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Alex Honnold sulle Dolomiti: quando la leggenda dell’arrampicata scopre l’overtourism

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L’atleta, protagonista del documentario premio Oscar “Free Solo”, in questi giorni sta esplorando Tofane, Marmolada e Gusela del Nuvolau. Una fotografia scattata a Passo Giau, con le auto parcheggiate lungo la statale, apre una riflessione sulle responsabilità dei social
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Alex Honnold è arrivato sulle Dolomiti da qualche giorno, e in poco tempo è già entrato due volte, suo malgrado, nella cronaca dell’overtourism alpino. Prima alle Tre Cime di Lavaredo, dove la leggenda dell’arrampicata free solo (la disciplina più estrema del climbing, praticata senza corde né protezioni) e il compagno di cordata volevano salire sulla Cima Grande: parcheggio saturo e piano saltato su due piedi. Poi a Passo Giau, pochi giorni dopo.

Dopo aver scalato Tofane, Marmolada e la Gusela del Nuvolau – e aver postato immagini di pareti e vie scalate – Honnold ha usato lo zoom della fotocamera (lo stesso che, scrive, di solito punta su mucche al pascolo o camosci) per fotografare dall’alto la fila di auto incolonnate lungo i tornanti del passo.

Risultato? Quattro milioni di follower su Instagram hanno visto, attraverso gli occhi del protagonista di Free Solo, documentario prodotto da National Geographic e premiato…

Alex Honnold è arrivato sulle Dolomiti da qualche giorno, e in poco tempo è già entrato due volte, suo malgrado, nella cronaca dell’overtourism alpino. Prima alle Tre Cime di Lavaredo, dove la leggenda dell’arrampicata free solo (la disciplina più estrema del climbing, praticata senza corde né protezioni) e il compagno di cordata volevano salire sulla Cima Grande: parcheggio saturo e piano saltato su due piedi. Poi a Passo Giau, pochi giorni dopo.

Dopo aver scalato Tofane, Marmolada e la Gusela del Nuvolau – e aver postato immagini di pareti e vie scalate – Honnold ha usato lo zoom della fotocamera (lo stesso che, scrive, di solito punta su mucche al pascolo o camosci) per fotografare dall’alto la fila di auto incolonnate lungo i tornanti del passo.

Risultato? Quattro milioni di follower su Instagram hanno visto, attraverso gli occhi del protagonista di Free Solo, documentario prodotto da National Geographic e premiato con l’Oscar nel 2019, cosa significa stare sulle Dolomiti ad agosto. Che aspetto ha, oggi, l’overtourism. Social media e contenuti virali hanno riscritto le mappe del desiderio turistico: non scegliamo più una meta solo per scoprirla, ma sempre più spesso perché l’abbiamo già vista, mille volte, nel feed di qualcun altro.

L'immagine delle automobili parcheggiate a Passo Giau ©Alex Honnold 

Non è un’impressione, è un meccanismo misurabile. È la frontiera del viaggio come performance da documentare. Secondo Ruben Santopietro, CEO di Visit Italy, quasi tre viaggiatori su quattro oggi scelgono la meta seguendo le tendenze social. Sulle Dolomiti i numeri lo confermano. Nel 2025 le Tre Cime di Lavaredo hanno registrato circa 250mila visitatori. Il lago di Sorapis arriva a punte di 3mila persone al giorno. Alle navette per il rifugio Auronzo si sono viste code superiori alle 300 persone. E nei primi cinque mesi del 2026 le prenotazioni ricettive in area dolomitica sono cresciute del 37%, mentre i turisti stranieri in Trentino-Alto Adige sono aumentati del 40% in due anni.

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Le amministrazioni rincorrono ai ripari: prenotazione obbligatoria dei parcheggi a Braies dal 2023, pattuglie sopra i 1.500 metri per intercettare escursionisti impreparati e, al Seceda, un tornello installato dai proprietari dei terreni per contingentare l’accesso al punto panoramico più fotografato d’Italia. Risposte tecniche a un fenomeno che, a monte, si alimenta anche di ogni fotografia geolocalizzata che promette un angolo di paradiso raggiungibile in giornata.

©Alex Honnold 

Non serve la fama planetaria di un atleta come Honnold per innescare un effetto a catena. A Roccaraso, in Abruzzo, sono bastati i video dell’influencer Rita De Crescenzo per trasformare in poche settimane una località montana in un caso nazionale di sovraffollamento improvviso, tra strade congestionate, servizi in affanno e tensioni con i residenti. La scala del profilo social conta meno di quanto si pensi: quello che conta è la capacità di un contenuto di diventare virale.

(ansa)

È qui che si inserisce un dibattito che nell’ambiente outdoor va avanti da anni: il geotagging, l’abitudine di taggare con precisione il luogo di uno scatto. Parchi nazionali e aree protette in tutto il mondo (così come il Center for Outdoor Ethics, con campagne come la Tag Responsibly, Keep Wild Places Wild) chiedono da tempo ai visitatori di non geolocalizzare siti specifici, dopo casi documentati di sentieri erosi e vegetazione compattata per la viralità improvvisa di luoghi fino ad allora poco frequentati.

Il problema, però, non è solo ambientale: condividere coordinate esatte espone i turisti a rischi reali, spingendo alcuni a sporgersi da dirupi senza protezione o ad abbandonare i sentieri tracciati pur di replicare uno scatto visto online, con un carico di interventi che ricade sul soccorso alpino. Oltre ad aumentare il rischio di sfruttare informazioni sensibili per il bracconaggio di specie rare.

Non tutti, ça va sans dire, sono d’accordo: c’è chi ritiene che negare l’informazione sia un elitarismo mascherato da tutela, e che il problema non sia la foto ma la gestione dei flussi a valle. Resta però un punto difficile da aggirare: ogni immagine che rende un luogo riconoscibile, con o senza tag, lo rende anche più raggiungibile nell’immaginario di chi guarda. Honnold lo ha capito, forse, proprio mentre fotografava le autoparcheggiate a Passo Giau: la sua stessa presenza, il suo stesso racconto, fanno parte della dinamica che stava documentando dall’alto. Non è detto che sia una deriva ineluttabile.

Gli studiosi Stefan Gössling e C. Michael Hall – noti soprattutto per le loro ricerche nel campo della geografia del turismo, della sostenibilità e dei cambiamenti climatici applicati al settore turistico -sostengono che gli stessi content creator possono diventare agenti di cambiamento, raccontando ritmi più lenti, stagioni meno affollate, mete meno note, la complessità di un viaggio (i limiti, il rapporto con chi ci vive) invece della sola superficie estetica. La domanda non riguarda solo Honnold, ma chiunque abbia in tasca uno smartphone davanti a un panorama che vale la pena condividere: in certi luoghi, in certi momenti, l’atto più coerente con la tutela del territorio potrebbe essere semplicemente smettere di postare. Chi è disposto a farlo?

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