✕

Giulio Betti: “A Ferragosto un’ondata di calore. Il caldo del 2026 sarà la nuova normalità”

Ascolta l'audio

L’intervista al meteorologo e climatologo dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr: “Nei prossimi giorni temporali su Alpi e Appennini, poi di nuovo l’anticiclone”
2 minuti di lettura

Non solo il giorno, anche le notti ormai non danno più tregua. La quarta ondata di calore non arretra e i temporali pomeridiani su Alpi e Appennino previsti nei prossimi giorni non sembrano portare sollievo termico.

A tracciare lo scenario fino a Ferragosto è Giulio Betti, meteorologo e climatologo dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr e del Consorzio LaMMA: «Ci possiamo scordare estati fresche come negli anni ‘70 e ‘80. È termodinamicamente impossibile tornare indietro».

Da giorni si parla di quarta ondata di calore. Un evento che sembrerebbe non attenuarsi fino almeno a metà mese. Lo conferma?

«Da un punto di vista meteorologico, l’incertezza nel prevedere cosa succederà nei dieci giorni che ci accompagnano al Ferragosto è ampia. Quello che possiamo dire è che a partire da venerdì e sabato, fino al 12 agosto il grande caldo sarà intervallato da fenomeni temporaleschi pomeridiani, soprattutto sulle zone alpine e sull’Appennino settentrionale. In particolare, l’instabilità toccherà…

Non solo il giorno, anche le notti ormai non danno più tregua. La quarta ondata di calore non arretra e i temporali pomeridiani su Alpi e Appennino previsti nei prossimi giorni non sembrano portare sollievo termico.

A tracciare lo scenario fino a Ferragosto è Giulio Betti, meteorologo e climatologo dell’Istituto di Biometeorologia del Cnr e del Consorzio LaMMA: «Ci possiamo scordare estati fresche come negli anni ‘70 e ‘80. È termodinamicamente impossibile tornare indietro».

Da giorni si parla di quarta ondata di calore. Un evento che sembrerebbe non attenuarsi fino almeno a metà mese. Lo conferma?

«Da un punto di vista meteorologico, l’incertezza nel prevedere cosa succederà nei dieci giorni che ci accompagnano al Ferragosto è ampia. Quello che possiamo dire è che a partire da venerdì e sabato, fino al 12 agosto il grande caldo sarà intervallato da fenomeni temporaleschi pomeridiani, soprattutto sulle zone alpine e sull’Appennino settentrionale. In particolare, l’instabilità toccherà le zone tra Abruzzo e Molise».

Non è una buona notizia?

«Non saranno precipitazioni estese diffuse, quelle che servirebbero in momenti come quello che stiamo vivendo – soprattutto al nord – di forte siccità. Ma rovesci che non porteranno beneficio a livello termico, la massa d’aria rimarrà invariata».

Ci saranno episodi di dissesto idrogeologico?

«Localmente le criticità non sono escluse. Pensiamo a quello che è successo in Val di Fassa solo due giorni fa. Piccole fiamme, frane, smottamenti, allagamenti circoscritti. Il rischio è soprattutto in montagna, dove nei prossimi giorni i rovesci possono essere anche forti. Il consiglio è di prestare massima attenzione, soprattutto nel pomeriggio: è importante consultare i bollettini meteo, limitare le attività nelle ore più sicure».

E per quanto riguarda il giorno di Ferragosto? È già possibile fare delle previsioni?

«È un po’ presto per dirlo. Sappiamo che nel fine settimana ci sarà un ridimensionamento minimo del caldo: si passerà dai 38 ai 35-34°C circa al nord. Ma che a partire da lunedì 10 agosto l’anticiclone si rinforzerà nuovamente. Questo significherà avere un Ferragosto, nel complesso, soleggiato, con temperature estremamente alte - simili a quelle di questi giorni – soprattutto al centro nord. E con possibili disturbi temporaleschi al sud: dai rilievi appenninici centrali e meridionali, fino alle zone interne della Sicilia».

Parliamo sempre delle temperature massime. Eppure, spesso a darci segnali di criticità sono proprio le minime.

«Confermo. Ormai si assiste a una serie ininterrotta di notti tropicali, con temperature che viaggiano abbondantemente al di sopra dei 20°C. In alcune zone della Val Padana, in questi giorni, di notte, non si è mai scesi sotto i 27-28°C. É un problema anche sanitario».

Cosa significa questo?

«Che il calore non riesce a dissiparsi. È una complicazione enorme, che non fa altro che aumentare le ondate di calore. In più, non consente a nessun essere vivente – vegetale o animale – di avere un recupero termico. Dappertutto c’è discomfort, dalle coste alle pianure. Per trovare un po’ di agio bisogna essere in alta montagna. E non parliamo dei centri urbanizzati e cementificati: lì la dispersione è praticamente impossibile. Serve ripensare le città, serve ripiantumare e proporre delle metropoli verdi».

È vero, come si è detto spesso in questi giorni, che questa sarà l’estate più fresca dei prossimi anni?

«È un’efficace provocazione, che però ha fondamento scientifico. Da un punto di vista statistico, non osserveremo estati sempre più calde. È possibile che l’anno prossimo sarà leggermente meno caldo di ora, l’estate successiva invece un po’ di più, quella dopo leggermente meno. Parlerei piuttosto della probabilità di vivere in maniera graduale estati sempre più calde. Il problema vero è che le prossime oscilleranno intorno ai livelli del 2026, che diventerà la nuova normalità».

Perché sarebbe il problema principale?

«Perché questa è un’estate estrema, simile a quella del 2003: una stagione che doveva essere un’eccezione. Nessun essere vivente avrebbe mai dovuto rivivere quella condizione, che ha dei tempi di recupero estremamente lunghi. Parliamo anche di ritorni secolari di 500 anni. Invece eccoci qua, a poco più di vent’anni di distanza. Quel che è certo è che ci possiamo scordare estati fresche come negli anni ’70 e ’80. È termodinamicamente impossibile tornare indietro».

Leggi i commenti