Esiste un limite etico che non dovrebbe mai essere superato nella legittima contrapposizione del dibattito politico teso ad accaparrarsi il consenso in vista delle future elezioni, quello che invece il decreto legge annunciato dal ministro Valditara e rilanciato dalla premier Meloni, riguardo all’imposizione di un tetto massimo pari al 30% di studenti non italofoni per ogni classe del territorio nazionale, è stato largamente oltrepassato: il rispetto per la dignità umana, patrimonio collettivo prima ancora che caposaldo costituzionale, dal quale discende la consapevolezza del bene comune da preservare sempre, a prescindere dal colore della maglietta che indossiamo.
Appena si è diffusa la notizia di tale volontà governativa, del re…
Esiste un limite etico che non dovrebbe mai essere superato nella legittima contrapposizione del dibattito politico teso ad accaparrarsi il consenso in vista delle future elezioni, quello che invece il decreto legge annunciato dal ministro Valditara e rilanciato dalla premier Meloni, riguardo all’imposizione di un tetto massimo pari al 30% di studenti non italofoni per ogni classe del territorio nazionale, è stato largamente oltrepassato: il rispetto per la dignità umana, patrimonio collettivo prima ancora che caposaldo costituzionale, dal quale discende la consapevolezza del bene comune da preservare sempre, a prescindere dal colore della maglietta che indossiamo.
Appena si è diffusa la notizia di tale volontà governativa, del resto da anni già ben conosciuta ma giustamente messa in sordina dagli stessi che l’avevano proposta, vista l’evidenza della sua impossibilità attuativa, pena la paralisi istituzionale dell’istruzione pubblica, i diretti interessati hanno fatto sentire la loro voce: i dirigenti scolastici mostrando, dati alla mano, che ridisegnare i gruppi classe secondo l’ottica nazionalistica non si può fare dal momento che implicherebbe la chiusura di molti istituti; le migliaia di famiglie coinvolte, le quali si troverebbero a dover ricollocare i loro figli senza sapere dove e come; i tanti docenti che vivono ogni giorno l’impegno più bello del mondo, educare i bambini e i giovani attraverso la costruzione quotidiana del laboratorio antropologico della nuova Europa.
Affrontare in modo normativo e meramente giuridico, erigendo paletti qua e là, l’osmosi di popoli a cui stiamo assistendo, pronta a transitare nelle aule con la caratteristica potenza di ogni cambiamento epocale, non significa soltanto dimostrare insipienza amministrativa, vuol dire essere cinici, aver deciso di parlare soltanto alla pancia del Paese (non tutto, per fortuna, ma la parte a cui non si vorrebbe rinunciare), adottando formule buone soltanto a rassicurare chi ha paura di star perdendo qualcosa di prezioso, come quei genitori che non volendo iscrivere i loro rampolli nelle scuola con maggioranza di immigrati hanno offerto le premesse per la creazione delle classi-ghetto dove sono presenti quasi esclusivamente alunni di origine straniera.
Per molta parte della mia vita ho insegnato lettere a gruppi eterogenei di adolescenti: bianchi, neri, gialli, scolarizzati e analfabeti nella lingua madre, bravi e negligenti, maschi e femmine, minorenni non accompagnati, neo-arrivati e di seconda generazione. Come dico spesso e qui mi piace ribadire: sono state le classi migliori, assai preferibili a quelle uniformate verso l’alto (tutti secchioni) o verso il basso (nel regno dei ripetenti). Anche là dove c’erano soltanto due o tre italiani (mi è capitato, ad esempio, alla Città dei Ragazzi di Roma, la celebre comunità educativa basata sull’autogoverno, fondata nel secondo dopoguerra da monsignor Carroll-Abbing), questi ultimi, romani di periferia i cui padri e madri in realtà non sapevano forse neppure quale fosse l’istituto frequentato dai figli, hanno avuto il privilegio di crescere in un ambiente straordinario di notevole suggestione, carico di cultura e pieno di attrattiva: dai ragazzi afghani si facevano raccontare il cammino intrapreso a piedi per raggiungere il nostro Paese; durante il Ramadan gli arabi ci spiegavano per filo e per segno cosa fosse l’Islam.
Che storie, ragazzi! Una volta Ivan, moldavo, quando leggevamo Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, si rese conto che suo nonno durante la Seconda guerra mondiale aveva militato nell’Armata Rossa, mentre quello di Giacomo, abruzzese, era stato un alpino della Julia: cioè si erano sparati contro. Dopo averlo scoperto, li invitai a fare la pace. Allora questi due quindicenni, uno immigrato l’altro autoctono, si abbracciarono come attori davanti a tutta la classe che esplose in un fragoroso applauso, facendo entrare la bidella attirata dal fracasso. Nei miei libri ho ricordato molti di questi aneddoti: Alì, afghano hazara, sfogliando i Malavoglia di Giovanni Verga, sgranava gli occhi nel sentirmi spiegare i proverbi di Padron ‘Ntoni: “Professore, sono uguali a quelli che ascoltavo dai miei vecchi alla periferia di Kabul!” poi anche quell’alunno dall’energia contagiosa è diventato uno scrittore.
E che dire di Sakib, il quale si presentò alla scuola Penny Wirton che sapeva a malapena leggere e scrivere, oggi iscritto alla facoltà di informatica? E Fatima, con genitori egiziani, alunna del liceo scientifico Francesco D’Assisi a Centocelle, quartiere multietnico capitolino, che insegna l’italiano ai suoi coetanei appena arrivati da un villaggio sul Delta del Nilo? Indossa l’abito tradizionale sopra i jeans, è musulmana, vuole fare Medicina.
Le ho chiesto se ha già in mente la specializzazione. “Sì”. mi ha risposto “Voglio diventare neurologa.” E perché? “Mi interessa il cervello umano”. Chissà, magari saranno quelle come lei a spiegarci in che modo funziona.