Era un posto bellissimo, Amatrice, e continuerà a esserlo se la natura, gli Dei e soprattutto gli uomini se ne faranno carico...”. Mai come in questo caso dispiace citare le prime righe dell’articolo a quattro mani che con mia moglie, Elena Polidori, scrivemmo a caldo dopo aver visto sbrecciarsi la nostra amatissima casa e aver provato la sensazione che quel nostro abbraccio sarebbe stato l’ultimo — per cui ringraziamo il Signore che dopo quella notte siamo ancora qui a scrivere sui giornali considerazioni tanto appassionate quanto superflue.
Ciò detto, rileggendoci dieci anni dopo, più che sulla natura e le enfatiche divinità, è sugli uomini e sulle responsabilità, per non dire sulle colpe dei vari soggetti a vario titolo coinvolti nella sciagura e nella sua riparazione, che vale forse la pena azzardare qualche appunto celebrando e insieme commiserando questo decennale un po’ così — sempre per non lasciarsi trasportare dall’amarezza, che non porta frutto, però si fa sentire, altroché…
Era un posto bellissimo, Amatrice, e continuerà a esserlo se la natura, gli Dei e soprattutto gli uomini se ne faranno carico...”. Mai come in questo caso dispiace citare le prime righe dell’articolo a quattro mani che con mia moglie, Elena Polidori, scrivemmo a caldo dopo aver visto sbrecciarsi la nostra amatissima casa e aver provato la sensazione che quel nostro abbraccio sarebbe stato l’ultimo — per cui ringraziamo il Signore che dopo quella notte siamo ancora qui a scrivere sui giornali considerazioni tanto appassionate quanto superflue.
Ciò detto, rileggendoci dieci anni dopo, più che sulla natura e le enfatiche divinità, è sugli uomini e sulle responsabilità, per non dire sulle colpe dei vari soggetti a vario titolo coinvolti nella sciagura e nella sua riparazione, che vale forse la pena azzardare qualche appunto celebrando e insieme commiserando questo decennale un po’ così — sempre per non lasciarsi trasportare dall’amarezza, che non porta frutto, però si fa sentire, altroché.
E allora, in fredda comparazione con gli altri terremoti, quello di Amatrice si colloca decisamente in basso nella classifica delle ricostruzioni a vanvera, a occhio tra l’Irpinia e il Belice; e tanto più disgraziato risulta il piazzamento, quanto più l’ondata emotiva, la solidarietà effettiva e la dannatissima retorica — «non vi lasceremo soli!» — erano risuonate spontanee, perfino sincere e quindi, in questo Paese, da prendersi con le pinze.
In dieci anni non si è fatto un granché. I pessimisti sono autorizzati a scuotere la testa per esprimere il nulla, il vuoto. Chi arriva sotto i verdi monti della Laga vede ancora rovine, barriere di cemento, palizzate, reticoli e non riconosce i luoghi. Qualche casa singola e isolata, i cosiddetti “aggregati”, cioè la vita sociale che l’architettura garantiva prima del sisma, a zero o quasi. Nelle tante frazioni la densità dei lavori appare casuale. Nel nostro paesino, sopra il lago Scandarello, cespugli e roveti hanno preso possesso del Poggio come in certe città Inca.
La grande maggioranza degli amatriciani vive ancora nelle casette Sae, acronimo aggiornatosi in “Soluzioni Abitative Eterne”. È ammirevole che ancora durino, anche se non mancano lamentele. Nel complesso la popolazione è sfiduciata, stanca, in parte anche rassegnata perché il terremoto è giunto quando Amatrice, già in pieno spopolamento, aveva smarrito il senso della sua esistenza.
56 unità abitative nel Condominio Picente-Il Casaletto in piazza Sagnotti
In compenso c’è un grande plastico di com’era prima della botta, ma dopo dieci anni è evidente che i modelloni da tavolo rischiano di alimentare una perdita che nessun simulacro può riempire. Uno strano effetto fa anche l’enorme ospedale in costruzione, monumento alla macroscopia: viene da chiedersi quando sarà davvero pronto, ma anche quanti ne usufruiranno, considerato che nel frattempo chi nasce, si ammala e muore deve andare a Rieti. Per i battesimi, i funerali e la preghiera, non si è stati in grado di riparare né l’una nell’altra antica chiesa. Le funzioni si svolgono in una specie di Super Sae, e quando piove una coltre di fango accoglie e congeda i fedeli.
