Cronaca

L’anniversario

L’ex operaio nel parco nato sui veleni Eternit: “Io vivo, ma l’amianto e il lavoro uccidono ancora”

L’ex operaio nel parco nato sui veleni Eternit: “Io vivo, ma l’amianto e il lavoro uccidono ancora”

Nicola Pondrano è stato operaio e sindacalista nella “fabbrica della morte” di Casale Monferrato, e continua a chiedere giustizia. Oggi cadono i dieci anni dell’inaugurazione del parco simbolo della rinascita della città, a novembre il processo in Cassazione

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Racconta Nicola Pondrano, 76 anni, ex operaio e sindacalista per una vita, che «tra quelli che hanno lavorato nella mia fabbrica siamo rimasti in vita in pochissimi, una quarantina in tutto sui due, tremila che ci sono passati». La sua fabbrica è stata la Eternit di Casale Monferrato, la “fabbrica della morte”, la più grande azienda di manufatti in cemento di amianto d'Europa, chiusa quarant’anni fa esatti dopo una lunga battaglia a difesa della salute dei suoi lavoratori.

La svolta «dopo che diventò chiaro che la puvri, la polvere, come chiamavamo la fibra d’amianto – è il ricordo – non era solo cancerogena ma stava ammazzando un’intera città, e persino la proprietà che fino a quel momento aveva negato l’innegabile capì non si poteva più andare avanti».

Una storia, quella della lotta per la chiusura della Eternit e di tutto quello che i suoi veleni si sono portati dietro, che «non è ancora finita, chissà se potremo mai definirla tale, e soprattutto dice ancora molto dei nostri tempi», spiega Pondrano, primo teste dei processi sulle morti d’amianto e per anni portavoce dell’Associazione Familiari e Vittime Amianto. A dirlo, oltre ai 3mila morti per mesotelioma pleurico registrati in città negli anni della produzione della Eternit, sono i circa 40 morti di tumore che ancora si registrano ogni anno tra chi ha abitato vicino allo stabilimento o avuto lavoratori in famiglia, che diventano quasi 1.800 in tutta Italia. Ma anche tutto quello che ha portato con sé «la battaglia per avere giustizia».

A novembre è in programma la prossima udienza in Cassazione nel processo bis sulle morti a centinaia dei cittadini di Casale, mentre in questi giorni si celebrano i dieci anni di vita del Parco Eternot, il parco cittadino sorto sull’area dello stabilimento, progettato per tombarne la bonifica sotto metri di cemento e verde urbano. «Il nostro bellissimo simbolo di rinascita», viene definito, che giovedì 10 settembre ospiterà una giornata di incontri, tavole rotonde e la proiezione di Amianto, il docufilm di Ugo Roffi e Ludovica Schiaroli con Marcello Zinola e Giovanna Cereseto, pensato per raccontare le battaglie dell’amianto condivise dalle città operaie di questo pezzo di Nord Italia, Casale e Genova.

Che effetto fa, per uno con la sua storia, camminare in questo parco?

«Vivo le stesse emozioni ogni volta che ci torno: mi divido tra lo spirito di rivincita che rappresenta un parco nato per cancellare quella storia di morte, dove un tempo ci si ammalava e da dieci anni giocano i bambini, e il dolore che si portano dietro i ricordi. I volti dei miei compagni che non ci sono più, le centinaia di giovani operai che ho visto non riuscire neanche a raggiungere i 50 anni, l’immagine dei miei primi passi a Casale. Arrivai che stavo per diventare padre, avevo un nuovo lavoro, pensavo solo a cose belle e a un futuro migliore».

E invece.

«E invece, iniziò lì la mia storia di sindacalista, al lavoro per difendere gli operai di una fabbrica in cui ad un certo punto ci si iniziò ad ammalare e morire. Con una proprietà che sapeva e ometteva, anzi mistificava. Pensi che a fine anni Settanta, quando già era chiaro cosa stava succedendo, ci misero in busta paga un volantino giallo per mettere in guardia dal fumo di sigaretta. Un invito a smettere di fumare, come a sminuire l’incidenza sul tumore dell’amianto».

Come ha fatto, l’amianto, a uccidere così tanto a Casale Monferrato?

«La polvere era ovunque, in fabbrica ci lavoravamo in 1.500 ma poi andavamo in giro per la città, a trovare gli amici, a casa dalle nostre famiglie, nei negozi, in bicicletta, con le nostre tute ricoperte, intrise di fibre. La puvri, la chiamavamo in dialetto. Quando tornavo a casa mia figlia piccola mi correva incontro per abbracciarmi, scuoteva i miei capelli lunghi, “Papà ti faccio cadere i pallini bianchi dalla testa”, mi diceva. Ho realizzato solo anni dopo, ricordandomi con terrore quegli abbracci, quello che abbiamo vissuto e rischiato. Il giorno che ho rimesso a fuoco e ne abbiamo parlato, abbiamo pianto insieme».

