È lo sgombero numero due. O tre, se si include quello dell’ex Cartiera, diventata bersaglio del tiro a segno sui migranti dei rampolli di ‘ndrangheta e diventata miccia della rivolta dei braccianti di Rosarno nel 2010. Quattro o più, se si includono tutte le volte che sono stati svuotati gli insediamenti informali che nascono a decine nelle campagne della Piana di Gioia Tauro quando comincia la stagione delle arance. Sotto i colpi delle ruspe, cade l’ultima tendopoli di San Ferdinando, campo di tende blu ormai sbiadito del ministero dell’Interno, diventato ghetto che per anni ha ospitato i braccianti che muovono l’economia agricola della Piana. Ma a trovare davvero un tetto sono stati solo 116 lavoratori, forse meno. E per l’arrivo della stagione degli agrumi, quando in zona arrivano fino a tremila persone, soluzioni strutturali – denunciano associazioni e sindacati - continuano a non essercene.
Le autorità: “Giornata storica”
A campo svuotato, sono arrivate le autorità - con il sottosegretario Alfredo Mantovano, il commissario Fabio Ciciliano e il presidente della Regione, Roberto Occhiuto in testa – a guardare lo smantellamento di una tendopoli diventata simbolo di caporalato, sfruttamento, emarginazione. Ma anche dell’ennesima fallimentare soluzione per l’alloggio dei lavoratori migranti che sono l’imprescindibile motore dell’economia agricola della Piana. La pagina della tendopoli “deve chiudere definitivamente, non deve più riaprirsi, perché è una vergogna nazionale, che la Calabria ha ospitato purtroppo per 30 anni”, dice il presidente di Regione Calabria, Roberto Occhiuto. Di “giornata storica” parla il sindaco di San Ferdinando, Gianluca Gaetano.
Mantovano: “Soluzione per 400, ma è modello”
“Da decenni c'è questo estremo degrado che ha connotato questo territorio e che oggi viene eliminato – ha detto invece Mantovano - Se c'è una parola che viene cancellata dal vocabolario di questo governo è rassegnazione, nei confronti dello sfruttamento del lavoro e di condizioni di inciviltà in cui per anni i migranti regolari sono stati costretti a vivere”. Ammette che si tratta di una soluzione limitata e insufficiente per le migliaia di braccianti che arrivano ogni anno nella Piana. “Ma quello che vogliamo offrire con questo intervento – sostiene – è un modello virtuoso e nulla vieta che possa essere esteso e applicato anche dalle realtà imprenditoriali che utilizzano tra il proprio personale al lavoro i migranti”. Come, non è dato sapere. In futuro, dovrebbe essere pronta una “Fattoria sociale” fatta di chalet prefabbricati destinata a ospitare altri lavoratori migranti, ma non sarà pronta prima di un anno e mezzo.
La tendopoli ghetto fra incendi e zone rosse
Sulle tende ormai sbiadite, rattoppate con stracci e lamiere, si vede ancora il logo bianco del ministero dell’Interno. Erano blu nel 2019, quando l’allora ministro Matteo Salvini, scortato dalle ruspe e 600 agenti in tenuta antisommossa si è presentato per abbattere il vecchio ghetto che sorgeva a distanza di un paio di centinaia di metri dal nuovo. Tende nuove, soluzione identica, stessi problemi. Il “nuovo campo”, oggi ghetto che cede sotto i colpi delle ruspe, era nascosto nella zona industriale di San Ferdinando, piena solo dei capannoni di lamiera nati e morti vuoti all’ombra delle speculazioni della legge 488. Lontano da insediamenti abitati, servizi, ospedali, ambulatori. Una riserva di braccia costrette a passare il badge all’ingresso e all’uscita, per anni senza neanche il diritto a cucinarsi un pasto o scaldare l’acqua per un the e più volte consumato dagli incendi.
