La dirigente della scuola multietnica: “Non è un problema di numeri, ma culturale e urbanistico”
di Giulia Boero«Nel nostro quartiere tutte le scuole superano bene o male il tetto del 30%, quei bambini hanno diritto di venire a scuola, di essere istruiti». Così Rosanna Labalestra, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Simonetta Salacone di Roma, tra i quartieri Torpignattara e Centocelle, dove gli alunni da anni provengono da oltre venti Paesi: India, Afghanistan, Iran, Cina e – soprattutto – Bangladesh. Uno dei plessi dell’istituto porta il nome di Iqbal Masih, il ragazzino pakistano ucciso a dodici anni per aver denunciato lo sfruttamento minorile.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento in Consiglio dei ministri per rendere obbligatorio per legge il tetto del 30% agli studenti stranieri per class…
«Nel nostro quartiere tutte le scuole superano bene o male il tetto del 30%, quei bambini hanno diritto di venire a scuola, di essere istruiti». Così Rosanna Labalestra, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Simonetta Salacone di Roma, tra i quartieri Torpignattara e Centocelle, dove gli alunni da anni provengono da oltre venti Paesi: India, Afghanistan, Iran, Cina e – soprattutto – Bangladesh. Uno dei plessi dell’istituto porta il nome di Iqbal Masih, il ragazzino pakistano ucciso a dodici anni per aver denunciato lo sfruttamento minorile.
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La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato un provvedimento in Consiglio dei ministri per rendere obbligatorio per legge il tetto del 30% agli studenti stranieri per classe, l’obbligo per i genitori di imparare l’italiano e il divieto di burqa e niqab a scuola. Pensa che siano misure sostenibili?
«Il tetto del 30% non è una novità, c’è da anni. In generale, finché non esiste un decreto attuativo, è difficile sapere cosa il governo intenda fare nel concreto. Spero che qualsiasi sarà la decisione, venga accompagnata da politiche territoriali e di redistribuzione equa degli spazi cittadini. La nostra scuola, per esempio, è in un territorio ad alto flusso di migranti. Vengono a vivere nel quartiere di Torpignattara perché le case costano meno che altrove e perché così raggiungono altre comunità già insediate. Anche quei bambini hanno diritto di venire a scuola, di essere istruiti».
Sarebbe quindi una percentuale difficile da mantenere nel vostro caso.
«Nel quartiere ci sono tre istituti comprensivi. Tra di noi il dialogo su chi può accogliere o meno nuovi studenti è costante. Nonostante questo, tutte le scuole superano bene o male il tetto del 30%. Se l’obiettivo è quello dichiarato, forse per prima cosa servirebbe una nuova idea di politica abitativa. In più, se parliamo di neo-arrivati - quindi bambini appena trasferiti - la percentuale è piuttosto bassa. Se invece parliamo di alunni nati in Italia ma senza cittadinanza, il numero diventa altissimo. E questi spesso sono ignorati dalle indicazioni del ministero».
Cosa ne pensa dell’obbligo per i genitori di studenti stranieri con “gravi difficoltà di inserimento” di imparare l’italiano?
«Che l’Istituto Pisacane organizza corsi per i genitori da almeno quindici o vent’anni. E non siamo gli unici. Per una mamma che non parla l’italiano, la sofferenza interiore è incredibile. Significa non poter aiutare i propri figli a fare i compiti, per esempio. Perciò ci muoviamo con le realtà del territorio e le associazioni: mettiamo a disposizione gli spazi durante la mattina, mentre i loro figli sono a scuola. Per loro è il momento migliore. Tutto questo è già quotidianità. Il punto è che oggi è tutto affidato alla buona volontà delle scuole. Perciò, la domanda che pongo è: come intendono renderlo obbligatorio? Dando risorse in più alle scuole per organizzare i corsi? Sarebbe bello, con risorse sistematiche potremmo fare ancora di più».
Quali sono i metodi di integrazione che funzionano?
«Alla base, la costruzione di un senso di benessere, di accoglienza. Sentirsi a casa, sapere di poter giocare con qualsiasi altro bambino. Respirare questo clima è fondamentale. Poi ci sono le cose pratiche. Da noi, per esempio, i ragazzi escono dalla classe in piccoli gruppi. E mentre in aula viene insegnata una seconda lingua, come il francese o lo spagnolo, loro rafforzano l’italiano o lo studiano da zero, a seconda del livello. Grazie ai fondi che siamo riusciti a intercettare, quest’anno il laboratorio coinvolgerà 500 alunni».
Immagino che molti degli studenti con background migratorio arrivino conoscendo già più di una lingua. Questo non può essere un valore aggiunto?
«Assolutamente. All’Istituto Pisacane ci sono dei veri talenti nella lingua inglese che ottengono le certificazioni Cambridge, studenti che vincono premi, altri bravissimi in matematica. La nostra idea è quella di farli diventare, se possibile, delle eccellenze. Sono esattamente uguali agli studenti italiani».
Parliamo ora di burqa e niqab. Nella sua esperienza è mai stato un problema?
«Alcune alunne portano il velo, ma da noi nessuna indossa il burqa o il niqab. Le poche mamme che scelgono la copertura totale vengono accolte all’ingresso come qualunque altro genitore quando è l’ora di riprendere i figli. Semmai la delicatezza sta, in adolescenza, nel rapporto con un’altra cultura».
Che intende dire?
«Molte ragazze convivono tra la cultura familiare, spesso di matrice islamica, e la nostra. Spesso vorrebbero essere simili alle amiche di origine italiana: uscire con più libertà, avere un telefono, un primo fidanzatino. È un tema adolescenziale, che però può portare anche a depressione e dispersione scolastica. Per accompagnarle in questo percorso, quest’anno abbiamo pensato a laboratori sull’affettività e a uno sportello psicologico affiancato da una mediatrice linguistico-culturale. Noi facciamo di tutto per sostenerle, poi starà a ognuna di loro fare le proprie scelte».