La verità sulle strade romane: erano lunghe sette volte l’equatore e non tutte portavano a Roma
di Elena DusiTutte le strade portavano a Roma. Ma anche ad Antiochia, Ankara e Bisanzio. “Queste città erano meglio collegate rispetto alla capitale dell’impero romano”.
Un altro adagio vuole che le vie consolari fossero dritte e ben pavimentate. “Ma solo fin dove la geografia lo permetteva, nelle regioni pianeggianti”. Di fronte a una montagna che saliva ripida, in primis le Alpi, nonostante l’esempio di qualche tunnel come in Valle d’Aosta, la rete viaria romana usciva dagli stereotipi che la volevano agevole e rettilinea.
Ne sa qualcosa Tom Brughmans, l’archeologo dell’università danese di Aarhus che con i suoi colleghi ha tracciato la mappa più completa della rete viaria dell’impero romano, percorrendo personalmente molte di quelle strade.
Pubblicata oggi su Nature Communications, la cartina comprende 300mila chilometri di strade, oltre 200mila delle quali secondarie, che servivano un territorio di 5,5 milioni di chilometri quadri con 100 milioni di abitanti, un milione dei quali concentrato n…
Tutte le strade portavano a Roma. Ma anche ad Antiochia, Ankara e Bisanzio. “Queste città erano meglio collegate rispetto alla capitale dell’impero romano”.
Un altro adagio vuole che le vie consolari fossero dritte e ben pavimentate. “Ma solo fin dove la geografia lo permetteva, nelle regioni pianeggianti”. Di fronte a una montagna che saliva ripida, in primis le Alpi, nonostante l’esempio di qualche tunnel come in Valle d’Aosta, la rete viaria romana usciva dagli stereotipi che la volevano agevole e rettilinea.
Ne sa qualcosa Tom Brughmans, l’archeologo dell’università danese di Aarhus che con i suoi colleghi ha tracciato la mappa più completa della rete viaria dell’impero romano, percorrendo personalmente molte di quelle strade.
Pubblicata oggi su Nature Communications, la cartina comprende 300mila chilometri di strade, oltre 200mila delle quali secondarie, che servivano un territorio di 5,5 milioni di chilometri quadri con 100 milioni di abitanti, un milione dei quali concentrato nella capitale.
Contrariamente a quel che sostiene il proverbio, la rete viaria dell’impero al suo apice (intorno al secondo secolo) portava più facilmente nelle capitali di varie province, le odierne Ismit, Sofia, Aquileia e Narbona, ma soprattutto Bisanzio, che non nella città eterna, dove spesso era più facile arrivare via mare.
Lei è nato in Belgio e insegna in Danimarca. Perché dedica la sua carriera alla rete viaria romana?
Le strade insegnano molto sulle persone che le hanno percorse. Sui tracciati romani hanno viaggiato individui, animali, merci, malattie. Sono state percorsi dalle legioni in marcia. Erano usati per dar da mangiare a Roma, una città da un milione di abitanti, con il grano proveniente da Alessandria d’Egitto. Attraverso di essi si sono diffuse idee nuove e rivoluzionarie come il cristianesimo».
Da dove si parte per studiare le strade di Roma?
«Da una serie di domande che sembrano stereotipi. Tutte le strade portano a Roma? Sono davvero dritte? Le vie che percorriamo oggi sono le stesse dei tempi dell’impero? Partendo dalla via Appia sembra che tutte queste affermazioni siano vere. Gli scavi di oggi però smentiscono molte di queste tesi consolidate, e allora nasce la curiosità di sapere: se non tutte le strade portavano a Roma, dove andavano? Quali erano le città meglio collegate? Quanto i tracciati erano condizionati dalla geografia? Per rispondere a queste domande abbiamo creato la mappa più dettagliata della rete viaria dell’impero».
Dal vostro lavoro è nato il sito itiner-e.org, la mappa stradale dell’impero romano.
