L’Anfiteatro di Arcugnano due volte falso: simbolo del grottesco, ma costa troppo abbatterlo
dal nostro inviato Francesco ManacordaArcugnano (Vicenza) – Il portone è sbarrato, il telefono muto, ma i cartelloni all’ingresso promettono ancora meraviglie: la tomba di Romaneus Pellegrino, e le assai ipotetiche barche superstiti del grande Lago di Longara, per fortunata coincidenza a pochi passi dalla divinità canina alata Henetoi, del XIII secolo — si assicura — avanti Cristo. E poi, siamo pur sempre in Veneto, la Casa di Giulietta, che risulta peraltro “ex tempio italico inferiore di Giano”, nonché le Torri della commanderia templare di Romeo. A vigilare su questo concentrato d’arte e archeologia, c’è pure il provvidenziale “presidio dei Caschi Blu della Cultura” con tanto di logo Onu e avviso di “presenza di presidi militari, vietati foto e riprese”. «Eppure — non si capacita il sindaco di Arcugnano Simone Cuomo — ancora oggi sui social c’è chi scrive che sarebbe un peccato distruggere quell’opera».
“Dalla primavera 2023 il millenario Anfiteatro di Villa di Arcugnano (ex) capoluogo, santuario dei veneti antichi, su…
Arcugnano (Vicenza) – Il portone è sbarrato, il telefono muto, ma i cartelloni all’ingresso promettono ancora meraviglie: la tomba di Romaneus Pellegrino, e le assai ipotetiche barche superstiti del grande Lago di Longara, per fortunata coincidenza a pochi passi dalla divinità canina alata Henetoi, del XIII secolo — si assicura — avanti Cristo. E poi, siamo pur sempre in Veneto, la Casa di Giulietta, che risulta peraltro “ex tempio italico inferiore di Giano”, nonché le Torri della commanderia templare di Romeo. A vigilare su questo concentrato d’arte e archeologia, c’è pure il provvidenziale “presidio dei Caschi Blu della Cultura” con tanto di logo Onu e avviso di “presenza di presidi militari, vietati foto e riprese”. «Eppure — non si capacita il sindaco di Arcugnano Simone Cuomo — ancora oggi sui social c’è chi scrive che sarebbe un peccato distruggere quell’opera».
“Dalla primavera 2023 il millenario Anfiteatro di Villa di Arcugnano (ex) capoluogo, santuario dei veneti antichi, su prenotazione telefonica è visitabile assieme all’apertura della vera casa di Giulietta fiancheggiata dalla ex commanderia”, assicura del resto la psichedelica presentazione che tutt’ora troneggia su Tripadvisor — una bufala per ogni parola — forte di poche recensioni, ma tutte a cinque stelle.
Meglio allora usare come guida le motivazioni della sentenza di primo grado — confermata in appello e passata indenne pure dalla Cassazione — con cui il tribunale di Vicenza, già nel 2019, condanna a due anni e quattro mesi Franco Malosso, sedicente von Rosenfranz, esploratore, mecenate, imprenditore e attualmente detenuto in Liguria, proprio per il suo “Anfiteatro” di Arcugnano: «L’attività edile che ha condotto alla costruzione… è stata preordinata alla realizzazione di un’opera — precisamente, un falso architettonico — che riproducesse in modo quanto più credibile un manufatto di epoca greca». E, dunque, una cornucopia di reati: costruzione abusiva in area vincolata, esecuzione di opere senza autorizzazione paesaggistica, su terreni in parte sottoposti a vincoli forestali, idrogeologici e ambientali, contraffazione di un oggetto dell’antichità a fini di profitto. Non una falsa anfora romana o un coccio simil-etrusco, ma appunto un intero complesso monumentale creato strappando il bosco alla collina, fatto di pietre (nuove) e polistirolo, con tanto di laghetto artificiale spacciato per millenario. Il tutto visitabile al modico prezzo di 40 euro. Del resto, chiosa la Cassazione nel 2022, «la natura e la consistenza dell’opera realizzata» erano «idonee a trarre in inganno una persona comune senza peculiari nozioni storico-artistiche».
Nell’estate dei pistoleri candidati immaginari, del giornalismo investigativo che si inzacchera di sospetti in osteria, della scelta del ct che diventa telenovela Nazionale, insomma della farsa incondizionata senza passare nemmeno (omicidi a parte) dalla casella della tragedia, proprio questo anfiteatro — falso fin dal nome, visto che chi l’ha ideato e costruito ha edificato “solo” un teatro e non una struttura modello Colosseo — diventa monumento simbolo del grottesco italiano. E grottesco, del resto, è anche il fatto che dieci anni dopo le prime indagini della Procura e una sentenza passata in giudicato il falsissimo anfiteatro, con tutti i suoi annessi e connessi, sia ancora lì. Nel Paese che si racconta la difficoltà di preservare il suo patrimonio archeologico, il tarocco d’autore frutto della fervida fantasia del Malosso e dell’opera di un paio di contemporanei manovali che lamentano peraltro di non essere stati pagati, rischia di essere meglio tutelato di qualsiasi Paestum e Pompei. Dieci anni senza che sia stata toccata una pietra, seppur falsa.
Vicenza è in basso, nella valle. Qui, sui Colli Berici un’infilata di vigne, villette e — vere — ville palladiane. «Un territorio bellissimo, di gente accogliente, che non vuole certo essere ricordato per questa patacca».
Nel suo ufficio sulla piazza intitolata a Mariano Rumor — archeologia, sì, ma democristiana — il sindaco Cuomo, 44 anni, professore di Storia e Filosofia, «e qui da due mesi, quando con la nuova lista civica abbiamo vinto in modo nettissimo, levando per la prima volta Arcugnano alla destra», farebbe volentieri a meno di questa storia. La beffa del falso che attira le ironie, ma anche il danno a una zona boschiva spogliata, scavata ed edificata. «La mia posizione è chiara: chi ha commesso un abuso deve pagare e deve riparare il danno ambientale causato». Più facile a dirsi che a farsi, è l’impressione, perché al di là della condanna penale, la situazione resta intricata: «Da quello che so negli anni passati ci fu un’ordinanza del Comune contro cui Malosso fece ricorso. Adesso dovrò capire a che punto siamo e muovermi di conseguenza».
Quel che è certo è che il sindaco non vorrebbe che a pagare fossero le casse del Comune, 43 chilometri quadrati, un quarto dell’estensione di Milano, ma solo 7.500 abitanti. «Abbiamo un bilancio di meno di 7 milioni e francamente problemi più urgenti, come la scuola media che ha funzionato solo due anni e adesso, per motivi tecnici, non si può usare».
Riportare allo stato originale la collina, secondo stime ufficiose, costerebbe tra i 300mila e i 500mila euro, «e non vedo proprio perché dovrebbero essere i cittadini a pagare per riparare il danno, sebbe con la prospettiva che poi il Comune si rifaccia su chi ha compiuto l’abuso. Se poi dovesse comunque andare così, passerò per il consiglio comunale».
Saranno ancora carte bollate, sarà ancora Malosso contro tutti, almeno a tener fede a un imperdibile intervista in quattro puntate che ancora circola in rete — titolo, “Le verità nascoste” — in cui il Nostro compare anche vestito da esploratore sahariano e lancia le accuse più disparate contro il sindaco dell’epoca, reo di voler bloccare la sua attività. E sarà ancora, per chissà quanti anni — magari fino a diventare un vero reperto storico — la Disneyland del grottesco italiano.