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Allarme Vannacci e la premier rispolvera la crociata contro l’Islam

Gianni Alemanno e Roberto Vannacci 

 (lapresse)

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Pressing per il decreto in Cdm giovedì, poi l’ordine a FdI:il ddl anti-moschee alla Camera. L’attendismo sulla Lega
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Per scacciare i fantasmi del presente, la premier è costretta al ritorno al passato. Riavvolgere il nastro fino al 2019, quando Giorgia Meloni sui social annotava hashtag così: #StopIslamizzazione. Dopo quattro anni tra gli stucchi dorati di Palazzo Chigi, quello slogan le è stato scippato da Roberto Vannacci e dalla sua «sporca dozzina».

L’ex generale tappezza le città di manifesti: come a Bari, dove sono comparsi, proprio nel giorno del comizio della leader di FdI per celebrare il «governo più longevo», i maxi-poster dei sedicenti futuristi con quella scritta lì, «stop islamizzazione». Ecco, la presidente del consiglio è convinta che per arginare l’arrembaggio dell’ex parà sia necessario spiegare agli elettori del suo campo quale sia «la vera destra». Naturalmente, intende la sua. Dunque riecco la crociata anti-islam e pazienza se la patina è d’antan.

Per scacciare i fantasmi del presente, la premier è costretta al ritorno al passato. Riavvolgere il nastro fino al 2019, quando Giorgia Meloni sui social annotava hashtag così: #StopIslamizzazione. Dopo quattro anni tra gli stucchi dorati di Palazzo Chigi, quello slogan le è stato scippato da Roberto Vannacci e dalla sua «sporca dozzina».

L’ex generale tappezza le città di manifesti: come a Bari, dove sono comparsi, proprio nel giorno del comizio della leader di FdI per celebrare il «governo più longevo», i maxi-poster dei sedicenti futuristi con quella scritta lì, «stop islamizzazione». Ecco, la presidente del consiglio è convinta che per arginare l’arrembaggio dell’ex parà sia necessario spiegare agli elettori del suo campo quale sia «la vera destra». Naturalmente, intende la sua. Dunque riecco la crociata anti-islam e pazienza se la patina è d’antan.

Chi era sul molo delle crociere nel capoluogo pugliese il 4 settembre aveva già avuto un assaggio del nuovo corso, con la premier che prometteva «tolleranza zero contro i fondamentalisti». Il primo annuncio è arrivato due settimane dopo, ieri, dal palco di Fenix: stop al burqa nelle scuole e tetto agli studenti stranieri in classe. Come? Ai piani alti del governo, spiegano che la strada maestra è un decreto. C’è già una bozza a cui sta lavorando il ministro Valditara, che potrebbe approdare già giovedì in Cdm. Mancano però i visti tecnici, perché non è facile giustificare la «straordinaria necessità e urgenza» prevista dalla Costituzione per questo tipo di provvedimenti (e per convincere il Colle a firmarlo).

Il tentativo comunque sarà fatto, anzi una bozza era già pronta per il Cdm della settimana scorsa. Meloni ha preferito ritardare, per snocciolare l’annuncio davanti a una platea non casuale: i giovanissimi simpatizzanti della fiamma. Pure questa è una sfida a Vannacci, che come sanno bene a via della Scrofa ha largo seguito proprio nella fascia 18-20 anni e non a caso spopola su TikTok.

Non è l’unica carta anti-Islam nel mazzo della premier: qualche giorno fa da Palazzo Chigi è stato impartito un ordine al gruppo di FdI alla Camera. Calendarizzare a Montecitorio, subito dopo la legge elettorale, il ddl a firma Sara Kelany, pupilla del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. L’input è chiaro: rispolverare un testo presentato quasi un anno fa, era l’ottobre del 2025, e che mette nel mirino proprio il cosiddetto «separatismo islamico». Dunque verifiche a tappeto sui finanziamenti alle moschee e divieto di velo integrale non solo a scuola per i minorenni, ma in qualsiasi spazio pubblico. Anche per non lasciare terreno alla Lega, che già ieri, nella forsennata rincorsa a Vannacci che tormenta pure gli ex lumbard, rilanciava: «Divieto solo a scuola? No, valga dappertutto».

A proposito del Carroccio: dall’entourage di Matteo Salvini trapela che nemmeno la premier fosse stata messa al corrente con congruo anticipo dell’annuncio di un congresso leghista straordinario. Meloni, dicono dalla sua cerchia, eviterà comunque di esporsi, se ci fosse uno sfidante di livello. Non solo perché nelle scorse settimane si è confrontata più volte con Luca Zaia. Ma anche per ragioni di tattica politica: con Salvini c’è un rapporto di «affetto», raccontano i suoi, e soprattutto si è mostrato affidabile, al netto di qualche sortita, nei voti in parlamento.

Ma d’altro canto è difficile immaginare che il Carroccio risalga la china con lo stesso leader. I sondaggi riservati a destra già proiettano la Lega poco sopra al 4%, con questa cifra è impossibile che vinca la coalizione. Un nuovo segretario invece si avvantaggerebbe di un rimbalzo tecnico di almeno il 2%, viene calcolato, ma proprio per recuperare terreno potrebbe mostrarsi meno collaborativo in Aula. Complicando l’ultimo scampolo di legislatura. Ecco perché Meloni sembra orientata a non mettere bocca nelle dinamiche dell’alleato più in difficoltà. Vale anche per le suppletive di Reggio Calabria, che crucciano soprattutto FI: se il candidato vannacciano non riuscisse a far perdere l’azzurro Fabio Roscioli il seggio vacante alla Camera, i Fratelli potrebbero dire che l’ex generale è ininfluente. Se invece Roscioli non la spuntasse, i meloniani potranno dire: è la prova che Fn fa vincere la sinistra, fantastico spot per le Politiche. Anche se Marina Berlusconi non sarebbe dello stesso umore.

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