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Pakistan, alpinisti scomparsi sul Broad Peak: tra i dispersi c’è Nirmal Purja

(afp)

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Una valanga ha travolto una spedizione di dieci scalatori: quattro le vittime accertate finora, sei ancora irraggiungibili. Tra loro il nepalese noto per aver conquistato in soli sei mesi le quattordici cime più alte del pianeta
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Quattro morti e sei dispersi. È il bilancio, ancora provvisorio, della valanga che ieri ha travolto una spedizione sul Broad Peak, in Pakistan. Tra i dispersi c’è Nirmal Purja, l’alpinista nepalese noto in tutto il mondo come “Nims Dai”.

La valanga ha colpito il gruppo intorno a mezzogiorno di giovedì 30 luglio, ora locale, mentre la squadra saliva verso la vetta di 8.047 metri, nella catena del Karakoram, non lontano dal K2. Da allora tutti i componenti della spedizione risultano irraggiungibili.

Le squadre di soccorso hanno recuperato quattro corpi. Secondo l’Alpine Club del Pakistan, due delle vittime sono state identificate. Si tratta di Nadhira Ahmed Abdullah Al Harthy, originario dell’Oman, e Pur Bahadur Gurung, nepalese. Mentre le altre due salme n…

Quattro morti e sei dispersi. È il bilancio, ancora provvisorio, della valanga che ieri ha travolto una spedizione sul Broad Peak, in Pakistan. Tra i dispersi c’è Nirmal Purja, l’alpinista nepalese noto in tutto il mondo come “Nims Dai”.

La valanga ha colpito il gruppo intorno a mezzogiorno di giovedì 30 luglio, ora locale, mentre la squadra saliva verso la vetta di 8.047 metri, nella catena del Karakoram, non lontano dal K2. Da allora tutti i componenti della spedizione risultano irraggiungibili.

Le squadre di soccorso hanno recuperato quattro corpi. Secondo l’Alpine Club del Pakistan, due delle vittime sono state identificate. Si tratta di Nadhira Ahmed Abdullah Al Harthy, originario dell’Oman, e Pur Bahadur Gurung, nepalese. Mentre le altre due salme non sono ancora state riconosciute.

La spedizione era composta da dieci alpinisti: cinque nepalesi, guidati proprio da Purja, e altri cinque provenienti da Pakistan, Oman, Stati Uniti, Cina e da un ultimo Paese non ancora reso noto. Sul posto sono stati inviati due elicotteri dell’esercito pakistano, mentre le operazioni proseguono nonostante il maltempo e le condizioni estreme di alta quota. Karrar Haidri, vicepresidente senior del Club alpino, ha riferito che l’organizzazione mantiene uno stretto coordinamento con tutte le parti coinvolte nel soccorso.

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Nel frattempo, il ministro del Turismo e della Cultura del Nepal, Khadak Prasad Paudel, ha espresso preoccupazione per la perdita di contatto con Purja e gli altri alpinisti nepalesi, secondo quanto riportato dall’agenzia indiana Pti. Proprio Purja, tre giorni prima della tragedia, aveva scritto sui social che quella scalata non era in programma: il progetto iniziale prevedeva solo la salita al Gasherbrum II, completata il 21 luglio (il suo 57esimo ottomila). Poi la decisione, last minute, di tentare anche il Broad Peak. Nel suo ultimo post pubblicato su X aveva scritto di non dare mai nulla per scontato in montagna e di chiedere, a quella cima, soltanto un passaggio sicuro, tanto all’andata quanto al ritorno.

Nelle ultime ore circola inoltre un dato non confermato ufficialmente: secondo quanto riferito da Mingma David Sherpa, socio di Purja nella società di spedizioni Elite Exped, il localizzatore satellitare Garmin dell’alpinista avrebbe registrato alle 6:18 (ora nepalese) un segnale a circa 5.878 metri di quota, con il dispositivo però fermo e la batteria ormai scarica. Un’informazione che alimenta la speranza, ma che gli stessi esperti invitano a considerare con cautela: a quote estreme il Gps può generare errori di posizione anche di alcuni metri, e il dato non equivale a una conferma sulle condizioni dello scalatore.

Chi è Nirmal Purja

Classe 1983, nato in un piccolo villaggio del distretto di Myagdi, in Nepal, a 1.600 metri di altitudine, Purja arriva alle grandi scalate attraverso la strada militare. Discendente di una famiglia di Gurkha, i celebri soldati nepalesi arruolati anche nell’esercito britannico a partire dagli inizi dell’800, entra nei Gurkha nel 2003, a 18 anni, e nel 2009 nelle forze speciali del Regno Unito.

È durante i sedici anni di carriera militare che scopre la montagna. Nel 2012 arriva al campo base dell’Everest e, invece di tornare a Kathmandu come previsto, decide di imparare a scalare sul serio. La prima vetta è il Lobuche East, 6.119 metri. Ma il salto nella leggenda arriva nel 2019, con il progetto “Project Possible”: scalare tutti i 14 ottomila del pianeta nel tempo più breve mai registrato (una storia raccontata nel documentario Netflix 14 Peaks: Nothing Is Impossible). Ci riesce in sei mesi e sei giorni, contro un record precedente di quasi otto anni (il record verrà battuto nel 2023 dalla norvegese Kristin Harila, in tre mesi e un giorno). Per finanziare l’impresa aveva riacceso un mutuo sulla casa, sostenuto dalla moglie Suchi.

L’impresa di Purja è diventata anche un caso mediatico: durante la salita all’Everest, nel maggio 2019, scattò la foto della fila di alpinisti in coda verso la vetta, immagine diventata virale e simbolo del sovraffollamento della montagna più alta del mondo. Nel 2018 aveva ricevuto l’MBE dalla regina Elisabetta II. Diventato una star dell’alpinismo, ha fondato una società di spedizioni e un marchio di abbigliamento tecnico, e si è speso pubblicamente per il riconoscimento del lavoro delle guide nepalesi. La sua immagine pubblica è stata però scalfita nel 2024 da un’inchiesta del New York Times, che riportava le accuse di due donne per presunte molestie sessuali - accuse che Purja, tramite il suo legale, ha respinto. Proprio nell’ultimo post pubblicato su X prima della valanga, Purja aveva voluto ringraziare tanto i sostenitori quanto i critici, definendoli entrambi necessari - a suo dire, senza l’uno o l’altro schieramento, non ci sarebbe “fuoco”.

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