La nuova vita del camper “Più libertà, meno spese e si può lavorare ovunque”
di Giulia BoeroNel 2011, il fotografo Foster Huntington lascia il lavoro da Ralph Lauren. «Orari da ufficio spietati», avrebbe poi raccontato. Compra un furgone Volkswagen del 1987 e da quel momento sparisce dentro un hashtag: #vanlife. Inizialmente un gioco di parole ispirato all’album Thug Life di Tupac, un’ironia sulla parte più sporca e scomoda del vivere su ruote. Ma destinato a diventare un’industria miliardaria, erede diretta dei pulmini hippie degli anni Sessanta.
Oggi quella fascinazione conta oltre 19milioni di post su Instagram e 10,8 miliardi di visualizzazioni su TikTok.
Le ragioni, racconta chi sceglie la vita in camper, sono molteplici: «Più libertà, meno spese e la possibilità di lavorare dove si vuole».
Non tutti, però, partono per le stesse ragioni. C’è chi fa lavori stagionali (la vendemmia in Francia, la raccolta delle fragole in Norv…
Nel 2011, il fotografo Foster Huntington lascia il lavoro da Ralph Lauren. «Orari da ufficio spietati», avrebbe poi raccontato. Compra un furgone Volkswagen del 1987 e da quel momento sparisce dentro un hashtag: #vanlife. Inizialmente un gioco di parole ispirato all’album Thug Life di Tupac, un’ironia sulla parte più sporca e scomoda del vivere su ruote. Ma destinato a diventare un’industria miliardaria, erede diretta dei pulmini hippie degli anni Sessanta.
Oggi quella fascinazione conta oltre 19milioni di post su Instagram e 10,8 miliardi di visualizzazioni su TikTok.
Le ragioni, racconta chi sceglie la vita in camper, sono molteplici: «Più libertà, meno spese e la possibilità di lavorare dove si vuole».
Non tutti, però, partono per le stesse ragioni. C’è chi fa lavori stagionali (la vendemmia in Francia, la raccolta delle fragole in Norvegia) e gira col furgone tra un contratto e l’altro. Chi non ha scelta, come in Nomadland, rimasto senza casa fissa dopo la crisi del 2008. E chi un impiego stanziale ce l’ha, ma il venerdì pomeriggio accende il motore e parte: monti, laghi, mare, per poi rientrare in ufficio il lunedì.
In Italia, al terzo posto nella lista dei produttori dopo Francia e Germania, solo nel 2025 i camper immatricolati sono stati 7.936 (il 10,56% in più del 2024). E il futuro sembra ancora più promettente. Nei primi quattro mesi del 2026 la crescita è arrivata al 14,96%: circa 5 punti sopra la media europea. Complice il Salone del Camper (Parma, fino al 20 settembre): la fiera più grande in Italia, la seconda in Europa).
Un’industria, quella del turismo en plein air, che in Italia genera un valore di 8,5 miliardi di euro. L’acquisto resta comunque una spesa importante: un van camperizzato di fascia alta, come l’iconico Volkswagen California, parte da circa 50mila euro più Iva. E chi sceglie il fai-da-te si scontra spesso con un altro ostacolo: la trasformazione di un van in un camper in Italia segue regole più rigide che altrove. Dall’altro lato più furgoni per strada significa più pressione su territori piccoli e non attrezzati: a Tenerife, per esempio, diversi luoghi sono stati chiusi nel giro di poco tempo per l’aumento, e in parte per l’uso poco consapevole, dei mezzi che vi sostavano. In Italia si può dormire in camper quasi ovunque si possa parcheggiare un’auto. Ma basta appoggiare un tavolino o una sedia perché diventi parcheggio, vietato fuori dalle aree attrezzate. Insomma, on the road, ma con qualche regola.
“In città mi sentivo sola, qui ho anche l’ufficio”
Ottavia Belli è parcheggiata lungo la costa est della Sardegna, dove trascorre l’autunno da sola. Prima ha girato il centro e nord Italia, la Spagna continentale, le Canarie. Ma l’isola resta la base: «Ci venivo da bambina con i miei», racconta. «È uno dei pochi posti dove si può stare immersi nella natura».
Il furgone che ha acquistato nel 2024, a 32 anni, non è una pausa dalla quotidianità. Fondatrice di Sfusitalia, piattaforma che mappa i negozi senza imballaggi e zerowaste, e formatrice ambientale in aziende e scuole, il suo mestiere si svolge per l’80% online: «se c’è bisogno, parcheggio il van e parto. Non è mai stato un problema».
