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Insalata, melanzane, carote e pomodori: così il clima svuota gli scaffali dei supermercati

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Il caldo anomalo della scorsa estate, gli incendi e poi la grandine hanno danneggiato ortaggi e frutta in tutta Italia. Viaggio tra i banchi dei supermarket, dove molti prodotti scarseggiano
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Fortunato il mondo dell’ “Ah, signora mia, le zucchine... Non ci sono più le mezze stagioni e costano più dell’oro!”. Nel tramonto settembrino dell’estate più calda di sempre l’insalata è desaparecida; scarseggiano le melanzane, i peperoni e le carote; la cesta dell’avocado conta un paio di superstiti; i ciuffi di spinaci, bietole, rucola e songino s’accomodano larghi tra i banchi.

E i pomodori? Che fine hanno fatto i pomodori? Se ne stanno solitari i cuori di bue, alle stelle i datterini. E dove sono i costoluti, i camone, i piccadilly? Chi ha svuotato le pile di valeriana e lattughino in busta?

Al loro posto nelle Esselunga di tutta Italia c’è un cartello: «Informazione ai clienti. A seguito delle condizioni climatiche delle zone di produzione, la disponibilità di alcuni prodotti ortofrutticoli potrebbe essere temporaneamente ridotta». Il condizionale è un vezzo.

Ecco dove son spariti tutti: nel clima impazzito come una mayonese è cambiata la spesa.

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Fortunato il mondo dell’ “Ah, signora mia, le zucchine... Non ci sono più le mezze stagioni e costano più dell’oro!”. Nel tramonto settembrino dell’estate più calda di sempre l’insalata è desaparecida; scarseggiano le melanzane, i peperoni e le carote; la cesta dell’avocado conta un paio di superstiti; i ciuffi di spinaci, bietole, rucola e songino s’accomodano larghi tra i banchi.

E i pomodori? Che fine hanno fatto i pomodori? Se ne stanno solitari i cuori di bue, alle stelle i datterini. E dove sono i costoluti, i camone, i piccadilly? Chi ha svuotato le pile di valeriana e lattughino in busta?

Al loro posto nelle Esselunga di tutta Italia c’è un cartello: «Informazione ai clienti. A seguito delle condizioni climatiche delle zone di produzione, la disponibilità di alcuni prodotti ortofrutticoli potrebbe essere temporaneamente ridotta». Il condizionale è un vezzo.

Ecco dove son spariti tutti: nel clima impazzito come una mayonese è cambiata la spesa.

Tanoressici sotto al sole, senza protezione 50, gli ortaggi si son scottati la pelle, lessati, caduti anzitempo, prematuri, più piccoli del dovuto. E insieme alle temperature folli è arrivata la siccità e poi i roghi e poi ancora la grandine. Danni che hanno superato, secondo la Coldiretti, i 3 miliardi di euro, mettendo a dura prova la scorza di ortofrutta, mais, riso, foraggi.

«Il caldo prolungato ha rallentato la crescita di alcune colture, mentre grandine, vento e temporali hanno danneggiato parte dei raccolti, rendendo più complesse e variabili la disponibilità e la continuità delle forniture di alcuni prodotti ortofrutticoli, tra cui, ad esempio, pomodori e insalate», ammettono all’Esselunga.

Significa un 10 per cento in meno di produzione per la frutta e la verdura; in Puglia per i pomodori va anche peggio. E dove non spariscono, dell’infinità varietà è rimasto il ciliegino, il San Marzano, il seccagno. Per l’insalata si arriva al meno 30 per cento.

In Emilia Romagna invece di staccare i duroni neri di Vignola c’è chi ha piantato i mandorli che di solito crescono al Sud. Il caldo fa male alle angurie che rischiano di cuocersi all’interno; l’umidità agli agrumi della Calabria; lo stress da calore ha colpito uva e olive e l’Italia è uno dei quattro Paesi europei in cui le conseguenze sul raccolto son state le peggiori, certifica un’analisi del Copa-Cogeca. Pure le zucchine, le pere, l’avocado sono in difficoltà, la Coop li cita espressamente. Non è il tempo delle mele nemmeno in Trentino: le pezzature si son ristrette.

