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L’Etruria divisa sui pannelli solari, Montalto si riconverte: “Ma ora tocca agli altri”

L’ex Comune nucleare è il primo per potenza verde, per molti, però, serve una programmazione: “Il paesaggio è rovinato”
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MONTALTO DI CASTRO – «Qua, goditi lo spettacolo». Luigi Favale, 70 anni, ci ha portato nel punto più alto del suo podere, una piccola azienda agricola con B&B — mandorli, olivi pronti alla raccolta, pistacchi — e un punto di vista perfetto sul cambiamento. Da una parte uno scorcio di campagna della Tuscia rimasta com’era, la pianura ondulata fin su al borgo agricolo di Montebello, i campi di fine estate color paglia e salvia. Dall’altra parte la nuova Tuscia. Una quarantina di pale eoliche in direzione di Tuscania. Una decina di grandi impianti fotovoltaici oltre la provinciale verso Tarquinia, che macchiano il paesaggio di un terzo innaturale colore, il nero. Lui lo chiama «lo scempio» mentre infila il fuoristrada tra i pannelli, in testa una mappa mentale dei progetti realizzati e di quelli presentati che con il Coordinamento ambientale Tuscia cerca di bloccare: «Qui altri 40 ettari, qui pale alte 230 metri, una di fronte a casa». Ti daranno del Nimby (chi si oppone alla realizz…

MONTALTO DI CASTRO – «Qua, goditi lo spettacolo». Luigi Favale, 70 anni, ci ha portato nel punto più alto del suo podere, una piccola azienda agricola con B&B — mandorli, olivi pronti alla raccolta, pistacchi — e un punto di vista perfetto sul cambiamento. Da una parte uno scorcio di campagna della Tuscia rimasta com’era, la pianura ondulata fin su al borgo agricolo di Montebello, i campi di fine estate color paglia e salvia. Dall’altra parte la nuova Tuscia. Una quarantina di pale eoliche in direzione di Tuscania. Una decina di grandi impianti fotovoltaici oltre la provinciale verso Tarquinia, che macchiano il paesaggio di un terzo innaturale colore, il nero. Lui lo chiama «lo scempio» mentre infila il fuoristrada tra i pannelli, in testa una mappa mentale dei progetti realizzati e di quelli presentati che con il Coordinamento ambientale Tuscia cerca di bloccare: «Qui altri 40 ettari, qui pale alte 230 metri, una di fronte a casa». Ti daranno del Nimby (chi si oppone alla realizzazione di opere vicine casa), provochiamo. «Ancora questa storia? Lo riconoscono tutti che questo territorio è saturo».

Difficile dargli torto. Montalto di Castro, 8.670 abitanti, è il primo Comune in Italia per potenza solare installata, oltre un gigawatt secondo l’amministrazione. Primo anche per territorio occupato, tra il 4 e il 6% a seconda delle stime. Il vicino borgo di Tuscania è secondo. L’altra vicina, Tarquinia, poco sotto. Nel triangolo italiano delle rinnovabili, in provincia di Viterbo, si produce più energia che in molte Regioni.

Può sembrare un paradosso, in un Paese dove la transizione arranca. Non lo è, è solo l’altra faccia della stessa totale assenza di pianificazione. Perché quando chiedi chi ha deciso che la campagna degli etruschi dovesse diventare un distretto energetico la risposta è: nessuno. Un po’ sono stati gli accidenti della storia. Perché a Montalto di Castro, microcosmo della storia energetica nazionale, la centrale nucleare costruita e mai aperta, poi centrale a gas, ha lasciato in eredità un’abitudine alle compensazioni e un bell’allaccio alla rete ad alta tensione. A quella si sono attaccate le impersonali leggi del mercato. Gli incentivi per le rinnovabili, i pendii dolci e ben irraggiati, un territorio scarsamente popolato e in ulteriore spopolamento, dove i proprietari terrieri o i loro eredi erano ben contenti di disfarsi delle terre a colpi di decine di migliaia di euro l’ettaro. Massimo profitto, minimo attrito. I primi impianti, quindici anni fa, erano già tra i più grandi d’Europa. Poi ne sono arrivati altri, e altri ancora, sempre più grandi, un’autorizzazione regionale (giunta Zingaretti) dopo l’altra. Enel, Eni, Sorgenia, Iberdrola, Enfinity, tutti i big del settore hanno posato pannelli e pale qui.