Amatrice non c’è più, ma c’è ancora (Neri Pozza, 2018) era il titolo del libro, tenerissimo, senza acrimonia, che Elena aveva pubblicato sulla sua patria dell’anima. Oggi sarebbe “Amatrice non c’è più e non c’è ancora” e non so se verrebbe ancora fuori così dolce e pacificato.
Gli ottimisti professionali, fra cui gli uomini delle istituzioni, possono ben dire che qualcosa si è fatto. Raffiche di freddi numeri esaltano e rimbambiscono le potenziali tifoserie. La torre civica è in piedi, bisogna avere pazienza. Ogni tanto si vede qualche gru. Con misteriosa cadenza si leggono comunicatelli intonati al rosa da parte degli uffici preposti, e per il decennale qualcosa si saranno inventati. D’altra parte, esaurita la fase rudimentale delle promesse, la creazione di eventi one-shot è divenuta la specialissima arte nella quale l’azione di governo riesce al suo meglio, poi nella realtà tutto procede fra ritardi e approssimazione.
Gli amministratori si barcamenano; il sindaco eroe è tornato ad allenare squadre di calcio. I suoi successori un po’ si danno da fare e un altro po’ aprono le braccia al cielo. Nessuno pensa che sia facile stare al governo di una città ancora ferita e ormai scomparsa dal quadrante dell’attualità. L’ultimo premier che ha trovato il tempo per fare una visita risulta Mario Draghi, che ebbe l’accortezza di chiedere se avrebbe potuto ricevere fischi. A ripensare al numero di politici che qui vennero a compiere la più impegnativa delle passerelle, quella del dolore, e che alcuni di loro in trance agonistica pretesero addirittura di dormire sotto le tende, non sai se il riso o la pietà prevale.
Come tutto in questo articolo, l’analisi è soprattutto sentimentale, ma dieci anni pesano e al cuor non si comanda. Il Commissariato per la Ricostruzione ha acquisito le caratteristiche che in Italia trasformano gli uffici in entità stratificate e balcanizzande (abruzzesi, umbri, machigiani, eccetera), con inesorabile passo verso il baraccone. Anche dell’attuale commissario si può pensare che ha fatto, non ha fatto, poteva, doveva, eccetera. Ogni domenica posta su Facebook una sua foto con un grazioso cagnolino, Zola, al quale diversi follower porgono il saluto. Senza eccessivi preconcetti si attende la grande occasione per allontanare il sospetto che Amatrice sia rimasta indietro perché non fa parte del suo collegio senatoriale.
Sul perché sia andata così si possono invocare tutte le ragioni d’Italia. È mancata l’idea, la fantasia, il colpo d’ala dall’alto; mentre dal basso è venuto meno il fervore, il «rimbocchiamoci le maniche, ché se aspettiamo questi qua, si fa notte». Forse i lacci e lacciuoli della burocrazia hanno bloccato i denari e la buona volontà. Forse l’allargamento del cratere è stato un astuto errore, forse è stata anche colpa del Pnrr, del super-bonus, del bonus-sisma e delle altre sciagure che, a partire dal Covid, hanno tolto ad Amatrice il suo triste, ma provvisorio primato. Forse nello scivolamento hanno contato le beghe paesane, tipo riconteggiare le schede elettorali fra le macerie, oltre alla celeberrima “tigna” che pure ha fatto grande questo popolo, ma fuori di qui. Di sicuro ha gravato come un macigno la partenza del vescovo di Rieti, l’unico che avesse in testa qualche buona idea.
Forse. O magari. O vai a sapere. O chissà. Per quanto l’imprevedibile resti il luogo teologico dello Spirito, il re clandestino della sventura di questi luoghi bellissimi è stato il presente assoluto che nel momento in cui occorreva vedere lontano ha imposto il consumo delle emozioni, gli spettacoli, le visite dei Grandi, la gara di bontà, le mille amatriciane solidali che hanno asciugato le lacrime, ma pure saturato gli sforzi a scapito della serietà.
Ogni tanto con Elena ci chiediamo se riavremo mai casa, dove oggi è il cielo. Nelle giornate di buona ci rispondiamo che forse sì, la riavremo, sebbene a quel punto saremo due novantenni, sperabilmente allegri anche se rinco; quando c’è malumore ci guardiamo in faccia calcolando che saremo morti e stramorti — però questa è la vita, più forte dei terremoti, figurarci degli anniversari.