Cronaca

I silenzi di Entrèves, l’oasi di pietra all’ombra del Bianco

I silenzi di Entrèves, l’oasi di pietra all’ombra del Bianco
Nell’ultimo borgo d’Italia prima del tunnel con la Francia tra acque, pini e baite. La montagna custodisce la memoria
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Entrèves (Courmayeur) – L’ultimo borgo d’Italia prima del tunnel del Monte Bianco è un tangram di pietra e legno, un meccano medievale con incastri perfetti e fuori dal tempo. Alle spalle c’è la mondanissima Courmayeur, a due chilometri appena, e a un chilometro e 300 metri il traforo che porta a Chamonix e in Francia: eppure, la vita di Entrèves sul confine non è compressa, né compromessa. Piena e rotonda come se l’orizzonte non fosse schiacciato dal colosso di ghiaccio che pure, sempre più velocemente, si sta sciogliendo.

Il rumore del torrente che scorre, e per il resto silenzio. Entrèves propone una dimensione incongrua e affascinante. Il toponimo significa “tra le acque” (nella lingua patois, che in Valle d’Aosta ancora si parla, acqua si dice “éve”). I Latini, che di qui passarono, dicevano “inter aquas”, nella circostanza quelle della Dora di Veny e della Dora di Ferret che vanno poi a finire nella Dora Baltea, l’accento è sulla prima “a”, lontano ricordo delle elementari. Veny e Ferret sono anche i nomi delle due valli che si aprono a braccia di croce a destra e sinistra di Entrèves e conducono a boschi, escursioni e ghiacciai. L’immane blocco del Bianco si accompagna quasi in orizzontale alla Val Ferret, appeso a un futuro inquietante che è già arrivato e sposta lo zero termico sempre più su, perché ormai non solo in montagna non fa più freddo, ma fa quasi caldo come in pianura. Il ghiacciaio di Planpincieux sta scivolando a una velocità di 80 centimetri al giorno, e l’accesso in Val Ferret è regolamentato in modo rigido: sgombero in zona rossa, e coprifuoco in zona gialla da mezzanotte alle 6,30. Il disastro avanza a passo di gelo.

Val Veny o Val Ferret, la direzione è opposta e la scelta garantita, perché si tratta di meraviglie simmetriche, seguendo sentieri, rifugi e prelibatezze anche senza sottoporsi a ore di cammino. Ma, volendo, si può comunque raggiungere il Rifugio Elena (2.061 metri) oppure, se si riesce e si vuole, l’assai più impegnativo Rifugio Torino, 3.375 metri quasi in cima al Bianco: se non si è alpinisti, lassù si arriva solo in cabinovia, ed è anche questa un’esperienza forte nell’assoluto biancore ex eterno, ora non più. Tornando al patois, è bene specificare che non si tratta di un dialetto ma di una variante del francoprovenzale (la Vallée è bilingue), lingua romanza indipendente usata più per parlare che per scrivere. E, come ogni lingua, custodisce.

Il paradosso di Entrèves, 1.300 metri di altitudine a un paio d’ore da Milano e a un’ora e 40’ da Torino, è un labirinto di vicoli disposti a semicerchio tra baite di pietra, antiche stalle e fienili diventati abitazioni mimetizzate da antico. Le casette dell’ultimo villaggio abitato prima della Francia (oltre c’è solo La Palud, ma è un sobborgo di Entrèves) hanno balaustre decorate a seconda dell’uso del vano, etichettate come i barattoli di marmellata. E poi paioli in rame appesi, cuori in legno per decorare porte e finestre, le tende e i pizzi ricamati oltre il riflesso dei vetri. Su quasi tutti i portoni dei fienili c’è una croce, o una lettera “tav” capovolta, perché la divinità custodisse il raccolto e le bestie. Ora ci sono altri destini da proteggere, e molti riguardano l’ambiente in un domani (oggi?) surriscaldato e fragile.

Fino al 2015, la cabinovia del Bianco partiva da La Palud: ora la “Skyway Monte Bianco” ha la stazione più a valle e, nei giorni di sole smagliante, l’escursione porta fino a Punta Helbronner, 3.466 metri sorvolando per lunghi tratti la Vallée Blanche. Eppure, nonostante il serpentone dei villeggianti in coda, l’overtourism gira attorno a Entrèves e non la sfiora. Il borgo di pietra è un ottimo punto d’appoggio per altre divagazioni, come ad esempio il Parc Animalier di Introd dove non esiste, per fortuna, l’effetto zoo, e nell’arco di un paio d’ore di camminata tra cirmoli e tigli è possibile imbattersi in camosci, cervi, stambecchi o marmotte, a volte addirittura nel lupo, mentre l’aquila reale disegna cerchi tra le nuvole. E c’è una soluzione quasi per tutte le tasche, dall’albergo prestigioso alla casa vacanze dei Padri Somaschi: si chiama “La Madonnina” e appartiene, anche lei, a un tempo che sembrerebbe smarrito e invece no.

Entrèves è un anche luogo di memoria e dolore, se si torna con la mente alla sera del 24 marzo 1999, quando un camion in fiamme nel tunnel del Bianco scatenò l’apocalisse di fuoco e fumo in cui morirono 39 persone. Strada e galleria rimasero chiuse a lungo, e quando riaprirono nulla è stato più come prima.

Tempo di sofferenza, di memoria e quiete: nella solitudine di Entrèves si recuperano dimensioni. Ci si apre a un mondo di pensieri e camminate, in angoli di valle e monte in cui i telefoni e gli smartphone non prendono: i colori degli alpeggi diventano l’unico schermo nel quale specchiarsi, tutto molto analogico e slow. E intanto il ghiaccio sgocciola, e la fonte del lavatoio ottocentesco offre acqua d’alta quota che gela di denti, perché arriva da lassù: si viene per riempire caraffe, taniche e borracce, o per dissetarsi con sorsi che levano il fiato. Più che bere, sembra di mangiarsi la montagna.

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