La malattia da amianto ha un’incubazione di trent’anni, nessuno può dirsi ancora al sicuro, ma la scelta di andare a fare il sindacalista fuori dalla linea di produzione probabilmente le ha salvato la vita.

«Guardi, a noi non rimane che guardare avanti, continuare a lottare e sperare non tocchi a noi quello che ha riservato a tanti operai, lavoratori, semplici cittadini che hanno abitato vicino allo stabilimento o hanno avuto lavoratori in famiglia. E ovviamente, lottare per la giustizia anche per chi non l’ha potuta avere».

Cosa prevale, oggi, nel suo stato d’animo. Paura, rabbia, indignazione?

«Tante cose insieme. In qualche modo anche un po’ di orgoglio per tutta la strada fatta a livello sindacale, un modello si battaglia che è servito per riconoscere i diritti per i lavoratori dell’amianto e arrivare a una legge che riconoscesse loro il pensionamento anticipato. Ma soprattutto non guarirò mai dal magone che provo ogni giorno a pensare a chi è morto nel silenzio colpevole di chi ha spremuto come limoni i lavoratori facendo finta di niente, mettendo il profitto davanti alla vita umana. Penso a tanti compagni di lavoro, alle loro storie, e penso con rabbia che meritano di essere raccontate ancora».

Cosa raccontano, le loro storie?

«Sono storie di dolore e ingiustizia, di tumori scoperti per caso o vita di tutti i giorni, ma meritano tutte di essere raccontate e tramandate. Penso a Evasio, che scoprì il tumore dopo aver fatto un incidente in bicicletta. A tutti quelli che venivano in Cgil per segnalare le disfunzioni della fabbrica, dalle cappe di aspirazione che non funzionavano alla mancanza del lavaggio tute. O a Ugo, sempre sorridente anche senza gli era già stato asportato un polmone: quando gli dissero che aveva un tumore anche all’altro polmone, venne da me a dirmi “stavolta è finita”, e io non riuscii a dargli speranza. Si sparò in testa con il fucile da caccia il giorno dopo».

Bastano, un parco e un processo, per portare avanti la memoria di quello che è stato?

«No, per quello stiamo lavorando per costituire uno spazio museale con archivio nella palazzina degli uffici dello stabilimento, l’unica rimasta nella bonifica dell’area dove oggi è nato il parco. Ne vogliamo fare un luogo della memoria, dove fare ricerca anche sulla fase meno studiata della strage dell’amianto, quella degli anni Cinquanta, ancora lontani strumenti come lo statuto dei lavoratori, i consigli di fabbrica, le commissioni ambiente o le bacheche con le quali iniziammo a comunicare con gli operai sul tema della salute negli anni Settanta. Ma anche un simbolo, un monito per il futuro».

Ce n’è ancora bisogno?

«Certo, non si può abbassare la guardia, assolutamente. I processi sulla Eternit finiranno, ma i morti di amianto continuano a esserci, e i ricatti del lavoro continuano. Ci sono ancora le proprietà che mettono davanti alla salute il profitto, ci sono ancora le fabbriche che ci mettono davanti a una scelta: il lavoro o la vita».

A Taranto, con i forni dell’ex Ilva sullo sfondo, se ne parla da quanti anni?

«Ma pensiamo solo a quanti morti da esposizione alle fibre d’amianto contiamo ogni anno in Italia, a quanti settori professionali hanno a che fare con l’amianto, dall’industria della gomma all’edilizia. O anche in Italia, non solo nel mondo nei paesi dove l’Eternit si usa ancora come se nulla fosse con la complicità criminale dell’Oms, a quanti lavori mettono in conto l’esposizione dei lavoratori a fattori nocivi. La chimica, le nanotecnologie, i pesticidi in agricoltura».

Cosa insegna, la storia della Eternit di Casale Monferrato?

«Che non si finisce mai di combattere. In Italia ci sono ancora 1.800 morti di mesotelioma pleurico all’anno, i 500mila siti contaminati nei nostri calcoli potrebbero essere anche un milione, c’è un intero Paese ancora costruito in fibrocemento: ospedali, capannoni, scuole, uffici pubblici, garage, pollai. Eppure, siamo tornati al silenzio assordante di quanto la fabbrica produceva e avvelenava».

Che fare, quindi?

«Da parte mia, posso solo continuare a fare quello che ho fatto fino ad oggi, cercare giustizia. Mio nipote è avvocato, si è appena laureato dedicando la sua tesi al “senso di giustizia” di suo nonno. Mi viene da piangere solo a pensarci, ma è proprio quello che mi ha portato fino a qua».

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