Domande semplici per capire se e in che misura si stia vivendo in una bolla tossica e potenzialmente a rischio e non in una storia d’amore. Consigli pratici per intervenire quando si assiste a un episodio di violenza fisica, verbale o digitale. La Fondazione Giulia Cecchettin, voluta da Gino Cecchettin, il padre della studentessa massacrata dal suo ex che non accettava la fine della relazione, pubblica sul proprio sito un agile vademecum diretto a tutti. Questo perché la violenza – e il brutale femminicidio di Giulia Cecchettin lo ha mostrato in modo plastico – può annidarsi ovunque, una relazione morbosa e pericolosa non è necessariamente espressione di un contesto di degrado o disagio. E allora mentre il ministero latita e sabota l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, negandola alle elementari e alle medie e vincolando la frequentazione dei corsi al consenso delle famiglie, educare negli anni successivi, ecco un manualetto di poche pagine che spiega come imparare a saper leggere i segnali è la strada più efficace in attesa del necessario cambiamento sociale e culturale.
Le domande da farsi
“L’amore non è controllo, paura, ansia”, si ricorda. A chi viva una relazione, si fanno domande semplici. “Ti dice come dovresti vestirti, truccarti o comportarti? Ti isola da amici, familiari o colleghi?”. E altrettanto semplici sono le risposte: non è attenzione, sono controllo e possesso. E allo stesso principio, non a presunte “tutele”, risponde il monitoraggio, se non l’appropriazione della gestione del proprio denaro. “La fiducia non ha bisogno di password”, si ricorda a chi ha a che fare con un partner che pretende di monitorare social, mail e account, così come la distanza abissale fra battute ironiche e svalutazione, sistematica minimizzazione di sentimenti e stati d’animo. Insulti, urla, umiliazioni, si ricorda, non sono “semplicemente uno scherzo”.
Attenzione alla manipolazione
Il vademecum mette in guardia anche dalle tecniche più subdole, più difficili da leggere o percepire come una minaccia, dal love-bombing – “ti riempie di attenzioni e promesse per poi cambiare improvvisamente” – al gaslighting - ti fa dubitare della tua memoria o della tua percezione della realtà – fino al più comune ricatto emotivo che va dalla minaccia di farsi male in caso di abbandono alla necessità di abbandonare hobby, attività sportive e culturali, frequentazioni e amicizie per “passare più tempo insieme” o ancora ai silenzi punitivi dopo una discussione.
Parlare per salvarsi
“Chi ti ama non ti controlla, chi ti ama non ti fa paura, chi ti ama non ti spegne”, si ricorda, invitando chi viva una situazione di difficoltà a condividerla con un soggetto di fiducia: amici, adulti di riferimento, docenti, centri antiviolenza, o chiamando ai numeri utili, a partire dal 1522. È il primo necessario passo perché “Chiedere aiuto è un atto di forza, non di debolezza”.
Prevenzione della violenza, impegno collettivo
La guida non è uno strumento pensato solo per chi si trovi a vivere una relazione, ma anche per le persone che si trovino ad assistere a episodi di violenza fisica, verbale, psicologica, digitale. “La prevenzione della violenza è un impegno collettivo – si ricorda - Ogni intervento consapevole contribuisce a creare spazi più sicuri e rispettosi per tutte e tutti”. E c’è un modo per farlo “in sicurezza”. Lo hanno chiamato “metodo delle 5D” – distrai, delega, documenta, dai sostegno, dichiara” e offre consigli utili per disinnescare una situazione di pericolo per una persona o che lo possa facilmente diventare. Non sono cinque step da seguire progressivamente, ma esempi di comportamenti utili, da usare o combinare a seconda della situazione.
Le cinque D per disinnescare la violenza
Prima tattica possibile, distrarre creando un diversivo, dal fingere di conoscere la persona aggredita al chiedere una qualsiasi informazione per interrompere una discussione violenta. Seconda, chiedere aiuto a altre persone, dai passanti al personale di sicurezza. Terza ipotesi, documentare: “Fai video o foto (senza metterti a rischio). Prendi nota di luogo, ora, descrizione”. Ma attenzione, niente condivisione sui social. Quarta, dare sostegno alla persona aggredita, anche solo con una semplice domanda – “stai bene?” – o un’offerta di supporto, “ti accompagno?”. Quinta, dichiara. Significa dire esplicitamente che qualcosa non va bene. “Diventare testimoni attivi significa: riconoscere, non minimizzare, scegliere di agire, sostenere chi subisce”. E non serve semplicemente a chi venga aggredito, ma a tutta la comunità.