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Kefir, se una bevanda fermentata diventa panacea

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Un’opera di Banksy battuta all’asta qualche anno fa per sette milioni e mezzo di sterline tiene insieme il giardino delle ninfee di Monet e un paio di carrelli della spesa. L’eleganza della natura oltraggiata da un metallico simbolo del consumo? Lettura schematica — smentita o messa in discussione, volendo, dai dati del Rapporto Coop 2026. Spiare nei carrelli altrui è voyeurismo sociologico anche nel piccolo: butti un occhio, e hai quasi un ritratto dello sconosciuto che ti precede in fila alle casse.

Un desiderio non dico di giardini fioriti ma di benessere naturale serpeggia dentro o sotto i carrelli degli italiani: illusorio magari, e comunque tutto sommato a buon mercato. Dove vedi il barattolo di kefir e di semi di chia, pane di segale e uova allevate …

Un’opera di Banksy battuta all’asta qualche anno fa per sette milioni e mezzo di sterline tiene insieme il giardino delle ninfee di Monet e un paio di carrelli della spesa. L’eleganza della natura oltraggiata da un metallico simbolo del consumo? Lettura schematica — smentita o messa in discussione, volendo, dai dati del Rapporto Coop 2026. Spiare nei carrelli altrui è voyeurismo sociologico anche nel piccolo: butti un occhio, e hai quasi un ritratto dello sconosciuto che ti precede in fila alle casse.

Un desiderio non dico di giardini fioriti ma di benessere naturale serpeggia dentro o sotto i carrelli degli italiani: illusorio magari, e comunque tutto sommato a buon mercato. Dove vedi il barattolo di kefir e di semi di chia, pane di segale e uova allevate a terra — l’insalata, però, poveraccia prevale in busta — leggi in un tempo inquieto e vorticoso l’ansia di star bene o di star meglio. Più precisamente: il tentativo di restare in sesto nella «stanchezza del quotidiano», per citare una locuzione usata nel Rapporto, nella frenesia sul bilico di un eterno burnout, nella turbolenza incerta del presente. Almeno salviamo la flora intestinale! Kefir è la parola chiave: quel 51% in più significa che la parola esotica chiama la bevanda fermentata come mini-panacea nel barattolino a un euro e mezzo.

Succhi, condimenti e carne in scatola vanno giù; ingredienti e cibi vegan salgono insieme alle birre analcoliche. Chiedere al consulente IA, volendo (il 74% degli italiani lo fa, dato più alto che negli Usa): sarà d’accordo sul declassare ulteriormente e nonostante le passioni di Trump la Coca Cola zuccherata, e sul preferire il vetro alla latta, o il cioccolato fondente al nocciolato con latte. Il macinato espresso tiene, ma svettano le cialde, e questo genera qualche incoerenza di cui Banksy potrebbe tenere conto in una prossima e quotatissima opera.

Ma la verità, in fondo, è proprio questa: come certi cassetti in disordine in una stanza linda e immacolata, un carrello della spesa è la radiografia delle nostre contraddizioni. Il conflitto fra desiderio e possibilità, i “vorrei” e i “posso”, le buone intenzioni salutiste e, per usare un orrendo anglicismo, i guilty pleasure, gli sfizi che generano sensi di colpa. Mi compro il cellulare ricondizionato, e sotto l’albero però vorrei il robottino lavapavimenti. Gli scheletri nell’armadio e gli omissis nel carrello. Finché comunque arriva alla cassa con il suo incongruente carico, va quasi tutto bene. Il problema è quando resta semivuoto, e non per scelta. Il marxismo, se continua a morire, muore nei carrelli della spesa che non piacciono a Banksy.

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