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La fecondazione assistita e i privati che dettano legge: sognare un figlio costa caro

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I centri pubblici restano una minoranza e ogni anno 38mila coppie sono costrette a pagare per accedere al trattamento
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Il sogno di un figlio costa caro a circa 40 mila coppie italiane, che ogni anno si rivolgono ai centri privati di procreazione medicalmente assistita perché quelli pubblici non sono in grado di rispondere a tutte le richieste. È il paradosso di un Paese che ha un problema drammatico di denatalità ma non riesce ad assicurare prestazioni sanitarie gratuite a tutti coloro che vorrebbero un aiuto a fare un bambino.

Eppure la Pma, omologa ed eterologa, dovrebbe essere un Livello essenziale di assistenza, quindi un’attività sanitaria che tutte le Regioni sono tenute a garantire ai propri cittadini. Per migliorare la risposta, le amministrazioni locali che possono permetterselo (avendo fondi a disposizione) si affidano ai centri convenzionati. In queste strutture, come in quelle pubbliche, il cittadino non paga o paga un ticket variabile a seconda delle Regione, ma si tratta comunque di realtà private che inseguono il profitto, visto che ricevono un rimborso per ogni trattamento.

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Il sogno di un figlio costa caro a circa 40 mila coppie italiane, che ogni anno si rivolgono ai centri privati di procreazione medicalmente assistita perché quelli pubblici non sono in grado di rispondere a tutte le richieste. È il paradosso di un Paese che ha un problema drammatico di denatalità ma non riesce ad assicurare prestazioni sanitarie gratuite a tutti coloro che vorrebbero un aiuto a fare un bambino.

Eppure la Pma, omologa ed eterologa, dovrebbe essere un Livello essenziale di assistenza, quindi un’attività sanitaria che tutte le Regioni sono tenute a garantire ai propri cittadini. Per migliorare la risposta, le amministrazioni locali che possono permetterselo (avendo fondi a disposizione) si affidano ai centri convenzionati. In queste strutture, come in quelle pubbliche, il cittadino non paga o paga un ticket variabile a seconda delle Regione, ma si tratta comunque di realtà private che inseguono il profitto, visto che ricevono un rimborso per ogni trattamento.

Un esempio è proprio il San Raffaele di Milano, dove a fine luglio è avvenuto lo scambio di embrioni. Svolge quasi tutta la sua attività per conto della Lombardia. Le Regioni che invece non hanno abbastanza centri pubblici e non sono in grado di aprire nuove convenzioni, perché non hanno soldi da investire su questa attività, cioè per aumentare gli organici e in generale tutta l’offerta, spingono i cittadini verso il privato.

Le battaglie contro la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita, molto restrittiva quando è stata scritta e poi smontata pezzo dopo pezzo dalle sentenze della Corte Costituzionale, fino al via libera nel 2014 proprio all’eterologa, hanno dunque trovato molto indietro il sistema sanitario pubblico e prontissimi i centri privati, che negli anni hanno visto crescere i loro business.

La domanda, del resto, continua ad aumentare. Nel 2012 in Italia ci sono state 8.309 gravidanze grazie alla Pma. Nel 2025 il dato, dice il ministero alla Salute, è salito a 16.180, ovvero è praticamente raddoppiato. Il numero dei bambini nati è superiore, a causa dei parti gemellari, ma quello più recente messo a disposizione sempre dal ministero nell’ultima relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 40 si ferma al 2023, quando sono nati 17.235 bambini grazie a 15 mila parti. Quell’anno, il 4,5% delle nascite registrate in Italia è avvenuto grazie alla fecondazione assistita. È un dato che è raddoppiato in poco più di dieci anni e probabilmente nel 2025 è cresciuto ancora.

Ben 103 centri di procreazione medicalmente assistita, cioè il 55,4% del totale, sono privati. I convenzionati sono 16 (8,6%) e quelli pubblici 67 (36%). In tutto i centri hanno fatto 112 mila cicli nel 2023. Se si guarda l’attività gli equilibri cambiano e molto. I convenzionati infatti svolgono un quarto dell’attività, i pubblici il 32% e i privati il 42%. Al Sud la presenza dei privati è altissima. I 27 centri di questo tipo fanno addirittura il 77% dei trattamenti. Per questo molte coppie si spostano verso il Centro-Nord, dove cercano strutture pubbliche disponibili a fare trattamenti al costo del ticket. Spesso però alcune realtà locali mettono tetti a chi arriva da fuori perché non riescono a recuperare i costi delle prestazioni dalle Regioni di provenienza delle coppie. Comunque sia, i dati raccontano di circa 38 mila coppie che fanno 42 mila cicli a pagamento in un anno. La spesa è sostenuta: dai 3 ai 6 mila euro per l’omologa e ancora di più per l’eterologa, che prevede l’utilizzo di gameti di una donatrice, di un donatore o (in casi residuali) di entrambe.

È proprio questo tipo di trattamento a mettere in evidenza i problemi più drammatici per il servizio sanitario pubblico. La fecondazione eterologa praticamente non viene svolta in gran parte degli ospedali del sistema sanitario nazionale. E così ben 11 mila coppie su 16 mila (il 70% circa) si devono rivolgere al privato puro, dove un ciclo può costare tra i 5 e i 9 mila euro, perché è previsto anche l’acquisto dei gameti di donatori all’estero. Un giro d’affari, a spanne, da una ottantina di milioni di euro, che tra l’altro non ha interrotto i viaggi fuori confine di alcune coppie. Visto che da noi l’offerta è scarsa, molti scelgono comunque di spostarsi, magari in Spagna.

Ma il danno peggiore viene arrecato a chi non può permettersi di pagare il trattamento del privato e non trova risposte nel servizio pubblico. Si tratta di coppie che devono rinunciare alla possibilità di avere un figlio con la procreazione medicalmente assistita. Con buona pace delle promesse di politiche per la promozione della natalità.

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