Nepal, si scava nel fango, dispersi anche tre italiani. Paura per un’altra ondata
di Alessia CanditoRoma – Villaggi spazzati via, strade, ponti, reti telefoniche ed elettriche danneggiate, 2.381 persone che mancano all’appello, 469 morti. Per ora. Tra Nepal e Tibet si scava nel fango alla ricerca dei corpi e si battono le montagne nella speranza di trovare i dispersi. Mentre gli esperti allertano su una possibile nuova devastante ondata: Pechino ha deciso di sospendere un’operazione di soccorso dopo che un lago ha cominciato a tracimare.
Tocca fare in fretta. Il tempo utile per trovare persone ancora in vita progressivamente si esaurisce: oltre 100 lavoratori, per esempio, sono intrappolati nel tunnel di una centrale idroelettrica. E la tensione sale anche in Italia. Tre connazionali non si trovano: Marco Ratto, gioielliere ligure e una coppia italo-svizzera. Da quando il confine tra Nepal e Tibet è diventato un inferno di fango, i familiari hanno più volte provato a rintracciarli. Senza esito alcuno. Subito, si sono …
Roma – Villaggi spazzati via, strade, ponti, reti telefoniche ed elettriche danneggiate, 2.381 persone che mancano all’appello, 469 morti. Per ora. Tra Nepal e Tibet si scava nel fango alla ricerca dei corpi e si battono le montagne nella speranza di trovare i dispersi. Mentre gli esperti allertano su una possibile nuova devastante ondata: Pechino ha deciso di sospendere un’operazione di soccorso dopo che un lago ha cominciato a tracimare.
Tocca fare in fretta. Il tempo utile per trovare persone ancora in vita progressivamente si esaurisce: oltre 100 lavoratori, per esempio, sono intrappolati nel tunnel di una centrale idroelettrica. E la tensione sale anche in Italia. Tre connazionali non si trovano: Marco Ratto, gioielliere ligure e una coppia italo-svizzera. Da quando il confine tra Nepal e Tibet è diventato un inferno di fango, i familiari hanno più volte provato a rintracciarli. Senza esito alcuno. Subito, si sono messi in contatto con la Farnesina. Di Ratto è stata trovata traccia nelle liste di due diversi tour operator, della coppia invece non si sa nulla, neanche se abbiano davvero raggiunto la zona del confine. Nessuna delle agenzie di viaggi che opera nell’area sembra averli registrati.
«La Farnesina è al lavoro per rintracciare i connazionali con i quali non si è ancora riusciti a stabilire un contatto», ha fatto sapere il ministro Tajani. Almeno 130 sarebbero stati già individuati, alcuni avrebbero già fatto rientro in Italia, altri potrebbero essere rimasti bloccati in zone in cui le comunicazioni sono ancora interrotte. La parola d’ordine rimane prudenza. «Le verifiche sono in corso», si fa sapere dal ministero. Per gestire la situazione è stata creata una speciale task force, a Kathmandu è stato inviato personale dell’Unità di crisi di Roma e dell’ambasciata di Nuova Delhi per monitorare la situazione da vicino e supportare chi si trovi in difficoltà.
Ma nella capitale nepalese stanno arrivando anche i viaggiatori italiani che l’ondata di piena ha bloccato. E soprattutto chi ha rischiato di essere letteralmente travolto. «Venti metri e non sarei qui», racconta il fotografo Stefano Lotumolo, poco dopo essere riuscito a raggiungere la capitale. Ancora scosso, al telefono non fa che ripetere «sono vivo, sono vivo», come se ancora stentasse a crederci.
Era in un villaggio non lontano dal valico per un viaggio spirituale, «avremmo dovuto raggiungere il monte Kailash, sacro a Shiva», dice. Insieme alla compagna, Valentina Piccinini e altre sei persone, era già sul pullman che avrebbe dovuto portarlo al valico. Si è ritrovato a pochi metri dalla zona di massimo impatto. «Improvvisamente — spiega — abbiamo sentito un boato e poco dopo c’era questo muro di fango e detriti che si avvicinava. Abbiamo avuto venti secondi per metterci in salvo e scappare su per la montagna». Dietro di loro, la devastazione. Per un giorno e una notte, lui e la compagna si sono rifugiati in un rudere di pietra insieme agli altri turisti scampati al disastro e ai pochi riusciti a fuggire dal villaggio. «Le cifre sono assolutamente sottostimate — mormora — Lì non è rimasto nulla. Io stesso per un momento, anzi più di un momento ho avuto paura di non farcela. La morte ha bussato al nostro pullman e ha detto scendete. In tutta la vallata se ne sono salvati solo due».
Sulla montagna sacra prima o poi proverà a tornarci, spiega, ma adesso l’obiettivo — burocrazia permettendo — è rientrare in Italia. Nell’inondazione ha perso tutti, inclusi i documenti «ma l’importante adesso è che siamo qui, centinaia di persone sono morte. Ancora non capiamo perché proprio noi siamo riusciti a sopravvivere».
Nella stagione in cui già i monsoni passano fattura in termini di frane, strade dissestate o chiuse, la gigantesca ondata di piena ha finito per riverberare anche lontano dall’area di massimo impatto. E più di un viaggiatore ne ha sperimentato le conseguenze. Mariapaola Ricozzi dalla riserva naturale di Chitwan, a più di 500 chilometri dal confine, avrebbe dovuto raggiungere la capitale. «Abbiamo dovuto fare un percorso alternativo, scavallare una montagna. Era una strada stretta dove passano macchine, pulmini, veicoli, carri, persone, ci sono dei momenti dove si blocca tutto, tutto è immobile». Un problema anche per i soccorsi.