Querele bavaglio, la direttiva Ue arriva in Italia ma tutela meno di un caso su dieci
di Rory CappelliLa direttiva europea per fermare le querele bavaglio arriva in Italia in ritardo e, secondo le associazioni che si occupano di libertà di informazione, rischia di lasciare scoperta proprio la stragrande maggioranza delle persone che dovrebbe proteggere. Mentre il Parlamento si avvia ad approvare il decreto di recepimento, la Commissione europea ha già aperto una procedura di infrazione contro l'Italia per non aver rispettato la scadenza del 7 maggio prevista per l'attuazione della normativa.
Pressione sui giornalisti
Il punto, denunciano le organizzazioni che seguono il fenomeno delle Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), è che il testo predisposto dal Governo recepisce la direttiva nella sua forma più restrittiva…
La direttiva europea per fermare le querele bavaglio arriva in Italia in ritardo e, secondo le associazioni che si occupano di libertà di informazione, rischia di lasciare scoperta proprio la stragrande maggioranza delle persone che dovrebbe proteggere. Mentre il Parlamento si avvia ad approvare il decreto di recepimento, la Commissione europea ha già aperto una procedura di infrazione contro l'Italia per non aver rispettato la scadenza del 7 maggio prevista per l'attuazione della normativa.
Libertà di stampa: azioni legali in crescita, Italia ancora prima in Europa per le querele temerarie
Pressione sui giornalisti
Il punto, denunciano le organizzazioni che seguono il fenomeno delle Slapp (Strategic Lawsuits Against Public Participation), è che il testo predisposto dal Governo recepisce la direttiva nella sua forma più restrittiva: le nuove garanzie riguardano infatti soltanto le cause civili con implicazioni transfrontaliere, cioè quelle che coinvolgono soggetti di diversi Stati membri. Restano invece fuori i procedimenti interamente italiani e, soprattutto, quelli penali per diffamazione, che nel nostro Paese rappresentano uno degli strumenti più utilizzati per fare pressione su giornalisti, attivisti, ricercatori e difensori dei diritti.
La rete Case
Secondo i dati raccolti da Case (Coalition Against Slapp in Europe), la rete europea che riunisce oltre cento organizzazioni della società civile, associazioni di giornalisti, centri di ricerca e gruppi per la difesa dei diritti fondamentali impegnati nel monitoraggio delle querele temerarie, i procedimenti civili transfrontalieri rappresentano meno del 10% delle Slapp registrate in Europa. I processi penali costituiscono invece circa un quinto del totale censito fino alla fine del 2024. Il risultato è che il recepimento italiano rischia di proteggere meno di un caso su dieci.
In Italia il più alto numero di querele temerarie
Un dato che pesa ancora di più se si guarda alla situazione italiana. Sempre secondo il monitoraggio di Case, l'Italia è da due anni il Paese europeo con il maggior numero di querele temerarie censite. Azioni giudiziarie che non puntano tanto a ottenere una condanna quanto a scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico, imponendo a chi le subisce anni di processo, costi elevati e un inevitabile effetto intimidatorio.
L'iter parlamentare è ormai alle battute finali. Il 30 luglio la Commissione Politiche dell'Unione europea della Camera ha espresso parere favorevole senza osservazioni. Nei prossimi giorni sarà il turno delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, dopodiché il decreto tornerà sul tavolo del Governo per il via libera definitivo.
Due proposte alternative di parere, presentate da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, chiedevano di estendere le tutele anche ai procedimenti nazionali e a quelli penali. Non sono però ancora state votate. Nel parere approvato si osserva soltanto che il decreto adotta una definizione "molto ampia" della dimensione transfrontaliera, ma quello che avviene è il contrario: la definizione viene ristretta più di quella europea. Invece di considerare transfrontalieri casi con implicazioni transfrontaliere, infatti, l'Italia ha adottato un criterio di domicilio (se entrambe le parti sono domiciliate in Italia il caso non è transfrontaliero).
Questa definizione è più restrittiva di quella europea e potrebbe essere contraria alla direttiva stessa, quindi potenzialmente incompatibile con il diritto europeo.
"Prima che l’iter si concluda”
Per The Good Lobby Italia, che fa parte di Case Italia, il nodo è proprio questo. "Una legge contro le querele bavaglio che esclude i casi nazionali e i procedimenti penali, e quindi anche le querele per diffamazione, lascia le cose come stanno", afferma Andi Shehu, policy officer dell'organizzazione. "Il testo può ancora essere corretto estendendo le tutele prima che l'iter si concluda".
Tra gli esempi citati dall'associazione c'è il procedimento a carico del comico Daniele Fabbri, imputato per diffamazione per un episodio del 2021 del podcast satirico Contiene parolacce, in cui elencava epiteti non sessisti, tra cui 'puzzona', commentando gli insulti rivolti all'allora leader di FdI da un docente universitario. Meloni si è costituita parte civile nel 2025 chiedendo 20mila euro. Un procedimento che, se il decreto fosse approvato senza modifiche, resterebbe escluso dalle nuove garanzie perché penale e interamente nazionale.
L’infrazione per il mancato recepimento della direttiva
La questione arriva in un momento delicato anche sul piano europeo. Il 15 luglio Bruxelles ha formalmente contestato all'Italia il mancato recepimento della direttiva, aprendo la procedura di infrazione. Ma, secondo le organizzazioni che da anni monitorano il fenomeno, il rischio è che il problema non sia soltanto il ritardo. È che una legge nata per arginare le querele bavaglio finisca per lasciare senza protezione proprio la quasi totalità dei casi che oggi colpiscono giornalisti, attivisti e chi interviene nell'interesse pubblico.
Per questo The Good Lobby Italia ha lanciato oggi la campagna "Un ombrello bucato non protegge nessuno", realizzata con l'agenzia Stormi. L'immagine scelta è quella di un ombrello pieno di fori: un simbolo di una protezione che, almeno nella versione attuale del decreto, rischia di fermare ben poche delle "piogge" giudiziarie che continuano a investire il dibattito pubblico italiano.