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Disastro nel confine più strategico: “Merci e turisti, per la Cina è vitale”

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Dopo il sisma del 2015, il valico di Gyirong distrutto dall’alluvione è diventato lo snodo centrale della nuova Via della Seta
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PECHINO – Fu il terremoto del 2015 in Nepal, novemila morti, a costringere la Cina a rivedere i propri piani. Il valico di Zhangmu-Kodari, danneggiato dal sisma, non serviva più le priorità strategiche di Pechino. Così due anni dopo i cinesi puntarono tutto su Gyirong, ampliandolo, costruendo parchi logistici, scali merci in questo valico di frontiera terrestre che divenne presto il più grande e il più importante tra quelli tra Tibet e Nepal. Devastato mercoledì dalle onde gigantesche di acqua, fango e detriti.

La prima squadra di 21 vigili del fuoco cinesi ha raggiunto il valico di Gyirong ieri pomeriggio. Le prime immagini mostravano le strutture vicino al valico completamente distrutte. Una catastrofe che ora richiederà a Pechino, dopo che le operazioni di soccorso …

PECHINO – Fu il terremoto del 2015 in Nepal, novemila morti, a costringere la Cina a rivedere i propri piani. Il valico di Zhangmu-Kodari, danneggiato dal sisma, non serviva più le priorità strategiche di Pechino. Così due anni dopo i cinesi puntarono tutto su Gyirong, ampliandolo, costruendo parchi logistici, scali merci in questo valico di frontiera terrestre che divenne presto il più grande e il più importante tra quelli tra Tibet e Nepal. Devastato mercoledì dalle onde gigantesche di acqua, fango e detriti.

La prima squadra di 21 vigili del fuoco cinesi ha raggiunto il valico di Gyirong ieri pomeriggio. Le prime immagini mostravano le strutture vicino al valico completamente distrutte. Una catastrofe che ora richiederà a Pechino, dopo che le operazioni di soccorso per provare a salvare gli oltre cinquecento dispersi nella parte tibetana del confine saranno terminate, di ripensare nuovamente la propria strategia.

Per Pechino è una doppia catastrofe. Da Gyirong passava il 60 per cento di tutte le merci movimentate via terra tra la Cina e il Nepal e quasi il 30 per cento del volume totale degli scambi commerciali. Il valico è uno dei progetti di punta della mastodontica Via della Seta cinese, nella quale il Nepal è entrato nel 2017: porta d’accesso della Cina verso l’Asia meridionale. Una via fondamentale non soltanto per i commerci: percorso per i turisti stranieri e i pellegrini diretti in Tibet. Gyirong è strategica perché da lì dovrebbe passare la futura ferrovia trans-himalayana che consentirà ai cinesi di aumentare la propria influenza economica in Nepal. È rilevante politicamente perché permette a Pechino di offrire a Kathmandu un’alternativa in più alle rotte commerciali con New Delhi: da decenni Cina e India si contendono le simpatie dell’ex regno della dinastia degli Shah, cuscinetto strategico tra i due grandi giganti asiatici.

Tra i mega-progetti ancora sulla carta c’è appunto la ferrovia tra Shigatse e Kathmandu che passando per Gyirong mira a ridurre tempi e costi di trasporto merci attraverso l’Himalaya. Fu Xi Jinping a promettere quella ferrovia nel suo viaggio in Nepal del 2019: primo leader cinese a visitare il Paese dai tempi di Jiang Zemin. La crescente presenza della Cina lungo la zona himalayana preoccupa però l’India: fornire al Nepal una rotta commerciale terrestre alternativa attraverso la Cina rischia di minare lo storico monopolio indiano sul trasporto e la sua influenza diplomatica su Kathmandu.

«Su incarico di Xi Jinping», come sottolineano i media cinesi, nella contea di Gyirong è arrivato il premier Li Qiang, a dimostrazione della gravità della situazione. A Pechino Xi ha presieduto invece la riunione del Politburo del Partito comunista, apertasi con un minuto di silenzio: atto raro, altro segnale che dà l’idea del disastro. La leadership ha sollecitato un piano di ricerca e soccorso «scientifico e mirato» e che «occorre compiere ogni sforzo per cercare e soccorrere tutti i cittadini cinesi e stranieri dispersi». Xi, nel suo messaggio di cordoglio al presidente nepalese, ha affermato che «la Cina è pronta ad assistere il Nepal nelle operazioni di soccorso».

Diverse nazioni — Corea del Sud, India, Usa, Giappone — hanno chiesto al governo nepalese di consentire alle proprie squadre di partecipare all’operazione. Al momento Kathmandu sembra non volerle. Per Dinesh Bhattarai, ex ambasciatore nepalese presso le Nazioni Unite, «la riluttanza del governo potrebbe essere legata alla posizione del distretto di Rasuwa, colpito dall’alluvione, che confina con il Tibet cinese, una regione che rappresenta una delle questioni territoriali più delicate per Pechino». Insomma, per non irritare i cinesi, sostiene. Il governo nepalese respinge le insinuazioni e afferma che la decisione non ha nulla a che vedere con la sensibilità della Cina.

Il Tibet è area politicamente sensibile — occupato dall’esercito cinese nel 1950, nel ’59 la repressione fece fuggire il Dalai Lama, dal ’65 è una regione autonoma incorporata nella Repubblica popolare — al centro di una sempre più spinta “sinizzazione” da parte di Pechino che, come sostengono attivisti e ong da anni, sta «distruggendo l’identità tibetana».

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