Morta a 35 anni la figlia di Lea Garofalo, la testimone uccisa perché si ribellò alla ’ndrangheta
di Alessia CanditoUna finestra come via di fuga. Da una vita di dolore, tradimenti, paura. Un salto dal terzo piano, per lasciarsi indietro tutto. Dopo quattro giorni di agonia è morta, all’ospedale San Camillo di Roma, Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia nata in una famiglia ai vertici della ‘ndrangheta di Petilia Policastro e diventata grande accusatrice dei suoi familiari più stretti. Un peccato senza redenzione in Calabria: nel 2009 è stata rapita, strangolata e bruciata dall’ex compagno Carlo Cosco.
Era il 24 novembre, di lì a poco Denise avrebbe compiuto 18 anni. A 19, come la madre, è entrata in un’aula di giustizia e ha puntato il dito contro il padre, altri parenti, il primo fidanzato, tutti condannati perché coinvolti nella pianificazione e esecuzione dell’omicidio. Quando è stata uccisa, Lea Garofalo aveva appena 35 anni, esattamente quanti ne aveva Denise cinque giorni fa, quando ha deciso di togliersi la vita. Un caso? Probabilmente no, si cercherà di capire.…
Una finestra come via di fuga. Da una vita di dolore, tradimenti, paura. Un salto dal terzo piano, per lasciarsi indietro tutto. Dopo quattro giorni di agonia è morta, all’ospedale San Camillo di Roma, Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo, la testimone di giustizia nata in una famiglia ai vertici della ‘ndrangheta di Petilia Policastro e diventata grande accusatrice dei suoi familiari più stretti. Un peccato senza redenzione in Calabria: nel 2009 è stata rapita, strangolata e bruciata dall’ex compagno Carlo Cosco.
Era il 24 novembre, di lì a poco Denise avrebbe compiuto 18 anni. A 19, come la madre, è entrata in un’aula di giustizia e ha puntato il dito contro il padre, altri parenti, il primo fidanzato, tutti condannati perché coinvolti nella pianificazione e esecuzione dell’omicidio. Quando è stata uccisa, Lea Garofalo aveva appena 35 anni, esattamente quanti ne aveva Denise cinque giorni fa, quando ha deciso di togliersi la vita. Un caso? Probabilmente no, si cercherà di capire. Ma non c’è dubbio: si è trattato di un gesto volontario. Da quella finestra la ragazza si è lasciata cadere. Sul perché, però, si indaga.
Denise Garofalo, la sua voce in piazza ai funerali della madre Lea
Il procuratore capo di Velletri Carlo Villani ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio e ordinato l’autopsia sul corpo della donna e il massimo riserbo sull’indagine. Solo ieri, poche ore dopo la morte in ospedale, ha iniziato a filtrare qualche dettaglio.
Il 6 settembre Denise Cosco si è lanciata dalla finestra di casa sua, al terzo piano di un palazzo come tanti ad Ariccia, in provincia di Roma. Da qualche anno viveva lì. Ma nessuno doveva saperlo, nessuno poteva conoscere il suo vero nome. Per essere libera, Denise aveva dovuto rinunciare anche a quello, alla sua storia, alla sua identità. Fuori dal programma di protezione dal 2018, la ragazza aveva provato, fra mille inciampi, a ricostruirsi una vita, una storia.
«Voleva essere libera», scrive in una nota don Luigi Ciotti, presenza costante nella vita della ragazza. «Inquieta e sensibile», la racconta il sacerdote fondatore di Libera che ne ricorda la «grande sete di vita, di libertà e di amore», come la continua lotta per mantenere «un fragilissimo equilibrio» tra coraggio e sofferenza.
In mezzo, qualche scivolone, disagio, sostanze, il tentativo — recente — di incontrare nuovamente il padre killer, fare i conti e pace con un passato ingombrante. Nel presente, c’erano un compagno, incontrato nei periodi bui in cui volutamente si era persa, e un figlio di quattro anni, prova concreta, dice chi le stava vicino, del tentativo di andare oltre. Non è bastato. «Non giudichiamo la sua storia, non innalziamola e non compatiamola», è l’invito e il monito di don Ciotti.
«È difficile anche solo trovare le parole. Probabilmente questa vicenda è la dimostrazione plastica dei danni che può fare la criminalità organizzata. Anche a distanza di tempo, tutto quello che quella ragazza è stata costretta a vivere ha lasciato segni indelebili», racconta Ilaria Ramoni, avvocata e amministratrice giudiziaria, per anni vicinissima a Denise, che da qualche tempo aveva perso di vista. È stata fra le prime che i carabinieri hanno avvertito della tragica morte della ragazza. «Credo — mormora — che negli anni ognuno abbia fatto tutto quello che ha potuto per starle vicino».
Voleva essere libera la figlia di Lea. Anche dall’essere la figlia di Lea. Da una vita diventata centinaia di faldoni di atti giudiziari, scandagliata da giudici e avvocati, pubblici ministeri e giornalisti. «Io sono un’orgogliosa testimone di giustizia perché non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre, ma è una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita», aveva detto in aula prima di testimoniare contro Carlo Cosco.
Da giovane era un piccolo ma ambizioso spacciatore, che fidanzandosi con la sorella del boss, sperava nel salto di qualità. Così raccontava Lea a Denise, negli anni in cui erano da sole e in fuga. «Ma alla fine l’amore tra loro c’era», ripeteva negli ultimi tempi la ragazza, che con il padre ha dovuto vivere per un anno, quando la madre risultava ufficialmente scomparsa. «Io avevo capito — ha detto durante uno dei tanti processi — solo non volevo fare la sua stessa fine. Sono stata un anno con loro, ho giocato con i loro figli, pur sapendo che avevano ucciso mia madre». Quella che ha dovuto riconoscere dai pochi gioielli sopravvissuti alle fiamme. «Mi hanno rovinato la vita ma non riesco a odiare nessuno. Neanche mio padre. Ogni tanto — aveva detto anni fa — provo pena per lui».