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I teatri condominiali patrimonio dell’Unesco: “La cultura è di tutti”

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Nati tra il Settecento e l’Ottocento: portarono gli spettacoli all’esterno dei palazzi nobiliari. Sono in Umbria, Marche e Romagna
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Al loro tempo segnarono una rivoluzione: la cultura usciva finalmente dagli spazi aristocratici per diventare di tutti. Adesso dieci teatri condominiali dell’Italia centrale, disseminati tra Marche, Emilia-Romagna e Umbria, entrano di diritto a far parte del patrimonio dell’Unesco accanto alla Grande Muraglia cinese e Machu Picchu. Il comitato che ha decretato il verdetto, riunito a Busan, in Corea del Sud, ha riconosciuto il valore di questo “sistema” che racconta una storia tutta italiana: di quando, tra Settecento e Ottocento, le comunità si tassavano per costruire un teatro e ne diventavano comproprietarie. Un riconoscimento che porta il nostro Paese a quota 62 siti, confermandolo al primo posto nel mondo. "Un primato che ci inorgoglisce e che ci sprona a fare sempre meglio", ha festeggiato la premier Giorgia Meloni.

Al loro tempo segnarono una rivoluzione: la cultura usciva finalmente dagli spazi aristocratici per diventare di tutti. Adesso dieci teatri condominiali dell’Italia centrale, disseminati tra Marche, Emilia-Romagna e Umbria, entrano di diritto a far parte del patrimonio dell’Unesco accanto alla Grande Muraglia cinese e Machu Picchu. Il comitato che ha decretato il verdetto, riunito a Busan, in Corea del Sud, ha riconosciuto il valore di questo “sistema” che racconta una storia tutta italiana: di quando, tra Settecento e Ottocento, le comunità si tassavano per costruire un teatro e ne diventavano comproprietarie. Un riconoscimento che porta il nostro Paese a quota 62 siti, confermandolo al primo posto nel mondo. "Un primato che ci inorgoglisce e che ci sprona a fare sempre meglio", ha festeggiato la premier Giorgia Meloni.

Questi piccoli, spesso piccolissimi teatri, nacquero tutti fra XVIII e XIX secolo, quando "l’attività culturale era molto vivace ma confinata all’interno delle istituzioni religiose e delle residenze nobili", spiega Lucia Chiatti, direttrice generale del Teatro Pergolesi di Jesi.

A rompere gli schemi arrivarono proprio le società condominiali, partenariati tra amministrazione e privati, solitamente famiglie di notabili, per creare teatri aperti al vasto pubblico. E di cui i cittadini non fossero semplici spettatori paganti, ma anche proprietari e gestori. Il Pergolesi, sorto come teatro di marionette, è ad esempio il frutto dell’intesa di 57 soggetti privati. "Dopo che un incendio aveva distrutto parte del teatro già esistente — continua la direttrice — si percepiva la necessità di contenere un pubblico sempre maggiore che chiedeva di assistere agli spettacoli. Un legame con la comunità che si percepisce ancora oggi". Guai, infatti, a considerarli dei musei: questi teatri storici sono ancora centri culturali vivissimi.

Le Marche, che avevano proposto la candidatura attraverso il presidente della Regione, Francesco Acquaroli, detengono il primato numerico: otto teatri patrimonio Unesco su dieci. Non mancano, però, gli esclusi: il Rossini di Pesaro, il Teatro della Fortuna di Fano e altri sei per cui sindaci e assessori chiedono "di approfondire le motivazioni, fiduciosi che siano ricompresi in futuro".

Tra quelli in lista, invece, c’è anche il Teatro dell’Aquila di Fermo e il Gentile a Fabriano, considerato tra più pregevoli della regione per l’acustica. Fuori dai confini marchigiani, c’è poi l’umbro Nuovo Gian Carlo Menotti, a Spoleto, nato nel 1864 su iniziativa spontanea di un gruppo di cittadini come alternativa moderna e più capiente alla struttura già esistente, allora descritta come "sorda, di disadattata forma, angusta". Fu costruito come un classico teatro all’italiana: sala a ferro di cavallo, platea e quattro ordini di palchi. Una caratteristica, quella della sala a palchi, che li accomuna tutti e che consentiva a "ogni classe sociale di assistere agli stessi spettacoli", si legge nel dossier della candidatura, con un impatto sull’architettura teatrale dei secoli successivi.

Nella lista, infine, c’è anche un romagnolo, quello di Sant’Agata Feltria, in provincia di Rimini, intitolato al direttore d’orchestra Angelo Mariani e tra i teatri in legno più antichi al mondo. Per decenni rimase un tesoro quasi sconosciuto, finché, nel 1992, Vittorio Gassman scelse di girare la sua Divina Commedia nell’entroterra riminese grazie al suo palcoscenico. "Un insostituibile tassello della cultura universale", lo avrebbe poi definito l’ex presidente del Senato Giovanni Spadolini.

Nella lista dei patrimoni mondiale figurano da ieri anche il Monte Olimpo, mitologica residenza degli dei greci, e le spiagge della Normandia, teatro dello sbarco degli alleati alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Presente pure un complesso architettonico dell’architetto finlandese Alvar Aalto, uno dei più influenti del XX secolo, e il castello di Alamut, rete fortificata simbolo della resistenza iraniana. Riconosciuto anche il valore del corridoio di migrazione terrestre degli animali Boma-Badingilo nel Sud Sudan, delle antiche capitali giapponesi di Asuka e Fujiwara, dell’architettura modernista di Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, e delle piantagioni agricole coloniali di Sao Tomè e Prìncipe.

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