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Il dovere di non ignorare la libertà consapevole di chi decide di morire

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Il nuovo intervento sul fine vita dopo quello di monsignor Paglia: “Le sue sono parole nobili che però si scontrano con la realtà. Si deve considerare il caso di chi lucidamente rifiuta le condizioni in cui è costretto a vivere”
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Vent’anni fa, più esattamente nel dicembre 2006, il caso di Piergiorgio Welby scuoteva l’Italia. Come ha scritto Stefano Rodotà: «La sua vicenda umana segna una discontinuità (una rivoluzione?) nella società e nella cultura italiane». Vale la pena di ricordare su quali circostanze nacque il dibattito, con quali esiti. Una grave distrofia muscolare costringeva Welby a vivere attaccato a un polmone meccanico non potendo più respirare autonomamente. Quell’atto che ogni essere vivente ripete migliaia di volte al giorno, in modo quasi sempre inconsapevole, a lui era proibito. Aveva chiesto più volte di poter morire non potendo più sopportare la tortura di quella condizione.

Al suo caso s’interessarono Marco Pannella, Marco Cappato, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napo…

Vent’anni fa, più esattamente nel dicembre 2006, il caso di Piergiorgio Welby scuoteva l’Italia. Come ha scritto Stefano Rodotà: «La sua vicenda umana segna una discontinuità (una rivoluzione?) nella società e nella cultura italiane». Vale la pena di ricordare su quali circostanze nacque il dibattito, con quali esiti. Una grave distrofia muscolare costringeva Welby a vivere attaccato a un polmone meccanico non potendo più respirare autonomamente. Quell’atto che ogni essere vivente ripete migliaia di volte al giorno, in modo quasi sempre inconsapevole, a lui era proibito. Aveva chiesto più volte di poter morire non potendo più sopportare la tortura di quella condizione.

Al suo caso s’interessarono Marco Pannella, Marco Cappato, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando Welby, convinto da Marco Pannella, gli indirizzò una lettera pregandolo d’intervenire. Ho incontrato nei giorni scorsi il dottor Mario Riccio, medico rianimatore, già al tempo membro — come oggi — della Consulta di Bioetica — associazione culturale cui si era rivolto anche il padre di Eluana Englaro. Offertosi d’intervenire, il dottor Riccio salì a casa di Welby e, dopo aver sedato il paziente, staccò il respiratore. Non fu eutanasia, come si è scritto più volte erroneamente. Welby non ne aveva bisogno, nel suo caso era sufficiente sospendere il trattamento che lo teneva in vita con una procedura ammessa dalla stessa Costituzione. Si trattava semplicemente di rispettare la volontà di un paziente lucido e consapevole.

Il clamore sollevato dalla vicenda sarebbe durato mesi, anche perché il caso Welby precedette di pochi mesi un altro caso che per alcuni aspetti è sovrapponibile, quello di Eluana Englaro. Dopo un grave incidente, avvenuto nel 1992, la giovane donna era ridotta in uno stato vegetativo dal quale non sarebbe più uscita. I due casi quasi simili animarono un dibattito molto teso soprattutto a partire dagli anni 2007-2009.

Una sentenza della Cassazione dell’ottobre 2007 stabilì che il giudice può autorizzare l’interruzione di alimentazione e idratazione artificiale a due condizioni: irreversibilità dello Stato vegetativo e prova chiara della volontà del paziente di rifiutare quel trattamento. Quella sentenza viene considerata ancora oggi una tappa decisiva nel dibattito sul fine vita.

Dopo 17 anni (!) passati in quella condizione, la povera Eluana poté finalmente uscire dal mondo grazie alla giusta interpretazione delle leggi esistenti e alla pressione crescente di un’opinione pubblica scossa dalla barbarie di un’esistenza ridotta ad alcune elementari funzioni animali.

