», è sintesi condivisa da queste parti. Lo dicono i residenti e concordano i turisti, che qui trovano la neve e i pendii giusti per praticare scialpinismo e fondo d’inverno, e i sentieri buoni per fare escursionismo d’estate.

Cuneo in realtà si tentò di avvicinarla già a inizio Novecento, quando il presidente del Consiglio di “casa” Giovanni Giolitti volle fare della strada di fondo valle una statale, eppure è stata e spesso ritornata lontanissima. Esclusa Dronero, oggi «dal fondo in cima alla valle gli abitanti non arrivano a mille», conta l’ex sindaco di Acceglio Enrico Colombo, 62 anni. Nel suo comune, riferimento dell’alta valle, sono 150: «Un abitante per chilometro quadrato», sorride ma non troppo. L’effetto di più ondate di emigrazione che l’hanno spopolata a più riprese, ma in qualche modo ne spiegano (e hanno difeso) l’anima.

«La nostra fortuna è stata la nostra sfortuna», usa il paradosso Franco Baudino, 78 anni, memoria storica e contadino, imprenditore edile e storico sindaco di Elva, e nell’analisi che fa dai suoi campi c’è dentro tutto. Compresi il racconto di quando guidò la rivolta di popolo per impedire la chiusura dell’ufficio postale del paese, l’amore per la terra che non ha mai lasciato, ma anche tutte «le condanne» – le chiama lui – affrontate negli anni.

La crisi scatenata già in epoca fascista, ad esempio, quando «il regime bloccò l’emigrazione stagionale stravolgendo un ecosistema secolare e costringendo pastori, muratori, boscaioli che passavano l’inverno in Francia ad andare a cercare lavoro altrove», spopolò la Val Maira ancora prima del dopoguerra e degli anni sessanta. Quando — scriveva un altro cuneese illustre, Nuto Revelli — «l’esodo diventò valanga».

Allo stesso tempo, però, in valle si contano «forme inaspettate di fortuna che ci hanno permesso di conservarci così bene», al riparo dalle speculazioni immobiliari di ieri e dai grandi flussi di turismo di oggi. Per prima l’orografia da valle stretta e senza sbocco. «Non portiamo da nessuna parte, non sono mai passati né commerci, né eserciti», spiega Paolo Bersani, 62 anni, oggi presidente del Centro europeo Giolitti di Dronero.

Ma un ruolo l’hanno avuto pure «la mancanza di grandi capitali» e le scelte della politica. Progetti di trasformazione mai andati in porto come lo scavo del tunnel per la Francia solo ipotizzato in epoca giolittiana, o quegli «impianti di risalita che altrove hanno portato soldi e sviluppo, — racconta Colombo, per anni impegnato nel programma di ripopolamento delle aree interne voluto dall’allora ministro Fabrizio Barca — e qui non si sono fatti mai, lasciandoci più poveri ma al sicuro».

Se a raccontare fatiche, povertà e spopolamento di queste borgate fu Revelli, con libri che hanno dato voce ai dimenticati di sempre, i soldati, i reduci, i contadini, vent’anni fa esatti ha lasciato il segno il film di Giorgio Diritti girato qui, Il vento fa il suo giro. Diventato un volano al turismo (soprattutto straniero) di cui vive la valle già dagli anni novanta, e racconto nuovo della “Ritornanza” di montagna, l’emigrazione di ritorno.

«Il ripopolamento non c’è stato, in realtà, anche se è vero che l’età media si è abbassata», riflette Camilla Zibana, 39 anni, ligure di famiglia valligiana che insieme al compagno Andrea Mazzaglia ha aperto ad Acceglio il birrificio artigianale Alp. Le birre che producono portano i nomi delle cime di casa, «Meja, Oronaye, Tibert..», loro raccontano di altri trentenni arrivati a gestire rifugi e posti tappa, ma ammettono. «Qui mancano i servizi: per un po’ si è provato a promuovere lo smart working, non ha funzionato granché».

La sfida del futuro, del resto, è difficile. «Servirebbero nuove strade di sviluppo senza rovinare questa bellezza, e pure la fortuna che abbiamo nell’attirare solo turismo attento», dice Matteo Mellano, 22 anni, laurea in informatica e 140 mucche di famiglia da pascolare a Pratorotondo. L’isolamento di ieri e le scelte di oggi, per ora, si traducono così in scelte di vita e un turismo slow, sostenibile e consapevole, con «abbastanza cultura per il bello» per apprezzare «quello che c’è».

Dalle chiese affrescate e i pascoli di Elva, paese-isola lungo il Sentiero Occitano dove il Museo di Pels ricorda l’antichissimo mestiere dei raccoglitori di capelli, alla meraviglia dell’altopiano della Gardetta, che la collocazione ha fatto meta di culto anche per il turismo astronomico. Dalla tradizione degli antichissimi acciugai e il “catechismo dipinto” della chiesa trecentesca di San Peyre alle cime dei monti, la rocca la Meja e la Provenzale, passando per le tante storie di Resistenza.

È nella piccola Saretto di alta valle, in fondo, che è stato firmato l’unico patto europeista della Resistenza, embrione dell’idea stessa di Europa che verrà. È l’accordo di collaborazione tra partigiani italiani e francesi del maggio 1944, siglato in una locanda per unire le forze nella lotta contro il nazifascismo e cancellare «ogni risentimento» tra i popoli. Storia da nomi noti come Duccio Galimberti o Giorgio Bocca, che meriterebbe un museo «o anche di più: — è la ricetta di Colombo — questa valle avrebbe bisogno di più cultura, di arte, teatro, per noi più che per i turisti».

Tra due anni del resto saranno i mille anni della Val Maira, «mille anni dalla prima citazione in un documento ufficiale», e l’occasione «non va persa». L’aura fai son vir, il vento fa il suo giro, del resto. Tutto passa e poi ritorna, anche nella valle che non porta da nessuna parte. Dove è bello stare, e consigliano di fuggire.

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