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Il Garante: “Tornano in aula 400 mila studenti con disabilità, ma a loro è negata l’inclusione”

Il Garante Maurizio Borgo 

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Maurizio Borgo spiega come la scarsità delle ore di sostegno, docenti di sostegno non specializzati, il 60 per cento della scuole non accessibili, la mancanza di rete lascino i diritti solo sulla carta
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Tra pochi giorni torneranno sui banchi di scuola anche quasi 400mila studenti con disabilità, che sono sempre di più, racconta l’Istat. Ed è da lì, dalle classi, che arriva la maggior parte delle segnalazioni – oltre 2.500 – giunte in questo anno e mezzo di vita all'Autorità Garante nazionale delle persone con disabilità. A presiederla c'è l'avvocato Maurizio Borgo, genovese di nascita, romano d’adozione, classe 1971, ruoli di peso in passato nei ministeri dell’Istruzione, della Salute e per la Disabilità.

Avvocato, come mai così tante volte le famiglie di alunni con disabilità hanno bussato alle porte dell’Autorità?

“Se da una parte l’Italia è una eccellenza sul piano dell’inclusione scolastica, a partire dall’abolizione delle classi special…

Tra pochi giorni torneranno sui banchi di scuola anche quasi 400mila studenti con disabilità, che sono sempre di più, racconta l’Istat. Ed è da lì, dalle classi, che arriva la maggior parte delle segnalazioni – oltre 2.500 – giunte in questo anno e mezzo di vita all'Autorità Garante nazionale delle persone con disabilità. A presiederla c'è l'avvocato Maurizio Borgo, genovese di nascita, romano d’adozione, classe 1971, ruoli di peso in passato nei ministeri dell’Istruzione, della Salute e per la Disabilità.

Avvocato, come mai così tante volte le famiglie di alunni con disabilità hanno bussato alle porte dell’Autorità?

“Se da una parte l’Italia è una eccellenza sul piano dell’inclusione scolastica, a partire dall’abolizione delle classi speciali nel 1977 sulle quali non si deve assolutamente tornare indietro, è anche vero che a distanza di cinquant’anni non è ancora una realtà in tutte le classi”.

Quale è la principale difficoltà che i bambini e i ragazzi con disabilità incontrano a scuola?

“La scarsità delle ore di sostegno. Possibile che ogni anno le famiglie debbano rivolgersi ai giudici per ottenere il numero di ore di sostegno previste dal Pei, il piano educativo personalizzato? È un meccanismo ingiusto che tra l’altro ingolfa i tribunali, crea un’ulteriore discriminazione, perché non tutti possono permettersi l’assistenza legale per affrontare un contenzioso ed espone le casse dello Stato a spese enormi per affrontare le cause e spesso risarcire il danno”.

Gli insegnanti di sostegno sono troppo pochi?

“Il governo si è mosso per aumentarne il contingente, ma è possibile che ci sia ancora un 20 per cento di docenti di sostegno non specializzati e, tra questi, alcuni non specializzati in disabilità cognitive? Bisogna mettersi attorno un tavolo e, avendo come priorità l’interesse degli studenti, capire come migliorare il sistema, garantendo il numero adeguato di insegnanti per tutti i bambini, che vanno aumentando, e la loro specializzazione. E poi c’è il tema della continuità didattica”.

Il Mim ha varato una norma per la quale le famiglie possono chiedere che sia lo stesso insegnare a seguire un ragazzo anche per l’anno successivo. Non basta?

“Al ministero va dato atto della importante riforma. Purtroppo ancora oggi il 50 per cento degli studenti con disabilità cambia insegnante di sostegno ogni anno; l’1,7 per ceto lo cambia anche durante l’anno e addirittura un 7 per cento lo cambia sia durante l’anno che ogni anno”.

A Bari a uno studente si è riuscita a garantire la continuità didattica fino alla maturità, è così?