«Da circa tre settimane – spiega Alessandro Marinoni, consigliere di Confagricoltura di Brescia – si registra una forte mancanza di verdura: i quantitativi disponibili sui mercati si sono ridotti sensibilmente, i prezzi sono saliti in modo marcato e anche nella grande distribuzione si iniziano a sentire difficoltà nel reperire il prodotto. È una situazione critica per l’intera filiera».

E si vede. «Prodotto esaurito», sta scritto sugli scaffali. Alla Conad, alla Pam, al Carrefour di Roma ci si specchia nelle file vuote delle buste d’insalata: radicchio e valeriana non pervenuti, spinacini in esaurimento, cuori di iceberg in fase terminale. Così è stato per giorni anche a Bari per le verdure pronte a cuocere.

Nei negozi Tigre l’allarme sta in un cartello accanto al banco frigo: «Comunicazione ai clienti. Alcune referenze di insalate in busta potrebbero essere temporaneamente non disponibili a causa di difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. Ci scusiamo per il disagio».

Racconta un commesso romano mentre svuota il mezzo carico appena arrivato: «Sa che succede se ordiniamo cento colli? Ne arrivano cinquanta». Facciamo un esempio, dice Aurelio Baccini di Agofi, l’associazione dei grossisti ortofrutticoli fiorentini: «Le insalate in questo periodo vengono da Mantova e dall’alto Ferrarese, lì però ha grandinato molto».

E pensare, come ricorda Confagricoltura, che i prodotti da aprire e consumare, la cosiddetta quarta gamma, sono una presenza talmente stabile nel carrello della spesa da avere un indice di penetrazione tra le famiglie italiane che supera l’80 per cento. E l’Italia sarebbe leader in Europa in questo campo con un fatturato, nel 2025, oltre il miliardo di euro.

Le criticità – iniziate a luglio ma entrate ora nella fase critica – riguardano «in particolare cicorie, indivie, lattughe e spinaci, ma anche valeriana, lattughini, rucola e cavoli», confermano da Unione Italiana Food. Secondo loro, e i numeri vengono confermati da Confagricoltura, il calo della disponibilità di prodotto arriva fino al 40 per cento e gli scarti, causati dal mancato raggiungimento degli standard qualitativi, fino al 20 per cento.

Passerà? Intanto il ciclo s’è sfasato. «A causa del gran caldo in alcuni casi si è avuto un anticipo dei calendari dei produzione e delle disponibilità con un accavallamento di prodotti», spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti.

Ecco che ci facevano i fichi d’India e il radicchio a inizio settembre. D’altronde «con temperature così elevate da maggio in avanti, si è smesso ben presto di coltivare in serra dove il termometro segnava anche 60 gradi: un incubo per gli ortaggi, un rischio inaccettabile per i lavoratori».

La legge della domanda e dell’offerta ha perso il suo equilibrio. «I prezzi, in questo contesto, possono lievitare – spiega Bazzana – anche perché aumentano i costi di produzione. E la situazione energetica globale non aiuta».

Per gli imprenditori agricoli è un grosso problema: l’aumento non copre comunque i costi con una contrazione del 20-30 per cento sulla coltivazione e la raccolta. Allora succede che arrivano pomodori dall’estero, «quelli olandesi arrivano a costare 4 euro al chilo», osserva Gianni Tapinassi, presidente di Mercafir, Centro alimentare polivalente di Firenze. Il prezzo è per i grossisti, significa pagarli 7 o anche 8 euro sullo scaffale.

Si dovranno importare anche più mais, più soia perché il foraggio scarseggia negli allevamenti, pure in alpeggio si è fatto fatica a trovare erba fresca, i terreni sono secchi, bollenti. E l’autunno? In Sardegna, dopo aver perso gran parte della prima coltivazione, le aziende si son messe a ripiantare i carciofi. Arriveranno come prima? E i cavolfiore, i finocchi, i kiwi, le mele, le pere? Vedremo.

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