E così, se all’inizio erano quasi tutti contenti della rivoluzione verde, ora mica tanto. I montaltesi, ci dicono, non si espongono mai, non sono combattivi come i vicini toscani o i lontani sardi. Ma in un sondaggio improvvisato al bar della piazza non c’è uno degli avventori che non scuota la testa per «l’invasione», «la marea nera», per «esserceli ritrovati in casa all’improvviso». «Qui la metà delle persone è a favore e la metà contro», dice il sindaco Emanuela Socciarelli, da quattro anni alla guida di una giunta civica vicina a Fratelli d’Italia. Nei cantieri lavorano in tanti, tecnici, periti, operai. guardie private. E con le compensazioni versate dalle aziende, anche se non sono certo quelle dorate della vecchia centrale, si sono fatte cose: dal fotovoltaico sulla scuola alle piste ciclabili. «La situazione però è sfuggita di mano, e voglio essere educata». Il Comune è stato tra i proponenti di un ricorso al Tar contro un nuovo maxi impianto autorizzato dal ministero dell’Ambiente, vinto a maggio sulla base del principio della saturazione del territorio. Il presidente della Regione Lazio Rocca si è impegnato a non inserire la Tuscia tra le famose “aree idonee” per le nuove rinnovabili. Scocciarelli dice che ora tocca agli altri, sulla base del principio di condivisione degli oneri.

Se questo è uno stop, però, non lo sembra. In località Quartuccio, una delle più pannellate, si continua a spianare in mezzo al ronzio di sottofondo della corrente. La strada verso Tuscania è tutta un buco per posare cavi. C’è una coda di impianti autorizzati che vanno ancora terminati e allacciati. Intanto Terna potenzia le stazioni di trasformazione e ha iniziato a costruire un nuovo cavo Montalto-Milano, dove i data center sono affamati di elettricità viterbese. E poi si dovranno di certo realizzare gli accumuli per immagazzinare un’energia che per molte ore del giorno è in eccesso, con altro consumo di suolo. «In Tuscia l’amministrazione è stata efficiente», dice Valerio Faccenda, a capo in Italia della multinazionale spagnola Iberdrola, che ha quattro centrali accese e altre tre in costruzione. «Noi siamo un investitore di lungo periodo, non speculativo: integrarci nel paesaggio e nella vita economica e sociale del territorio è un priorità». Racconta che uno dei loro impianti è aperto al pascolo delle pecore, che risolvono anche il problema di tagliare l’erba. E di opere di mitigazione come i 1.350 ulivi che circondano l’impianto di Tarquinia. «Comprendo quando i cittadini parlano di invasione, e di certo gli operatori possono fare di più. Ma il terreno occupato è limitato, si tratta di una percezione».

La percezione però conta. E quella di Sascia Viola, proprietario del caffè letterario, è che finiti i cantieri, di indotto ne resterà ben poco. L’associazione No Fer selvaggio ha proposto almeno uno sconto in bolletta per i cittadini, proposta fatta propria dall’ex sindaco Caci (Forza italia). Socciarelli dice invece che bisogna smettere di cercare una mammella a cui attaccarsi e costruirsi un futuro solido. Solo che le sue idee di turismo slow non si conciliano troppo bene con la nuova faccia della Tuscia. Lo racconta scherzosamente il cortometraggio Green Bordello, in cui due ragazzi seguono un cammino etrusco ammirando il paesaggio («Se ho una figlia la chiamo Tuscia») salvo trovarsi di fronte al recinto di un impianto solare e a una bambola assassina, Mr Green, che rende la scampagnata un incubo. Appunto da Montalto per l’Italia che deve accelerare la transizione: non così.

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