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Amatrice dieci anni dopo è ancora un cantiere: “E i giovani fuggono via”

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Dopo il sisma, solo un terzo dei lavori è stato ultimato: “La ricostruzione è lenta e la città nel frattempo si spopola”, dice chi è rimasto. Il sindaco: “Ma la burocrazia non ci aiuta”
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AMATRICE – I vecchi sopravvissuti agli ultimi dieci anni di Amatrice dicono che i figli e i nipoti continuano ad andare via, che loro, semplicemente, non hanno avuto la forza di ricominciare da un’altra parte. Leonardo, che ha 17 anni e questa sera vuole organizzare un sabato con gli amici a una sagra vicino a Borbona, spiega: «Molti di noi sono andati a Roma, altri sulla costa adriatica, qualcuno più distante. Nella mia classe, ho finito la terza al liceo scientifico su, alla frazione di San Cipriano, siamo in nove, e ogni anno perdiamo un compagno».

Quattro coetanei gli sono intorno, due dormono nelle case in profilato plastico. Fuori dal centro commerciale hanno parcheggiato le minicar, così si sposteranno verso Borbona. «Dopo le nove di sera ad Amatrice non gira più un’anima, nemmeno in estate. Se hai spirito d’impresa, qui puoi mettere in piedi una società edile, un’azienda che produce miele, ma non fanno per me». Leonardo vuole continuare a studiare.

Casette calde in fibra di p…

AMATRICE – I vecchi sopravvissuti agli ultimi dieci anni di Amatrice dicono che i figli e i nipoti continuano ad andare via, che loro, semplicemente, non hanno avuto la forza di ricominciare da un’altra parte. Leonardo, che ha 17 anni e questa sera vuole organizzare un sabato con gli amici a una sagra vicino a Borbona, spiega: «Molti di noi sono andati a Roma, altri sulla costa adriatica, qualcuno più distante. Nella mia classe, ho finito la terza al liceo scientifico su, alla frazione di San Cipriano, siamo in nove, e ogni anno perdiamo un compagno».

Quattro coetanei gli sono intorno, due dormono nelle case in profilato plastico. Fuori dal centro commerciale hanno parcheggiato le minicar, così si sposteranno verso Borbona. «Dopo le nove di sera ad Amatrice non gira più un’anima, nemmeno in estate. Se hai spirito d’impresa, qui puoi mettere in piedi una società edile, un’azienda che produce miele, ma non fanno per me». Leonardo vuole continuare a studiare.

Casette calde in fibra di plastica, giovani alle sagre o più lontano, anziani che restano ma non coltivano la speranza. «È il momento più difficile, quello della consapevolezza», dice il sindaco Giorgio Cortellesi, Fratelli d’Italia come da tradizione in questa montagna. Dopo dieci anni lo spopolamento del territorio è del 13 per cento, ma, in verità, molti amatriciani hanno mantenuto qui la residenza, non la loro esistenza.

La casa verde smeriglio, di fronte alla Chiesa di Sant’Agostino, è tornata in piedi e mostra i colori accesi dell’originale, per anni è stata un tetto spanciato su un giardino. Lungo la salita di viale Padre Minozzi, dove i bus interni e i Cotral a lunga percorrenza sono incolonnati in un traffico persistente, si vedono nuove insegne di ristoranti, case finite e riconsegnate. Poi, ci sono imprese che non c’erano: chi ha piantato un vitigno, chi allargato un laboratorio di manicure. Già. Un decennio di post-terremoto ha prodotto, però, su tutto il cratere Amatrice – 69 frazioni, 31 cimiteri – la consegna del 38 per cento dei cantieri avviati. Solo 247 abitazioni ricostruite e ora agibili. Sono quattro edifici ogni dieci crollati, dopo dieci anni.

