Afa e siccità hanno azzoppato agricoltura, edilizia e manifattura insieme. E la mancanza di investimenti nelle rinnovabili ha reso l’Italia il paese con i prezzi dell’energia più alti d’Europa. «Spesso fatichiamo a percepirlo, ma il clima è anche economia. Caldo e siccità entrano nelle nostre bollette e nel nostro conto della spesa tutti i giorni. E creano ingiustizia sociale».
Massimo Tavoni insegna Economia del Cambiamento Climatico al Politecnico di Milano e dirige l’Istituto Europeo di Economia e Ambiente che fa capo al Cmcc: il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Il suo percorso l’ha portato da una laurea in ingegneria, a un master in Politica Economica alla London School of Economics, a un periodo all’Istituto Oceanografico di San Diego.
La premier Giorgia Meloni dice che va bene l’ecologia, purché non si sacrifichi l’economia. La crisi climatica non ci colpisce anche con i suoi costi?
«Abbiamo stu…
Afa e siccità hanno azzoppato agricoltura, edilizia e manifattura insieme. E la mancanza di investimenti nelle rinnovabili ha reso l’Italia il paese con i prezzi dell’energia più alti d’Europa. «Spesso fatichiamo a percepirlo, ma il clima è anche economia. Caldo e siccità entrano nelle nostre bollette e nel nostro conto della spesa tutti i giorni. E creano ingiustizia sociale».
Massimo Tavoni insegna Economia del Cambiamento Climatico al Politecnico di Milano e dirige l’Istituto Europeo di Economia e Ambiente che fa capo al Cmcc: il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici. Il suo percorso l’ha portato da una laurea in ingegneria, a un master in Politica Economica alla London School of Economics, a un periodo all’Istituto Oceanografico di San Diego.
La premier Giorgia Meloni dice che va bene l’ecologia, purché non si sacrifichi l’economia. La crisi climatica non ci colpisce anche con i suoi costi?
«Abbiamo studiato i danni di afa e siccità nel passato e li abbiamo quantificati in centinaia di miliardi, cali degli investimenti e milioni di posti di lavoro persi. Sulla base di questa esperienza stimiamo che il clima attuale in Europa ci stia costando almeno 50 miliardi. Colpisce direttamente l’agricoltura, come è intuitivo, l’edilizia, perché è un’attività che si svolge all’aperto, ma anche la manifattura. Le ragioni sono più indirette, ma nei nostri studi vediamo una frenata degli investimenti anche in questo settore durante le ondate di caldo».
Perché la crisi di Hormuz fa salire e scendere le borse tutti i giorni mentre i danni del clima non creano alcun contraccolpo?
«Il clima fa notizia quando tocca un primato, poi in genere ci fa tornare nel torpore. Non ci accorgiamo che i record di caldo sono figli di uno spostamento di tutti i valori medi verso l’alto. Certo, notiamo che lo scontrino della spesa è più caro, ma in quell’aumento il ruolo delle tensioni geopolitiche come Hormuz o l’Ucraina e quello del clima sono mescolati, non riusciamo a distinguerli. Vediamo con più chiarezza l’impatto dei conflitti rispetto a quello dell’ambiente, eppure entrambi contribuiscono a far salire le nostre spese quotidiane».
Quest’estate eccessiva ci aprirà gli occhi?
«Abbiamo visto cose che non avevamo mai visto prima. Ma tendiamo ancora a considerare il caldo come un fenomeno meteorologico, non come un problema sociale ed economico».
Perché un problema sociale?
«Colpisce con un impatto maggiore chi non ha l’aria condizionata o chi è costretto a svolgere lavori pesanti all’aperto. Rallenta la già anemica crescita economica. Crea chiaramente divisioni nella società fra chi può permettersi una temperatura accettabile e chi no, anche perché in Italia il costo dell’elettricità è il più alto in Europa».
Che legame c’è tra crisi del clima e prezzo dell’elettricità?
«Le rinnovabili sono benefiche non solo per il clima. Abbassano anche i costi dell’elettricità. Lo si vede chiaramente nei paesi che hanno investito di più, Spagna in primis. Nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha attraversato il suo più grande shock energetico. Alcuni paesi hanno reagito investendo, l’Italia meno, e la differenza oggi sta diventando evidente per i nostri conti della spesa. La crisi di Hormuz sta penalizzando soprattutto i paesi che sono rimasti indietro con la transizione energetica. In Italia un prezzo della benzina sopra ai 2 euro, che poi sarebbero 2,40 senza i tagli alle accise, è qualcosa di inaudito. I costi attuali sono eredi diretti della mancata reazione alla crisi di quattro anni fa».
L’elettrificazione invece che ruolo gioca?
«È l’altra gamba della transizione energetica. Comprende tecnologie più efficienti: un’auto elettrica lo è tre volte di più rispetto a una a combustione. Lo stesso rapporto vale per una un pompa di calore rispetto a una caldaia. Le tecnologie alimentate dall’elettricità possono poi risentire meno delle tensioni internazionali».
Negli Stati Uniti le rinnovabili crescono nonostante l’ostilità dei repubblicani al potere. Allora perché c’è bisogno di misure di sostegno da parte dei governi?
«I fondamentali economici della transizione energetica sono fortissimi, e in questo caso l’ecologia rema insieme all’economia. Servono però gli investimenti. Se devo decidere di acquistare un’auto elettrica, mi metto a calcolare i risparmi in carburante per l’intera vita dell’auto. Il risultato è conveniente, se allungo il mio sguardo verso il futuro. Guardando solo all’oggi però vedo che devo sborsare molto di più rispetto a un’auto tradizionale. Anche in questo caso si crea un’ingiustizia tra chi può permettersi un’auto elettrica e chi no. Il ruolo del governo è offrire incentivi fiscali per accelerare gli investimenti e la transizione. L’Italia invece, che ha anche tasse sull’elettricità molto più alte rispetto al gas, non a caso è molto indietro rispetto al resto d’Europa per acquisto di auto ecologiche. In testa c’è la Norvegia con oltre il 90% di nuove auto elettriche, ma perfino il Nepal è arrivato al 70%».