MONTALTO DI CASTRO – Mentre la guerra in Medio Oriente inguaia l’Italia in una nuova crisi energetica, con prezzi di gas ed elettricità ai massimi da quattro anni, nel nostro Paese la costruzione di nuovi impianti rinnovabili – la fonte più economica e sicura – continua a rallentare. La frenata era già iniziata lo scorso anno, quando la nuova potenza verde installata era scesa da 7,5 a 7,1 Gigawatt. Prosegue nella prima metà di questo 2026, che secondo i dati Terna elaborati da Elettricità Futura si è chiusa con un aumento di appena 3,4 Gigawatt, portando il totale tra solare, eolico, idroelettrico e geotermico a 86,9. Di questo passo raggiungere gli obiettivi fissati due anni fa nel Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec), cioè 131 Gigawatt di potenza installata entro la fine del 2030, sarà impossibile: per arrivarci il nostro Paese dovrebbe accelerare oltre i 10 Giga l’anno, ritmi “spagnoli”. La Germania intanto viaggia a più del doppio.
MONTALTO DI CASTRO – Mentre la guerra in Medio Oriente inguaia l’Italia in una nuova crisi energetica, con prezzi di gas ed elettricità ai massimi da quattro anni, nel nostro Paese la costruzione di nuovi impianti rinnovabili – la fonte più economica e sicura – continua a rallentare. La frenata era già iniziata lo scorso anno, quando la nuova potenza verde installata era scesa da 7,5 a 7,1 Gigawatt. Prosegue nella prima metà di questo 2026, che secondo i dati Terna elaborati da Elettricità Futura si è chiusa con un aumento di appena 3,4 Gigawatt, portando il totale tra solare, eolico, idroelettrico e geotermico a 86,9. Di questo passo raggiungere gli obiettivi fissati due anni fa nel Piano nazionale per l’energia e il clima (Pniec), cioè 131 Gigawatt di potenza installata entro la fine del 2030, sarà impossibile: per arrivarci il nostro Paese dovrebbe accelerare oltre i 10 Giga l’anno, ritmi “spagnoli”. La Germania intanto viaggia a più del doppio.
La premier Meloni ha rivendicato i risultati del governo, vantando il triplo di rinnovabili accese rispetto ai predecessori. Quei risultati però sono in parte frutto di progetti autorizzati prima, oltre che dei tanti impianti domestici da Superbonus, mentre le cifre recenti restituiscono un’immagine meno scintillante. «L’Italia non sta facendo quanto serve per rispettare gli obiettivi», dice Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, che come gran parte della galassia ambientalista chiede uno scatto. «La ragione è un combinato disposto di disattenzioni nazionali, con il ministero dell’Ambiente che pensa a come trovare nuovo gas o al ritorno al nucleare; ostracismi come quello del ministero della Cultura, che nega il via libera agli impianti anche dove non ci sono vincoli paesaggistici; e una responsabilità delle Regioni che non li autorizzano, anche dove governa il centrosinistra».
La mappa delle rinnovabili in Italia è in effetti uno stivale a macchia di leopardo, in cui l’orientamento politico conta poco. Le prime tre Regioni per potenza solare sono tutte al Nord, Lombardia, Veneto ed Emilia, non certo le più irraggiate. La Sardegna, diventata l’emblema della resistenza a pannelli e pale, ha la metà della potenza fotovoltaica del Lazio, la Toscana ancora meno. La Calabria ne ha un quarto della Puglia, che è la prima regione del Mezzogiorno sia per solare che per l’eolico. Tutto questo è il risultato, in una materia concorrente come l’energia, dei conflitti di competenze tra Stato e Regioni, più sensibili alle resistenze delle comunità locali. E di un processo autorizzativo lungo e macchinoso, che parte da una valutazione di impatto, passa da una conferenza dei servizi che riunisce gli enti locali e – in caso di obiezioni – va risolto a Palazzo Chigi. Il via libera a un impianto può richiedere anni, come documenta il bestiario di Legambiente sullo “scacco matto” alle rinnovabili.
A rendere tutto più fluido doveva essere la norma sulle “aree idonee”, identificando una serie di territori adatti a livello nazionale e imponendo alle Regioni di aggiungerne altri, sulla base di un principio di equa ripartizione degli oneri. Un testo pasticciato ha fatto invece deflagrare ancora di più il conflitto, che da mesi attende risoluzione. «Finora è mancata la capacità di fare sistema, cioè di costruire una pianificazione complessiva e declinarla a livello territoriale, combinando volontà politica, capacità amministrativa e costruzione del consenso nelle comunità», dice il professor Marco Frey, che alla Sant’Anna di Pisa dirige il centro sulla Sostenibilità e il clima. Questa mancanza si riflette soprattutto sull’eolico, vista la complessità dei progetti: da qui al 2030 l’Italia dovrebbe installarne 3 Gigawatt l’anno, nei primi sei mesi del 2026 si è fermata a 0,3. Frenano anche i nuovi impianti di accumulo, che dovrebbero immagazzinare l’energia nelle ore di picco produttivo e poi rilasciarla quando necessario.
Il mix energetico dell’Italia dipende ancora dal gas, la fonte più costosa e tutta importata, quindi – prima la Russia, ora il Medio Oriente – esposta ai frequenti terremoti geopolitici. Quasi tutti riconoscono che la transizione alle rinnovabili sia una buona parte della soluzione, con benefici ambientali, di sicurezza e in bolletta. «Oggi le rinnovabili sono l’unica fonte disponibile in grado di garantire autonomia e abbassare i prezzi», dice Giorgio Boneschi, direttore generale di Elettricità Futura, l’associazione delle imprese della generazione. «Bisogna farne di più e più velocemente semplificando le autorizzazioni». Le aziende delle rinnovabili non sono esenti da responsabilità. Per anni hanno goduto di generosi sussidi, oggi producono e vendono con margini notevoli, ma non sempre – dice Frey – hanno contribuito agli investimenti necessari nelle infrastrutture e alle compensazioni dei territori. Quanto a Confindustria, dopo aver spinto molto per il ritorno al nucleare, da qualche settimana pare aver rimesso il focus su solare ed eolico: il presidente di Orsini ha chiesto un commissario per sbloccarli.
In effetti un commissario il governo lo ha fatto, ma per le trivellazioni di gas e petrolio, eterno ritorno di un piano nazionale dai benefeci discutibili. Quanto alle rinnovabili, si annunciano semplificazioni in un prossimo decreto e investimenti in legge di Bilancio, grazie alla flessibilità garantita dall’Europa. Serviranno entrambi per non fallire gli obiettivi che lo stesso governo Meloni ha fissato per l’Italia. Ma potrebbero non bastare, avverte Frey, senza una svolta culturale: “Bisogna creare la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie e che possono essere un beneficio per tutti, compresi i territori coinvolti”.