Valentina Sacchi è una fisioterapista con studio a Roma che segue o ha seguito nuotatori come Federica Pellegrini, Massimiliano Rosolino, Filippo Magnini, Simona Quadrarella ma anche la nazionale femminile di pallanuoto che ha vinto le Olimpiadi ad Atene.
Come mai in così tanti cercano di entrare a Fisioterapia?
“Intanto, pesa la consapevolezza che questo lavoro non morirà mai, visto che abbiamo una società sempre più anziana”.
E l’aspetto economico, la possibilità di lavorare nel privato?
“Molti giovani pensano, purtroppo, che la fisioterapia faccia guadagnare tanto e la prima domanda che mi fanno quando mi chiedono di lavorare è: “Quanto prendo?”. È vero che si può guadagnare bene, ma è un mestiere che va fatto con il cuore, perché si aiutano le persone. Non è per tutti”.
Come mai?
“Quando studiavo molti si sono persi, perché si mettono le mani addosso alle persone. Magari è facile farlo con un giovane sportivo, ma interveniamo anche sull’ottantenne che soffre. Bisogna essere pr…
Valentina Sacchi è una fisioterapista con studio a Roma che segue o ha seguito nuotatori come Federica Pellegrini, Massimiliano Rosolino, Filippo Magnini, Simona Quadrarella ma anche la nazionale femminile di pallanuoto che ha vinto le Olimpiadi ad Atene.
Come mai in così tanti cercano di entrare a Fisioterapia?
“Intanto, pesa la consapevolezza che questo lavoro non morirà mai, visto che abbiamo una società sempre più anziana”.
E l’aspetto economico, la possibilità di lavorare nel privato?
“Molti giovani pensano, purtroppo, che la fisioterapia faccia guadagnare tanto e la prima domanda che mi fanno quando mi chiedono di lavorare è: “Quanto prendo?”. È vero che si può guadagnare bene, ma è un mestiere che va fatto con il cuore, perché si aiutano le persone. Non è per tutti”.
Come mai?
“Quando studiavo molti si sono persi, perché si mettono le mani addosso alle persone. Magari è facile farlo con un giovane sportivo, ma interveniamo anche sull’ottantenne che soffre. Bisogna essere predisposti”.
A lei cosa le piace del suo lavoro?
“Sono nata per aiutare le persone. È un aspetto del mio carattere. I pazienti lo percepiscono già dal tocco della mano”.
Come sono formati i giovani all’università?
“Purtroppo hanno solo una base, imparano solo certe cose. Ma per lavorare va fatta tanta pratica. Chi esce da scuola non è pronto a lavorare con me. Deve fare un tirocinio, imparare sul campo”.
Lei segue sportivi, ballerini, personaggi dello spettacolo. Che differenza c’è coi pazienti normali?
“Lo sportivo fondamentalmente sta bene, lo devi aiutare ad arrivare al 100 per cento per la gara. La persona normale sta male, magari è bloccata ed è bello poterla rimettere in piedi con il tuo lavoro. Per me si tratta di assistiti importanti nella stessa misura”.