Vent’anni dopo, oggi, la situazione è in parte cambiata. L’idea che un individuo sia libero di disporre del proprio corpo secondo la propria lucida volontà (sottolineo: lucida volontà) si è fatta ormai largo come confermano tutti i sondaggi sull’argomento. Lo stesso Consiglio regionale del Veneto non avrebbe varato una legge sul fine vita se non avesse avvertito che i veneti erano in larga misura favorevoli. Vent’anni fa la Chiesa si oppose con accanimento ad ogni possibile apertura. Il cardinale Camillo Ruini, che presiedeva la conferenza dei vescovi, arrivò a chiudere le porte della Chiesa di San Giovanni Bosco dove Welby, cattolico, avrebbe desiderato i suoi funerali. I vescovi insistevano sul fatto che la vita non è un bene disponibile in modo assoluto da parte del singolo e che la scelta d’interrompere i trattamenti di sostegno vitale equivaleva a una grave lesione del dovere di tutela della vita.

Qualche giorno fa l’arcivescovo Vincenzo Paglia è qui intervenuto sul tema scrivendo tra l’altro: «Non riesco a considerare il suicidio assistito semplicemente come l’esercizio di una libertà. C’è infatti una differenza sostanziale tra lasciare che la morte arrivi, anche rinunciando a trattamenti sproporzionati, e dare invece la morte». Parole molto nobili che però diventano meno certe se messe a confronto con la realtà dei fatti. Papa Giovanni Paolo II, gravemente infermo, dovette essere tracheotomizzato, dotato di un ventilatore, nutrito con un sondino, esattamente come era accaduto a Welby. Aggravatosi il male, venne sedato e accompagnato verso l’uscita. Si ricordano queste sue toccanti parole: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».

La Chiesa, commenta il dottor Riccio, è un’agenzia etica relativista, modifica il suo pensiero col mutare dei tempi e dei costumi. Oggi, aggiunge, è ormai assodato che, per un medico, la volontà del paziente è insuperabile, c’è anzi il dovere morale del medico di accoglierla anche fino alla richiesta di morte medicalmente assistita. Questo non vuol dire necessariamente dare la morte di propria mano, vuol dire preparare le condizioni perché la volontà del paziente si compia lasciando poi a lui l’atto finale che può essere la spinta allo stantuffo di una siringa o l’apertura del flusso d’una flebo perché il farmaco — che lo porterà a morte — entri in vena. I progressi della medicina sono stati tali negli ultimi tempi che oggi si è in grado di mantenere il cuore battente quasi a tempo indeterminato. Fondamentale, precisa Riccio, fu a questo proposito il riconoscimento giuridico della morte cerebrale. Il cuore può continuare a battere ma l’accertamento della morte cerebrale è sufficiente per autorizzare il prelievo di organi che possono essere trapiantati. La questione è complessa e non è lecito, si tratti di credenti o non credenti, semplificarla troppo.

Monsignor Paglia ha scritto tra l’altro nel suo intervento: «Una persona che chiede di morire sta davvero esercitando una libertà pienamente libera e consapevole? O quella richiesta può essere anche il risultato della sofferenza, della solitudine, della paura di essere un peso, della sensazione di non avere più un posto nel mondo? Sono domande che non possiamo eludere. Insomma, chi dice “non ce la faccio più” non deve trovare davanti a sé una porta verso la morte, ma una comunità capace di rispondere: “Da ora non sei più solo”».

Si può leggere in queste parole un autentico spirito cristiano nel senso migliore dell’espressione. Anche in questo caso però si omette il caso, dirimente a giudizio di molti, me compreso, dell’individuo consapevole, intellettualmente lucido, che rifiuta le condizioni nelle quali la malattia lo obbliga a vivere; un’esistenza che, a suo insindacabile giudizio, non merita più d’essere vissuta. C’è qui la grande domanda inevasa: in quale conto teniamo la sua dichiarata volontà? Se il suicidio non è più un reato come un tempo, come considerare il possibile aiuto ad iniziare quel percorso? Il vero discrimine oggi sta nella risposta a questa domanda.

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