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Un secolo di luci a San Siro, il teatro del pallone che è statocustode di sogni e imprese

Milano, Stadio di San Siro (Milano - ,

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La demolizione si avvicina ma questo resta un luogo dell’anima, dal quale non andremo mai via del tutto
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C’era una volta a Milano in zona porta Vercellina, e ancora c’è, una chiesetta documentata sin dal IX secolo che dava il nome al borgo rurale che le sorgeva vicino. Era la chiesa di San Siro alla Vepra, canale che convogliava in città le acque dell’Olona.

Quando nel 1926 Piero Pirelli, presidente del Milan, decise di regalare al proprio club uno stadio tutto suo, scelse un terreno da quelle parti per far nascere a proprie spese San Siro, un impianto in perfetto stile inglese. Il progetto firmato dall’ingegnere Alberto Cugini e dall’architetto Ulisse Stacchini, vide la luce in poco più di un anno e venne inaugurato con il primo di tanti derby. L’Inter a quel tempo era di casa altrove ma l’invito non si fece attendere, come del resto il primo gol, arrivato dopo soli 11 minuti.

Furono i rossoneri a passare in vantaggio grazie alla rete, per restare in materia di santi, di Santagostino, detto “Pin”, diminutivo tronco di Giu…

C’era una volta a Milano in zona porta Vercellina, e ancora c’è, una chiesetta documentata sin dal IX secolo che dava il nome al borgo rurale che le sorgeva vicino. Era la chiesa di San Siro alla Vepra, canale che convogliava in città le acque dell’Olona.

Quando nel 1926 Piero Pirelli, presidente del Milan, decise di regalare al proprio club uno stadio tutto suo, scelse un terreno da quelle parti per far nascere a proprie spese San Siro, un impianto in perfetto stile inglese. Il progetto firmato dall’ingegnere Alberto Cugini e dall’architetto Ulisse Stacchini, vide la luce in poco più di un anno e venne inaugurato con il primo di tanti derby. L’Inter a quel tempo era di casa altrove ma l’invito non si fece attendere, come del resto il primo gol, arrivato dopo soli 11 minuti.

Furono i rossoneri a passare in vantaggio grazie alla rete, per restare in materia di santi, di Santagostino, detto “Pin”, diminutivo tronco di Giuseppe. Al fischio finale, la vittoria per 6-3 andò ai nerazzurri che avrebbero trovato casa nello stesso stadio solo dal 1947, migrando dall’Arena Civica.

Al momento della condivisione, il tempio del pallone si presentava ancora come nella versione iniziale: un solo anello e nemmeno tutto intero; ancora non esistevano le curve ma quattro tribune, di diversa altezza. Qualcuna coperta, qualcuna no.

Le luci, rese leggendarie dalla penna di Roberto Vecchioni, si sarebbero accese solo poco dopo l’avvento del secondo anello, nel 1955, grazie a un calciatore che di nome faceva Amleto e di cognome Frignani.

Fu il primo marcatore italiano in una competizione europea, grazie al gol messo a segno il 1 novembre dello stesso anno con la maglia del Milan contro il Saarbrucken, in Coppa dei Campioni.

Una rete in notturna come preludio di notti indimenticabili, vissute su una e sull’altra sponda del Naviglio, specie da quando la metropoli ebbe il suo boom calcistico tra scudetti e trofei su scala europea e mondiale.

Emozioni e trionfi ancora lì in vetrina, non appena si varca la soglia dei cancelli ogni domenica, un po’ sulle targhe celebrative apposte sulla facciata dello stadio, un po’ nel nuovo Museo fresco di ristrutturazione.

Un paradosso? No, anche se il futuro sarà un impianto nuovo che prenderà il posto di quello storico, cento anni non capitano tutti i giorni e vanno celebrati come si deve, soprattutto con un senso di gratitudine per tutto ciò che ogni volta ci siamo portati a casa, lasciandoci alle spalle il gigante e le sue torri.

Un nuovo stadio per Inter e Milan e una seconda vita per il Meazza: ecco come cambierà San Siro

Vita, musica, gol e ancora vita: pochi sanno che, secondo la tradizione cattolica, Siro, prima ancora di diventare santo, era il ragazzo che Gesù vide arrivare con cinque pani e due pesci e che egli moltiplicò.

Il Santo del pallone per i suoi fedeli, ha fatto più o meno lo stesso con i gol, con le gioie e i dolori sportivi, propagando un mistero che da un secolo ci unisce e ancora ci ammalia, dai sotterranei su fino al terzo anello, sorto per i Mondiali di Italia ’90.

Da un decennio, in occasione di un derby datato 2 marzo 1980, l’impianto era stato intitolato al primo mito del calcio italiano, Giuseppe Meazza, uno diventato grande con addosso i colori nerazzurri (per la verità indossò anche la casacca rossonera una stagione) e con quelli della Nazionale.

Altro capitolo di un’epopea cominciata nel capoluogo lombardo il 15 maggio 1910, all’Arena Civica. L’esordio a San Siro della rappresentativa azzurra sarebbe avvenuto più di un decennio dopo, il 20 febbraio 1927, pareggiando per 2-2 contro la Cecoslovacchia.

Da quel giorno, tra lo stadio di Milano e l’Italia del pallone, sarebbe nato un sodalizio fortunato che non ha conosciuto sconfitte fino alla partita di Nations League nel 2021 tra Italia e Spagna, prima caduta in quasi cent’anni.

Da queste parti, la maglia azzurra ha tratto spesso linfa e spinta nei momenti cruciali, come quando ripartì il 1 novembre 1966 battendo l’Unione Sovietica e riscattando la Corea dei Mondiali inglesi. Per mio padre fu un giorno fortunato, la prima di tante partite con la fascia da capitano e non lo avrebbe mai dimenticato.

Così come San Siro non ha mai scordato i suoi campioni, avversari compresi, rendendo sempre un ultimo applauso prima del passo d’addio.

Come si fa a dimenticare l’ultimo giro di campo di Baggio, Van Basten, Zanetti, Totti e Maldini? Qui si sono consacrati miti che resteranno per sempre! Penso a Gigi Riva, diventato “Rombo di Tuono” per la penna di Gianni Brera, dopo una splendida doppietta realizzata nell’ottobre del 1970.

Penso al Grande Torino, che ci giocò la sua ultima sfida italiana il 30 aprile 1949, prima di partire per il Portogallo e di trovarsi catapultato nell’eternità. Penso ai sogni che abbiamo inseguito e che talvolta siamo riusciti a sfiorare o che son rimasti tali, degni comunque di essere custoditi.

Ora, citando una diretta di Enzo Tortora per la Domenica Sportiva dal prato verde, «San Siro, questo campo prezioso, fa la sua toilette serale, sta indossando il pigiama…», eppure la notte più nera è ancora lontana: ci sono candeline da spegnere, musica da ballare, c’è il Meazza da celebrare. Con la certezza che San Siro sia un luogo dell’anima dal quale non ce ne andremo mai per davvero.

L’autore, 52 anni, scrittore e regista teatrale. È figlio di Giacinto Facchetti, ex capitano dell’Inter e della Nazionale

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