“È stato il nostro ultimo intervento, un atto d’urgenza. Il provvedimento del governo riguarda solo il personale precario con supplenze annuali mentre l’insegnante di Bari aveva vinto un concorso altrove per una cattedra ordinaria. Abbiamo trovato però una soluzione: il docente ha differito la presa in servizio di un anno e potrà così accompagnare il suo studente fino alla maturità. Non è l’unico caso: ci sono arrivate tante richieste di aiuto simili. La continuità didattica non è una concessione, deve essere un diritto”.

Cosa altro vi scrivono le famiglie?

“Molte segnalazioni riguardano le gite, i campi scuola o i centri estivi che escludono i bimbi con disabilità”.

L’accessibilità: come stanno messe le scuole?

“Secondo l’Istat solo il 40 per cento delle scuole sono davvero accessibili agli alunni con disabilità motorie. Altrove, in Europa, non è così. In Italia abbiamo tantissimi istituti ospitati in edifici datati, spesso vincolati: ci sono scale, mancano ascensori, le porte sono troppo piccole, i bagni anche. Bisogna contemperare i due interessi: la tutela del patrimonio ma anche i diritti dei bambini”.

Poi c’è il tema degli operatori sanitari.

“Abbiamo scoperto che sulla base di alcuni regolamenti scolastici del tutto sbagliati, l’ingresso in classe degli operatori sanitari che devono fare, ad esempio, terapie con gli alunni con autismo era subordinato al consenso dei genitori di tutta la classe. Così un bambino si è visto precludere la terapia per un mese e mezzo perché la mamma e il papà di un altro alunno non avevano dato il via libera. Ma il diritto alla salute di un bambino deve prevalere sulle ragioni di privacy! Gli altri genitori vanno certamente informati dell’ingresso di un esterno ma non si può subordinare a un loro assenso il diritto all’istruzione”.

L’Istat dice che, rispetto all’anno scolastico precedente, nel 2024/2025 c’è stato un incremento del 5 per cento degli studenti con disabilità.

“E sono aumentati da allora e aumenteranno ancora. È una tendenza che si manifesta da diversi anni: ogni volta il 5 per cento in più. Nello scorso anno scolastico erano 377mila”.

Quali sono le ragioni?

“Di certo c’è una maggiore capacità di diagnosi e certificazione ma le ricerche raccontano anche di un aumento di disabilità intellettive e di problemi del neurosviluppo nei giovani, soprattutto per cause ambientali”.

Cosa può fare l’Autorità?

“Il nostro compito anzitutto è far sì che i diritti delle persone con disabilità siano effettivi e non restino sulla carta. Ma ne abbiamo anche un altro: promuovere una cultura del rispetto, della vera inclusione e della piena partecipazione a tutte le attività delle persone con disabilità. Dobbiamo formare tutti, sin da piccoli, a partire dalle scuole, a concepire la disabilità non come qualcosa di eccezionale, che fa paura e per questo è da evitare, ma come una condizione della vita. Le persone con disabilità non hanno bisogno di carità, di compassione, ma di diritti e della possibilità di esercitarli a pieno”.

Da Pietralata, Roma, è arrivata la storia tragica dell’omicidio-suicidio di un papà e di una mamma con la loro bambina di 5 anni nata con una grave disabilità. Lei ha detto: “È una vicenda che ci scuote e ci interpella”.

“Perché la morte di Bianca e dei suoi genitori deve richiamare tutti alla responsabilità di costruire intorno alle persone con disabilità e alle loro famiglie una rete che non aspetti la richiesta estrema di aiuto, ma sappia esserci prima, con continuità e umanità. Le famiglie non vanno mai lasciate sole affinché non arrivino a gesti di disperazione. Servono non soltanto contributi economici, ma anche servizi domiciliari, sostegno psicologico, interventi di sollievo, continuità assistenziale e un riferimento pubblico capace di riconoscere tempestivamente i segnali di maggiore fragilità. E se è vero quel che emerge, e cioè che questa famiglia in qualche modo si nascondeva nella solitudine fino a diventare invisibile, allora anche questo è grave: che la disabilità venga vissuta come colpa, come vergogna perché si è soli e non si sa cosa fare”.

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