Il marketing del commissario straordinario Guido Castelli non aiuta a capire, per comprendere serve chiedere alla titolare del Bar Rinascimento, al muratore coinvolto nei lavori dal lunedì al venerdì e che ora si riposa al Campo zero degli sfollati, alla famiglia genovese del ristorante Zena (è arrivata qui dopo il terremoto, per solidarietà). «La ricostruzione è lenta, lenta, lenta», dicono tutti. Stanchi. Il sindaco: «Ci sono frazioni come Sommati e Scai con il 90 per cento degli edifici privati e pubblici ricostruiti». Poi c’è il centro storico, dove Cortellesi ci accompagna: ancora oggi è “zona rossa”, inaccessibile senza autorità. Il borgo medievale crollato alle 3.36 di dieci anni fa, adesso è diviso in aggregati, gruppi di edifici omogenei. Su 69 aggregati, i cantieri in corso sono solo dodici. Dieci le gru a cielo, una in movimento. Un filare di case è pronto in via Rosei, altre due in fondo alla spianata polverosa che era il centro della vita. Per il sessanta per cento degli edifici, tuttavia, non è stata presentata richiesta di ristrutturazione, oppure l’atto è ancora in discussione. Il centro storico, con i suoi conci a tetto, dopo dieci anni è ancora da tirare su.

Serviranno tante altre stagioni per completare la ricostruzione, giunta al quinto commissario straordinario. Lo si evince contando le autorizzazioni concesse per aprire un cantiere. «Non faccio più previsioni, vengo sempre disatteso», dice il sindaco. Sono tornati gli operai, comunque, «tre anni fa qui non c’era niente».

Insieme a Cortellesi si ripercorrono dieci anni di emergenza, parola cancellata soltanto lo scorso 5 agosto, in una seduta del Consiglio dei ministri. Dopo i sei gradi della scala Richter, è stato nominato un primo commissario, Vasco Errani, costretto a inventare gli interventi insieme all’allora sindaco Sergio Pirozzi. Due stagioni sono trascorse senza sussulti con la pd Paola De Micheli e il geologo cinque stelle Piero Farabollini. La ripartenza con Giovanni Legnini, poi il fermo del Covid e il raddoppio dei costi per le materie prime, quindi il bonus del 110 per cento e il Pnrr che hanno portato altrove le ditte. Infine, con il governo Meloni, i cento comunicati dell’ultimo commissario, il senatore di Fratelli d’Italia Guido Castelli: «Ognuno vende quello che ha», dice il sindaco. E le liti tra i proprietari e vicini approdate in municipio: «Per la contesa di un muretto da mezzo metro, slittano i lavori anche per mesi».

Si scende, l’ex Banca Etruria, scarnificata, ora sembra un teatro greco. E se a sinistra del corso Umberto I, la storica arteria del passeggio, oggi un passante d’asfalto che nasconde i servizi sotterranei, qualcosa si muove, a destra solo erbe incolte e sassi infuocati. Gli altri due comuni martiri, d’altro canto, sono messi così. Ad Accumoli il centro storico ha visto un ricostruito del 15 per cento. Arquata, che sopra la Salaria annovera una frazione che non esiste più, Pescara del Tronto, è sulle stesse medie: 15 per cento. Dieci anni di cratere nell’Italia centrale significano tecnici e un ex assessore condannati. L’allora sindaco Pirozzi è stato invece assolto dall’accusa di omicidio colposo per le sette persone morte dentro una palazzina. Defenestrato dalla Lucchese, che pure ha appena riportato in Serie D, l’ex sindaco-allenatore medita di ricandidarsi nella sua città.

Il consorzio locale di muratori e ingegneri, “Matri”, lo scrive ad ogni fine lavori: “Cantiere ultimato”. Il grande ospedale costretto nel tornante sotto il centro storico doveva essere pronto a luglio, lo aveva assicurato il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Le maestranze non hanno voluto lavorare nel fine settimana e l’inaugurazione è stata rimandata a fine anno. La ricostruzione della cattedrale di Amatrice è stata progettata più volte: non si poteva iniettare cemento né rafforzare, alcune parti devono essere demolite. Poi c’è l’istituto alberghiero. Il primo progetto fu pensato in legno compresso, si scoprì che era impossibile trasportarne i pezzi in montagna. La seconda impresa fu fermata perché il municipio avvistò pericoli di infiltrazioni mafiose e ora si è ripartiti con una terza azienda. «Abbiamo perso otto anni, anche qui».

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