“Trionfi e torte di carote, i miei anni da tata del capitano Varenne”
di Emanuela AudisioIina Rastas con Varenne
È stata la famosa tata di Varenne. Per esattezza la groomer, l’addetta alla cura, alla pulizia e alla gestione quotidiana dell’animale. Iina Rastas, finlandese, 47 anni, parla da Nastola (dov’è nato anche Valtteri Bottas, pilota di F1), tra Lahti e Kouvola. Era in Norvegia quando ha saputo della scomparsa del cavallo.
Chi le ha dato la notizia?
«Ero a un convegno a Oslo, sono laureata in business internazionale. Avevo duecento persone davanti a me. Il cellulare squillava da un po’, Jori Turja, allenatore finlandese di Varenne, stava cercando di contattarmi. Voleva dirmelo a voce, alla fine sua moglie mi ha scritto un messaggio, ma a quel punto i social erano già impazziti. Per me è stato un colpo, non ho potuto nemmeno piangere liberamente perché ero in conferenza».
Lei arrivò in Italia a 21 anni.
«Sì, nel ’99, ero una ragazza attratta dal bel tempo. Varenne aveva quattro anni, l’avevo già conosciuto prima, per un breve periodo. Era educato, gentile, ma soprattutto indipendente, non a…
È stata la famosa tata di Varenne. Per esattezza la groomer, l’addetta alla cura, alla pulizia e alla gestione quotidiana dell’animale. Iina Rastas, finlandese, 47 anni, parla da Nastola (dov’è nato anche Valtteri Bottas, pilota di F1), tra Lahti e Kouvola. Era in Norvegia quando ha saputo della scomparsa del cavallo.
Chi le ha dato la notizia?
«Ero a un convegno a Oslo, sono laureata in business internazionale. Avevo duecento persone davanti a me. Il cellulare squillava da un po’, Jori Turja, allenatore finlandese di Varenne, stava cercando di contattarmi. Voleva dirmelo a voce, alla fine sua moglie mi ha scritto un messaggio, ma a quel punto i social erano già impazziti. Per me è stato un colpo, non ho potuto nemmeno piangere liberamente perché ero in conferenza».
Lei arrivò in Italia a 21 anni.
«Sì, nel ’99, ero una ragazza attratta dal bel tempo. Varenne aveva quattro anni, l’avevo già conosciuto prima, per un breve periodo. Era educato, gentile, ma soprattutto indipendente, non aveva bisogno di nessuno, e mi guardò con una certa accondiscendenza. Non era di quelli che per una carezza vengono a strofinarsi il muso. Manteneva le distanze, consapevole dei ruoli, dovevo accudirlo e basta».
Invece?
«Per quattro anni gli ho dato tutto e lui è stato il mio tutto. Per 24 ore al giorno gli sono stata devota, è stato la mia priorità, anche se non dormivamo insieme. Siamo diventati amici, una relazione stretta, e io ho imparato a capire cosa pensava, cosa gli piacesse, soprattutto quando viaggiavamo insieme. A prevenire i suoi bisogni. Ricordo un viaggio in America, per entrambi era la prima volta, su un aereo cargo con Scarlet Knight, un altro famoso trottatore. Varenne era easy, socievole, adorabile e intelligente. E molto cavaliere».
Ma se ha detto che stava sulle sue.
«Non amava le smancerie. Non voleva che gli sconosciuti gli toccassero la testa. Era consapevole di essere un divo, sopportava le celebrazioni, ma dovevano finire presto, lui aveva bisogno del suo spazio. Accettava il palcoscenico perché se lo era meritato, poi però non lo dovevano più disturbare. Avrei voluto spiegarlo già allora, ma passavo per timida, il problema è che non avevo proprietà di linguaggio».
La notizia di Varenne in tv è finita tra Trump e l’Ucraina. Per molti un’esagerazione: era solo morto un cavallo.