«Ci lavoro dal 2020 con il collega Pau de Soto. L’archeologia si è sempre concentrata sulle arterie principali, come l’Appia. Non sapevamo nulla della rete secondaria. Abbiamo diviso e conquistato le varie regioni dell’impero, cercando tutte le fonti che menzionavano le vie di collegamento fra le città, digitalizzando i nuovi itinerari e applicando ai risultati i metodi della scienza delle reti. Abbiamo scoperto che il sistema viario romano aveva una lunghezza doppia rispetto a quello che pensavamo: 300mila chilometri, 7 volte l’equatore. Ma abbiamo riportato alla luce solo la punta dell’iceberg. Le strade dell’impero sono ancora più lunghe di così».
E lei quante ne ha percorse?
« Tra missioni di lavoro e vacanze ho percorso a piedi le strade di ogni provincia dell’impero, Albania, Siria, Spagna, Turchia, ovviamente Italia. La scorsa estate con la mia famiglia ci siamo avventurati lungo il vallo di Adriano. Abbiamo usato Itiner-e per cercare i percorsi militari lungo la frontiera. A Roma l’anno scorso avevo deciso di camminare tutto il tempo: niente bus o metro. Ho ripercorso il tragitto di un’anfora di olio di oliva spagnolo dal porto sul Tevere a Monte Testaccio, dove le anfore venivano gettate via. La collina non è altro che una discarica di contenitori usati. Ho esplorato gli incroci attorno alle Terme di Caracalla, dove le vie Latina, Appia e Ardeatina si incontrano. Ho percorso tutte le mura aureliane. Camminare lungo le strade romane è come viaggiare nel tempo. I tuoi piedi toccano quelli degli individui che le hanno percorse prima di te. Il lavoro da archeologo è spesso molto tecnico, ma camminare lungo le strade aiuta a trasformare la storia in vite umane».
L’Appia le sta meno simpatica?
«Ma no, è un’esperienza eccezionale. Ma è la fonte di alcuni stereotipi: le strade romane sono sempre dritte e tutte le strade portano a Roma. L’Appia riflette il modello perfetto di strada romana: pavimentata, rettilinea, puntata direttamente su Roma. Ma è dritta solo nella prima parte, nel Lazio. Poi si riempie di curve come tutte le altre».
La sua preferita?
“Mi piace molto la via Augusta perché racconta l’espansione graduale di Roma, le difficoltà di amministrare le nuove regioni e di rifornire di cibo la capitale. La Spagna meridionale è stata una delle prime province, conquistata nella seconda guerra punica, quella contro Annibale. La via Augusta rispecchia la forma di quella antica regione, da Cadice ai Pirenei, dove poi si unisce alla via Domizia e raggiunge Roma. Era percorsa da grandi ricchezze, dai metalli preziosi all’olio di oliva”.
Quali fonti avete usato?
“Itinerari di viaggio, come le coppe di Vicarello o la Tabula Peutingeriana, che davano indicazioni per attraversare l’impero. Abbiamo le pietre miliari e l’elenco di città e centri minori. Per connettere tutti questi punti abbiamo dovuto sudare, usando fotografie aeree e immagini satellitari, ma anche mappe coloniali. Tra il 19esimo e il 20secolo gli eserciti francesi e inglesi usavano mappe dettagliate del medio oriente che mostravano quel che resta di antiche strade romane”.
È d’accordo con Plinio il Vecchio, secondo cui gli ingegneri romani, a differenza di quelli delle precedenti civiltà, badavano soprattutto alla praticità, non “a quegli esempi di inutile ostentazione come le piramidi”?
“Le strade romane erano tutte diverse fra loro. Dipingevano una battaglia tra il territorio e la tecnologia del tempo. Abbiamo sia l’Appia, dritta e pavimentata, che le tortuose piste di sabbia nel deserto egiziano, che univano fortezze e oasi. La bellezza della rete viaria dell’impero stava proprio in questa diversità”.