Accadde tra l’autunno del 2002 e quello del 2003. In quel periodo gli Stati Uniti avrebbero invaso l’Iraq, l’Italia avrebbe sperimentato il più grande blackout della sua storia ed Emma Bonino si era trasferita al Cairo. Dopo il successo (8,5%) alle elezioni europee del 1999, l’apertura a Berlusconi in una intervista del 2000 e il riflusso (2,4%) alle politiche del 2001, aveva sancito: «L’Italia mi ha rigettato» e si era cercata una nuova missione, nei Paesi arabi. Come nel 1965 Ernesto Guevara era andato in Congo per «esportare la rivoluzione», così lei in Egitto per «esportare la democrazia». L’Africa è stata impietosa con entrambi. Dai diari del “Che” Paco Ignacio Taibo II e due giornalisti cubani hanno tratto il libro L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Dal tempo trascorso con Emma Bonino traggo ora questo articolo in cui si vedrà che andammo in molti luoghi, con esiti contrastanti, ma (da parte sua) l’intenzione di contare qualcosa, aiutare qualcuno e chiamare quell’in…
Accadde tra l’autunno del 2002 e quello del 2003. In quel periodo gli Stati Uniti avrebbero invaso l’Iraq, l’Italia avrebbe sperimentato il più grande blackout della sua storia ed Emma Bonino si era trasferita al Cairo. Dopo il successo (8,5%) alle elezioni europee del 1999, l’apertura a Berlusconi in una intervista del 2000 e il riflusso (2,4%) alle politiche del 2001, aveva sancito: «L’Italia mi ha rigettato» e si era cercata una nuova missione, nei Paesi arabi. Come nel 1965 Ernesto Guevara era andato in Congo per «esportare la rivoluzione», così lei in Egitto per «esportare la democrazia». L’Africa è stata impietosa con entrambi. Dai diari del “Che” Paco Ignacio Taibo II e due giornalisti cubani hanno tratto il libro L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte. Dal tempo trascorso con Emma Bonino traggo ora questo articolo in cui si vedrà che andammo in molti luoghi, con esiti contrastanti, ma (da parte sua) l’intenzione di contare qualcosa, aiutare qualcuno e chiamare quell’inesausto andirivieni, quel carico di buona volontà, abbagli, soddisfazioni e dispiaceri “politica”. In una versione umana, troppo umana, pericolosamente prossima alla purezza.
Pur avendomi visto una volta sola a Roma, all’arrivo al Cairo mi ospitò per qualche settimana nel suo appartamento in affitto, insieme con la mia compagna del tempo. La sua generosità accoglieva nelle altre stanze una giornalista francese che scriveva per Al Ahram e una popstar turca che la moglie americana aveva piantato una settimana dopo l’affrettato matrimonio, tornando in Texas dal padre. La casa era a Zamalek, su un’isola in mezzo al Nilo. Sotto c’era un ufficio postale dove i destinatari di pacchi e lettere ritiravano firmando invariabilmente con una X. Lei si batteva per l’alfabetizzazione, contro l’infibulazione e cercava altre cause come un affamato il cibo.
“Gli devo tanto ma non lo perdono”. Emma e Marco, quelle due vite radicali imprigionate e tormentose
La prima fu Saad Eddin Ibrahim, sociologo, attivista per i diritti umani, oppositore di Mubarak e per questo incarcerato. Avviò una campagna per la sua liberazione e capì che la chiave della cella stava a Washington (Saad aveva una moglie americana e un doppio passaporto). Coinvolse organizzazioni umanitarie statunitensi e il New York Times. Per evitare che i rapporti si incrinassero, a dicembre il regime si piegò e liberò il detenuto. La viglia di Natale cenammo a casa sua, con il tacchino che non aveva potuto mangiare al Ringraziamento. Fu la sola notte di pioggia in tutto l’anno. Andammo con una incongrua stella di Natale e tornammo centrando le infinite pozzanghere di una città senza, tra tante cose, i tombini.
Poi individuò un caso analogo in Siria e partimmo per Aleppo, che allora era una città stupenda e visitabile (anche se un tizio con i baffi finti ti seguiva ovunque). Venne fuori che il “dissidente” era un truffatore e a malincuore si rinunciò a farne un caso contro Assad, che altri, a migliaia, ne avrebbe avuti.
Convinta dagli intellettuali egiziani, Emma Bonino era favorevole all’intervento in Iraq. Erano tutti persuasi che l’abbattimento di Saddam Hussein avrebbe avviato un domino virtuoso, come nell’Europa dell’Est del 1989, facendo cadere rais dopo rais. Riuscì a farli arrivare quasi tutti a Sana’a’, nello Yemen, per una conferenza sulla democrazia in Medio Oriente che io chiamavo «il ghiaccio all’equatore». Fece lei il discorso introduttivo, in arabo, parlando per minuti. Si era preparata ossessivamente, per giorni. Era secchiona e stakanovista. Mentre noi ci concedevamo un weekend sul Mar Rosso lei partiva per il Congo perché doveva «vedere Kabila piccolo». Tornava carica di entusiasmo e profezie. I rais in prima fila a Sana’a (altro luogo meraviglioso e oggi inaccessibile) annuivano scuotendo le loro teste ricoperte di tintura nera. Saleh, il boss locale, disse addirittura: «Dobbiamo tagliarci i capelli prima che arrivi il barbiere». È arrivata la parrucchiera con la falce a tagliare le teste. Sono tutti morti. E male: sulla forca, in una buca, in prigione, in esilio. Avrebbero fatto meglio ad ascoltare Emma, per imperfetto che fosse il suo arabo.
Una sera si concesse uno svago. C’era il Cairo Film Festival. Davanti al cinema una massa scalpitante di uomini, solo uomini. Hisham, il giornalista egiziano che l’accompagnava, spiegò: «Poiché è una manifestazione culturale non c’è censura e questi qui sperano di vedere… qualcosa». Proiettarono Respiro di Crialese. Nella scena in cui Valeria Golino nuota a seno nudo i pescatori siciliani le urlano: «Bottana!» e gli spettatori egiziani (privati di sottotitoli): «Sharmuta!», che è la traduzione. Hisham volle ci sedessimo ai lati di Emma Bonino «perché così non ti molesteranno». Cominciò a ridere e lo fece a lungo, poi disse: «Questa non mi era ancora capitata!». E sì che era stata ad Arcore (come le ricordavo troppo spesso), ma era andata via prima di cena. Alla fine dell’anno ammise che la guerra all’Iraq era stata «mal gestita. E, con il senno di poi, si sarebbe dovuto spingere di più per l’esilio forzato di Saddam. Ora la situazione è peggio di prima, i despoti sono rimasti e la speranza è morta. Ma una cosa abbiamo imparato: la democrazia non è un prodotto da import export. Se lo fosse, la dovremmo far venire in Italia».
Poi, a fine anno, io trovai più salutare l’aria di Beirut, lei quella di Roma. La rividi nel 2010 da candidata presidente alla Regione Lazio e le chiesi che cosa c’entrasse lei con il Lazio. Rispose: «Non è che si fa sempre quel che si vuole, si fa quel che si può». Lei voleva credere e combattere; obbedire non poteva, mai.