L’unico vero limite è lo spazio, dice, che però può diventare una risorsa. «Rispetto a quando sono partita, oggi ho molti meno oggetti. Vivere su ruote significa anche capire meglio il valore delle risorse a disposizione». Distribuisce 100 litri d’acqua in più giorni, contro i 140 usati di norma per una doccia in casa. «È una vita più economica. Non pago l’affitto, non ho necessità di andare in vacanza. E il miglior ristorante stellato è quello che sta nel mio van».
Ma Ottavia non è incline a romanticizzare la sua vita: «La frase “Se vuoi puoi” è pericolosa. I miei genitori all’inizio mi hanno aiutato. È stata un’eredità anticipata, come tanti miei amici fanno per il mutuo di una casa. E poi non è tutto semplice. C’è anche, per esempio, chi ti urla che sei una zingara». Eppure, si sente più sicura in un parcheggio vuoto che a tornare sola alle undici di sera in città. Per ora è una vita a cui non rinuncerebbe: «Mi sentivo più sola a Roma, circondata da centinaia di persone. Ho costruito la mia felicità quotidiana, vista come la regola e non l’eccezione».
“Imparo a costruire il mio bus personale”
Simon Emilio Di Betta, in arte Miliomillemiglia, aveva già attraversato l’Italia due volte: 5.500 chilometri in bici nel 2021; e il Cammino di Santiago, da Nimis a Finisterre, nel 2022, dormendo in tenda. «Ho adorato quella lentezza – racconta – ma è un modo di viaggiare che sa essere alla lunga faticoso».
Da lì l’idea di trovare una base mobile. Quella stessa settimana trova uno scuolabus in vendita. Emilio è l’unico offerente. Lo porta a casa e lo chiama Michelangelo: «L’ho dipinto di verde, con una fascia gialla. Mi ricordava la Tartaruga Ninja».
Da allora porta avanti, da solo, ogni fase dell’allestimento: dalla coibentazione del serbatoio alla costruzione del pavimento, fino all’impianto elettrico. Ha comprato manuali, studiato guardando video su YouTube, chiesto consigli ai tecnici delle aziende da cui compra i materiali e usato l’intelligenza artificiale. «L’unica competenza che avevo era un po’ di falegnameria, da hobbista». I lavori sono iniziati a giugno dell’anno scorso. Conta di finire entro l’estate prossima e se non sarà possibile omologarlo – dice – ha già un piano B: «comprare un pezzo di terra per portarci Michelangelo con un carro attrezzi. Sarebbe la mia casetta nel bosco».
Economicamente sarebbe più conveniente comprarlo nuovo, spiega. «Ma le competenze che sto acquisendo mi permetteranno di fare da solo, in futuro, manutenzioni e modifiche». A renderlo comunque sostenibile sono i social, dove lavora come content creator e racconta ogni fase del progetto (a oltre 500mila follower): «Pubblico ogni dettaglio del lavoro per mostrare che servono più dei 30 secondi dei video su TikTok».
“Scegliamo cosa fare, ma non è sempre facile”
«Volevamo una casa itinerante. Un giardino sempre diverso». Nicola Fabbiano e Silvia Morelli sono da poco tornati da un viaggio on the road lungo l’Europa fino a Capo Nord, fatto insieme a Cosmo e Hope, i due gatti che con loro condividono il van. «È una vita perfetta per chi viaggia con animali. Dove stiamo noi, vengono loro».
Partiti nel 2019, hanno creato StrayCats.Life, un progetto che oggi raccoglie 800mila follower complessivi tra Facebook, Instagram e TikTok. Quando non viaggiano, vivono a Tenerife, il luogo dove godersi le radici, dicono, seppur sempre su ruote: «Portiamo avanti una società di consulenze personalizzate di Social Media. Dopo tre anni in viaggio sentivamo l’esigenza di fermarci per qualche mese».
Non la raccontano come una fuga romantica, ma come un «lavoro quotidiano, interiore e di coppia. È necessario scendere a compromessi, ma riusciamo a ritagliarci il nostro spazio personale, anche in un luogo così piccolo».
Durante il Covid sono rimasti a lungo senza poter fare rifornimento: «Non ci siamo lavati per quattro o cinque giorni, ma sono queste le cose ci permettono di apprezzare di più quello che abbiamo».
Per loro, però, la scelta è chiara. «Siamo fortunati, perché possiamo scegliere cosa fare». La consapevolezza è legata agli incontri frequenti con persone vincolate a quello stile di vita. «Abbiamo trovato famiglie che si sono separate e non avevano i soldi per un altro affitto, persone che si spostano solo perché il lavoro lo impone». A chi scrive loro chiedendo se cambiare vita o per avere consigli prima di andare in vacanza, rispondono volentieri ma mettono in guardia: «Il camper non risolve tutti i problemi. Devi sentire che è la tua strada».