Da quanto tempo non ci sono casi di difterite in Italia?
“Se si parla di casi autoctoni, dagli anni Novanta”, dice Gianni Rezza infettivologo ed epidemiologo dell’università San Raffaele. “Poi ci sono sporadici casi importati, soprattutto di tipo cutaneo”.
Che tipi di malattia ci sono?
“Principalmente quella cutanea, che sotto certi aspetti è meno preoccupante e quella classica, che prende la gola provocando difficoltà respiratorie, soprattutto nei bambini. Il batterio responsabile della malattia – dice sempre Rezza – produce poi tossine che si spostano nell’organismo e possono dare problemi cardiaci e neurologici. Anche la forma cutanea può produrne, ma meno spesso”.
Quanto dura l’incubazione della malattia?
Rezza spiega che può arrivare a 10 giorni, “ma siccome passa attraverso le vie respiratorie, prevalentemente ci vogliono tra i 2 e i 5 giorni”.
Come si riconosce?
“Visto che da noi non si vede da anni, ci possono essere difficoltà di diagnosi da parte di medici che non l’hanno ma…
Da quanto tempo non ci sono casi di difterite in Italia?
“Se si parla di casi autoctoni, dagli anni Novanta”, dice Gianni Rezza infettivologo ed epidemiologo dell’università San Raffaele. “Poi ci sono sporadici casi importati, soprattutto di tipo cutaneo”.
Che tipi di malattia ci sono?
“Principalmente quella cutanea, che sotto certi aspetti è meno preoccupante e quella classica, che prende la gola provocando difficoltà respiratorie, soprattutto nei bambini. Il batterio responsabile della malattia – dice sempre Rezza – produce poi tossine che si spostano nell’organismo e possono dare problemi cardiaci e neurologici. Anche la forma cutanea può produrne, ma meno spesso”.
Quanto dura l’incubazione della malattia?
Rezza spiega che può arrivare a 10 giorni, “ma siccome passa attraverso le vie respiratorie, prevalentemente ci vogliono tra i 2 e i 5 giorni”.
Come si riconosce?
“Visto che da noi non si vede da anni, ci possono essere difficoltà di diagnosi da parte di medici che non l’hanno mai curata. La difterite provoca delle membrane nella gola di colore grigio-biancastro. Il paziente sente dolore, ha il collo rigonfio”.
Riguardo a quello che è successo a Palermo, c’è un rischio focolaio?
“Considerando che per questa malattia l’attesa è di zero casi, averne due può già essere considerato un piccolo focolaio. Il punto, però, sarebbe capire se il batterio sta circolando o se i bambini l’hanno preso da una persona arrivata da fuori dell’Italia, Ma è molto difficile arrivare a una certezza”, dice Rezza.
La difterite nel mondo circola?
Sì, ci sono Paesi dove è presente, in particolare, dice ancora Rezza, nell’Est dell’Europa e in Africa, dove non è così rara.
Come funziona il vaccino?
Rezza spiega che è rimasto più o meno lo stesso da quando è stato inventato, un secolo fa. “Si tratta di una anatossina, cioè una proteina simile alla tossina prodotta del batterio, che quindi viene bloccata dal vaccino. L’effetto invece può non cancellare del tutto l’infezione. L’efficacia dell’anatossina è limitata nel tempo, per questo si consiglia di fare richiami, come col tetano, al quale la difterite è abbinata. Anche per questo un po’ di circolazione c’è, spinta soprattutto da chi arriva da Paesi dove è endemica”.
Come vanno valutate le coperture in Italia con il vaccino esavalente, che contiene anche l’antidifterite?
“Se si guardano quelle a 48 mesi non sono basse, arrivano quasi al 95%. Il problema è che la situazione è eterogenea a livello nazionale. Intanto, ci sono realtà, proprio come la Sicilia, dove il dato è molto più basso, all’85%. Poi c’è il tema dei richiami. Il vaccino va ripetuto negli anni e i dati in quel senso non sono buoni”, spiega l’infettivologo. Quindi non siamo del tutto tranquilli. Bisognerebbe alzare le coperture ovunque e fare attenzione ai richiami, lavorando intanto sulle Regioni”.
È colpa del battage No Vax se le coperture scendono?
“Dopo il Covid c’è stato molto clamore sul mondo No Vax – dice Rezza - con persone che magari non si proteggono dal coronavirus ma fanno gli altri vaccini. Per l’esavalente c’è sempre stata una esitazione fisiologica, non siamo mai andati oltre il 95% perché esiste una minoranza della popolazione che non si vuole proteggere. Però se si scende all’85% allora è un problema. Non è tanto il rischio che le malattie tornino a circolare in modo importante, ma che inizino ad esserci casi nelle popolazione a rischio. Come è successo in Sicilia”.