«Ma era Varenne, un fenomeno, molto più di un cavallo. La sua morte è stata riportata ovunque, anche da noi e in tutta la Scandinavia. Era la velocità italiana nel mondo, un eroe, l’orgoglio nazionale, il simbolo di un paese che andava a sfidare gli altri, che li sorpassava, che non aveva paura di nessun avversario. Un esempio di stile. Voglio ricordare che Varenne è andato all’estero, a casa dei cavalli più forti e li ha battuti. Nel 2001 ha vinto il Prix d’Amérique, il Gran Premio della Lotteria e l’Elitloppet, le tre grandi corse del trotto europeo, aggiungendo poi la Breeders Crown negli Stati Uniti. Conta anche come si vince e lui in questo è stato un campione strepitoso, non si è mai tirato indietro. Sapeva di essere Varenne, diverso dagli altri, e ha sempre onorato la sua eccezione. Ci sarà stato un motivo se lo chiamavano Il Capitano. Sarà difficile che nasca un altro come lui».
Il momento con lui che non vorrebbe rivivere?
«L’ultima corsa. Nel 2002. Sapevamo tutti che il ritiro era la cosa giusta, ma ho pianto tanto, se ne andava un pezzo della mia vita e una persona straordinaria. Ho continuato a seguirlo ancora per qualche mese, ho dato istruzioni su come dovesse essere trattato, ho fatto in modo che il distacco fosse graduale e lui si è adattato. No, non mi ha mai morso, se era dispiaciuto del distacco non l’ha mai mostrato. Era Varenne».
Lei ha due figlie.
«Sì. Emmi 18 anni e Lida quasi 16. Entrambe appassionate di cavalli. Devo dire un po’ grazie a Varenne, è con lui che ho imparato a essere madre, a prendermi cura di altre vite e soprattutto a essere paziente. Per fortuna non sono mai state gelose di lui».
La volta che ricorda con più piacere?
«Il primo successo in Svezia, nel 2001, guidato da Giampaolo Minnucci e anche il record del mondo in pista in Finlandia, ma perché finalmente potevo mostrare a tutti chi era Varenne».
Era così star che portarono Varenne in trasmissione negli studi Rai a Milano.
«E rimasero meravigliati. Le porte erano basse e Varenne da solo chinava la testa per passare. Tutti a dire: ma questo capisce, sa prendere le misure. In una manifestazione a Piazza del Popolo a Roma lo aspettavano trentamila persone. La sera prima portai una controfigura per vedere se era una situazione adatta, ma quel cavallo si innervosì molto. Invece quando toccò a Varenne lui la gestì molto bene. E io non credo che esistesse un cavallo al mondo che avrebbe potuto reggere quella pressione, con così tanta gente, musica e luci».
L’ultima volta che l’ha visto?
«Tre stagioni fa per il suo compleanno, non credevo fosse l’ultima. Era ghiotto di torte alle carote. Pensavo di tornare per i suoi 30 anni, di farlo conoscere meglio alle mie figlie, ma a maggio 2025 è morto Enzo Giordano, il suo proprietario, e non me la sono sentita».
Varenne l’ha riconosciuta?
«Non ha mai mostrato grandi emozioni. Era un cavallo basico: a lui bastava avere da mangiare e uscire dal paddock. Amava gareggiare, non elemosinava affetto e non faceva pesare il suo status da vincente. Era Varenne. Non ha avuto reazioni particolari quando l’ho avvicinato, solo nel momento in cui l’ho grattato in alcuni punti che sapevo gli piacevano molto ho avuto la sensazione che tra noi tornasse una vecchia intimità».
Oggi l’ippica non è più quella.
«No, tante cose sono cambiate. Ci sono altri campioni che raccontano il nostro mondo che è diventato più dispersivo. Ma a marzo, nella nostra piccola fattoria, è nata Intrepida, figlia di Girlpower Pop, fecondata con il seme di Varenne. Ha cinque mesi, spero che le mie figlie capiscano che è un’eredità importante e non solo un ricordo di Varenne».