Il ministro Valditara esulta: «L’Italia è sopra la media Ocse» dice, rimarcando la solidità della nostra scuola, nonostante gli otto punti persi in lettura rispetto al 2022 e i tre in matematica. Il nostro sistema sembrerebbe tenere meglio di altri: «Ci siamo adeguati alla didattica digitale, senza abbandonare i libri di carta né la scrittura a mano», spiega Daniele Coluzzi, professore di lettere, autore e divulgatore culturale. «Abbiamo problemi di comprensione del testo, ma ragioniamo ancora su opere complesse e assegniamo libri da leggere a casa. Penso sia questo a fare la differenza».
Secondo l’Ocse, la lettura è la competenza chiave da cui dipendono anche matematica e scienze, perché serve a capire un problema o una fonte. Eppure …
Il ministro Valditara esulta: «L’Italia è sopra la media Ocse» dice, rimarcando la solidità della nostra scuola, nonostante gli otto punti persi in lettura rispetto al 2022 e i tre in matematica. Il nostro sistema sembrerebbe tenere meglio di altri: «Ci siamo adeguati alla didattica digitale, senza abbandonare i libri di carta né la scrittura a mano», spiega Daniele Coluzzi, professore di lettere, autore e divulgatore culturale. «Abbiamo problemi di comprensione del testo, ma ragioniamo ancora su opere complesse e assegniamo libri da leggere a casa. Penso sia questo a fare la differenza».
Secondo l’Ocse, la lettura è la competenza chiave da cui dipendono anche matematica e scienze, perché serve a capire un problema o una fonte. Eppure è quella in cui facciamo più fatica.
«Siamo ancorati alla velocità, vogliamo risposte immediate da parte di Google o dell’intelligenza artificiale. Il lavoro a lungo termine ci scoraggia. Ma la lettura è l’antitesi dell’immediatezza, richiede un ritmo lento. È questo che i ragazzi non sopportano più. L’unica cosa che interessa loro è sapere se ciò che assegno sia scorrevole o no, cioè se si potrà leggere velocemente oppure no. Altrimenti inizia il dramma».
È un problema che si esaurisce a scuola o c’entra anche l’esempio dato in famiglia?
«Noi abbiamo quattro ore a settimana di lezione, siamo una goccia nel mare. Eppure, ce la mettiamo tutta: sperimentiamo nuove didattiche, organizziamo incontri con gli autori. È vero però che spesso le famiglie non sono più buoni esempi: i libri cartacei in casa scarseggiano, anche i classici. E questo contribuisce. Una volta si diceva: “Non stare ad acquistare la versione scolastica dei Promessi Sposi se ce l’hai già”. Oggi i ragazzi ti rispondono: “Ma io sono obbligato a comprarlo perché a casa non c’è!”».
Perciò leggere è diventato un impegno scolastico.
«Un dovere. Ormai i temi li faccio fare in presenza per essere sicuro che non usino l’intelligenza artificiale. Ho tolto la verifica e introdotto il dibattito dopo la lettura (ognuno dice la sua, ne discutiamo, analizziamo i personaggi). Altrimenti il rischio è quello di non creare nuovi lettori, ma odiatori di libri. Quello che prima era esercitazione a casa, oggi è laboratorio di scrittura in classe. In più, ogni cinque minuti devo cambiare atteggiamento: inventare una battuta, coinvolgere gli studenti con domande, sennò finiscono per non ascoltare».
Cosa invertirebbe la rotta?
«Una rieducazione alla complessità. Quando ho iniziato a creare contenuti sui social pensavo potessero avvicinare le persone alla cultura. Negli anni so che molti docenti hanno consigliato i miei video per ripassare le lezioni, per esempio. Ora invece sono disilluso: cosa abbiamo prodotto? Abbiamo abituato le persone a pensare che tutto sia inscritto in quei pochi minuti. Manca l’approfondimento successivo».
Quindi è d’accordo con l’Ocse nel dire che i principali colpevoli siano social, smartphone e IA?
«Hanno ucciso l’attenzione, la concentrazione. Vale per gli studenti come per noi adulti. In quanto tempo, mentre leggiamo un libro o guardiamo un film, ci distraiamo prendendo in mano il telefono? Al contrario, la lettura impone lentezza, riflessione, ascolto di sé e dell’altro».
Qual è la reazione dei suoi studenti ai testi che propone?
«Si chiedono a cosa servano. Nella società di oggi conta quanto guadagni, quanto produci – dicono – Perché allora leggere Verga? Non ne colgono il gancio con la realtà. Passo molto tempo a spiegare perché ancora facciamo letteratura. È una disciplina fatta di non detti, di sottintesi. Bisogna imparare a cogliere le sfumature».