L’insostituibile presenza di associazioni e sindacati
Durante il Covid, tutta l’area è stata dichiarata zona rossa senza pensare che lì dentro non c’erano servizi essenziali, a partire da una banale bottega per comprare acqua potabile. Ci hanno messo una pezza associazioni e sindacati, con cassette di cibo, pallet di acqua, confezioni e confezioni di igienizzanti, acqua, mascherine. Negli anni successivi, i braccianti morti di fame, di freddo o delle fragilità che crescono nel degrado, hanno acceso a intermittenza l’attenzione sulla tendopoli. Ma è sempre stato un problema di sicurezza, mentre le ong che da anni forniscono supporto sociale e sanitario continuavano a fornire servizi: assistenza medica, screening sanitario, supporto sociale e legale, scuola di italiano.
Le palazzine da miraggio a realtà
“Adesso sarà diverso”, promettono le autorità. E sulla carta quanto meno potrebbe esserlo. I braccianti censiti nei mesi scorsi sono stati nei giorni scorsi trasferiti nelle palazzine della periferia di Rosarno, immaginate e tirate su più di dieci anni fa grazie ai finanziamenti Ue, terminate da sette e dal 2019 mai utilizzate. Più per veti incrociati e timori elettorali, che per gli asseriti problemi di agibilità. Una nuova iniezione di fondi, pescati nel decreto Caivano bis, ha permesso di ristrutturarle e renderle abitabili. Le associazioni ci hanno messo biancheria e stoviglie, il minimo per renderle vivibili. In quattro edifici verranno ospitati i braccianti - “ma non sappiamo ancora bene a che condizioni”, spiegano da Emergency – un altro dovrebbe essere sede del nascente Polo sociale integrato, dedicato ai servizi socio-assistenziali e medici.
Il gorgo burocratico
“Vi accederanno i migranti in regola che hanno un contratto di lavoro, o comunque quelli che hanno diritto ad una residenza in regola, previo pagamento di un canone mensile calmierato”, ha detto il sindaco di San Ferdinando, intervenendo durante il Consiglio comunale convocato per approvare il regolamento che disciplina l’utilizzo degli alloggi. “Di certo noi sappiamo che fuori sono rimasti in tanti – spiega Mauro Destefano di Emergency - Abbiamo incontrato un utente che stava raccogliendo le sue poche cose e andando via”. Ha la residenza a Roma, ma è uno stagionale, si sposta per l’Italia secondo ritmi e tempi imposti dai raccolti. “Ci ha riferito – spiega il responsabile del progetto di Emergency nell’area – che la sua domanda è stata respinta perché risulta residente in un’altra regione”.
Soluzioni inadeguate e limitate
“È una delle tante ambiguità del progetto”, segnalano sindacati e associazioni riunite nel Patto territoriale. "Gli stessi soggetti istituzionali che ieri hanno aperto le tendopoli oggi ne rivendicano lo sgombero, senza confrontarsi con i lavoratori, senza un processo partecipato e condiviso con le realtà umanitarie, associative e sindacali più competenti, senza coinvolgere i Comuni della Piana che si stanno spopolando e che potrebbero mettere a disposizione le case vuote per rigenerarsi”, attaccano, denunciando l'assenza di una strategia per la stagione della raccolta e l'inadeguatezza del censimento che ha preceduto il trasferimenti. Chiedono chiarimenti e una rivisitazione del progetto, propongono la creazione immediata di “un pronto soccorso abitativo, sostenuto con i fondi del decreto Caivano bis, che prenda in locazione a proprio nome le case vuote e le assegni ai lavoratori a un canone sociale”.
L’incognita dell’autunno
Ma risposte all’appello lanciato giorni fa non ne sono arrivate. “Oggi – spiega uno degli attivisti – la tendopoli è sostanzialmente vuota, gli stagionali si sono spostati in Sicilia, in Puglia o in altre zone della Calabria. Ma cosa succederà quando, come ogni anno, arriveranno a migliaia per raccogliere arance e mandarini che altrimenti marcirebbero sugli alberi?”. Una domanda che fino all’autunno rischia di restare aperta.