“Per mesi mi sono detta: a Crans sarei dovuta morire io. Solo ora sto superando il senso di colpa”
di Tiziana De Giorgio , Rosario Di RaimondoChe giro inaspettato ha fatto la sua lettera. L’ha scritta a febbraio, ha trovato posto nel memoriale per le vittime di Crans-Montana e mesi dopo è arrivata sulla scrivania dei pm che indagano sulla strage del Constellation. Perché il suo biglietto contiene dettagli importanti. L’autrice è Albane, 17 anni, parigina, che quella notte era nel locale con le sue amiche e si è salvata. Le ferite della tragedia, all’inizio, l’hanno spinta a provare persino un senso di colpa per essere sopravvissuta – “Sarei dovuta morire io”, ha detto – che ora pian piano sta superando.
Albane, perché ha deciso di scrivere quella lettera?
“Un’amica che a Capodanno era con me al Constellation, sarebbe tornata in vacanza a Crans-Montana. Lei è rimasta molto colpita per quello che è successo. L’ho scritta perché volevo farle sentire che le ero accanto. È stata lei a portarla al memoriale per le vittime”.
Lei racconta un dettaglio molto importante: la porta laterale del Constellation, quella notte, era chiusa …
Che giro inaspettato ha fatto la sua lettera. L’ha scritta a febbraio, ha trovato posto nel memoriale per le vittime di Crans-Montana e mesi dopo è arrivata sulla scrivania dei pm che indagano sulla strage del Constellation. Perché il suo biglietto contiene dettagli importanti. L’autrice è Albane, 17 anni, parigina, che quella notte era nel locale con le sue amiche e si è salvata. Le ferite della tragedia, all’inizio, l’hanno spinta a provare persino un senso di colpa per essere sopravvissuta – “Sarei dovuta morire io”, ha detto – che ora pian piano sta superando.
Albane, perché ha deciso di scrivere quella lettera?
“Un’amica che a Capodanno era con me al Constellation, sarebbe tornata in vacanza a Crans-Montana. Lei è rimasta molto colpita per quello che è successo. L’ho scritta perché volevo farle sentire che le ero accanto. È stata lei a portarla al memoriale per le vittime”.
Lei racconta un dettaglio molto importante: la porta laterale del Constellation, quella notte, era chiusa a chiave. Lì dietro vennero trovati dei corpi.
“Quando sono arrivata al Constellation ero con le mie amiche. Non siamo entrate tutte insieme, e una di noi ha detto: ‘Vado a cercare mia sorella, che è fuori’. Ha chiesto di poter uscire un attimo dalla porta laterale, perché c’era la musica alta e il rumore delle persone e non poteva parlare al telefono. Ha provato ad aprire quella porta ma un signore le ha detto che non si poteva”.
Per evitare che le persone uscissero da lì senza pagare?
“In quel momento non ci ha detto che era questo il motivo. È quello che noi abbiamo capito dopo. Certo, mi aveva colpito subito che quella porta non si potesse aprire, non potevo immaginare quello che sarebbe poi successo”.
Racconta della spedizione delle bottiglie a un tavolo, con la titolare Jessica Moretti che ha chiesto di aspettare 15 minuti affinché il locale si riempisse di gente…
“La mia amica è andata al bar e ha chiesto da bere. C’erano le due cameriere, una di loro aveva un piccolo foglio con un numero di bottiglie da portare a un tavolo. L’altra persona, che mi sembra fosse Jessica, ha risposto: ‘Ok, ma aspettiamo 15 minuti’. In quel momento mi era sembrato solo un dettaglio”.
Ma alla fine, in questo modo, al momento dell’incendio c’erano più persone.
“Sì, perché in piazza c’era il conto alla rovescia per il nuovo anno, e ho capito che si aspettava prima l’arrivo di più clienti”.
Se la sente di raccontarci dov’era al momento dell’incendio?
“Al bar nel piano seminterrato. Siamo riuscite a scappare subito, appena abbiamo visto il fuoco. All’inizio non mi sembrava un problema, ho pensato: ‘Wow, è un effetto speciale’. La mia amica ha urlato: non è normale, usciamo. E siamo uscite subito, passando per quella scala che molti ragazzi hanno cercato di percorrere tutti assieme. Fuori, in strada, non volevamo vedere quello che succedeva. Mi sono accorta che per sbaglio avevo scambiato la mia giacca con quella di un altro, quindi sono tornata all’ingresso per portarla davanti al bar e in quel momento abbiamo visto le prime persone bruciate. Ci siamo dette: lasciamo che i vigili del fuoco facciano il loro lavoro. E abbiamo chiamato i nostri genitori”.
Nella lettera scrive che sarebbe dovuta morire lei. Si sente ancora così tanto in colpa per essere sopravvissuta?
“Oggi cerco di pensare ad altro, perché mi fa male, è qualcosa di così grande…Nel frattempo sono successe altre cose nella mia vita e si deve andare avanti: frequento l’ultimo anno di liceo, andrò all’università, studio anche l’italiano. Le mie amiche sono uscite salve: sono felice per questo”.
Pensa che quella strage si poteva evitare?
“Dopo quello che ho visto e sentito, penso che le misure di sicurezza non fossero adatte. Quel bar non era pensato per stare in tanti in sicurezza, ma per fare soldi. Con il nuovo anno c’erano più persone, più commercio”.
Sulla lettera ha lasciato pure il suo numero di cellulare…Se i pm la chiamassero, andrebbe a testimoniare?
“L’ho fatto perché mi sono detta: se qualcuno la trova, un amico, un genitore delle vittime, magari può chiamarmi. Ma non mi aspettavo questo, che qualcuno la leggesse. Se mi chiamassero a testimoniare? Forse mi farebbe un po’ impressione, ma non ci ho mai pensato”.
Tornerà a Crans-Montana?
“Non lo so. Una mia amica ha casa lì. A Capodanno era la mia prima volta a Crans. Forse tra qualche anno ci tornerò, se riuscirò a non pensare così tanto a quello che è successo”.
Segue gli sviluppi dell’inchiesta? Cosa si augura?
“Spero che si faccia giustizia per le famiglie delle vittime. Penso ai genitori che hanno perso i loro figli. Ho visto che c’era una petizione per non far riaprire locali dei Moretti. Ho firmato anch’io”.