Poteva salvarsi Francesco Gianello, il ragazzo vicentino di Cistabissara morto per un osteosarcoma al femore a soli 14 anni. Poteva essere curato se i genitori si fossero affidati ai protocolli chemioterapici e chirurgici ospedalieri e non al metodo Hamer, fatto di impacchi d’argilla e antinfiammatori.
Lo dicono i periti della Corte d’Assise di Vicenza, l’anatomopatologo Antonello Cirnelli e Franca Fagioli, responsabile dell’Oncoematologia pediatrica del Regina Margherita di Torino, chiamati dai giudici a esprimersi nel processo per la morte del ragazzo, in cui la madre e il padre sono accusati di omicidio volontario con dolo eventuale.
A Francesco Gianello il tumore fu diagnosticato nel dicembre del 2022. Ma è nell’arco di tempo che va tra il 15 marzo e il 25 aprile del 2023 che, secondo i periti, si consuma il suo tragico destino. Quaranta giorni, brevi ma decisivi. Francesco è in cura all’ospedale Rizzoli di Bologna, dove ha ricevuto la diagnosi. I medici chiedono una biopsia per dare avvio alle cure. I genitori ritirano il loro consenso.
È il dottor Matteo Penzo, seguace del clinico tedesco Ryke Geerd Hamer, radiato dall’Ordine e morto nel 2017, a consigliarli. «Diceva che la malattia poteva espandersi», racconteranno i familiari. È lo stesso medico a suggerirgli la permanenza nella comunità Valdibrucia, in Toscana, tra naturopati, riflessologi e nutrizionisti. Convinti che il cancro fosse frutto di un conflitto interiore. E che risolto quello sarebbe svanito. «Ci siamo affidati a chi ci ha dato speranza», avrebbe detto poi, pentita la mamma di Francesco.
Solo a fine aprile, quando la situazione precipita, la famiglia porta il ragazzo in ospedale a Perugia. L’osteosarcoma, ancora localizzato, operabile e non metastatico nel marzo 2023, è evoluto — sottolinea la relazione — per il ritardo di diagnosi e trattamento. Aver atteso quei 40 giorni ha abbassato le chance di sopravvivenza a cinque anni di Francesco dal 74,8 al 40 per cento, secondo gli esperti. Tutto il contrario di quanto sostiene la difesa e cioè che non ci sia un nesso tra le scelte dei genitori e il decesso del figlio.
Non solo. La perizia introduce una nuova ipotesi: i seguaci del metodo Hamer potrebbero aver usato farmaci neurotossici (Artemisia). Nella lettera di dimissione da Perugia vengono diagnosticati a Francesco annebbiamento della vista, scarsa coordinazione motoria, debolezza agli arti e agitazione. La prossima udienza, in cui si discuterà la perizia, è prevista per il 16 settembre.