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“Dal Senegal alla cattedra, ora dopo laurea e master insegno anche agli italiani”

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Abdou M. Diouf è professore in provincia di Piacenza. “Quando sono arrivato, a cinque anni, non sapevo la lingua”
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Il professor Abdou M. Diouf ha l’accento toscano e la pelle nera. Insegna matematica e scienze in una scuola media in provincia di Piacenza: è al suo primo anno di ruolo e quando gli chiedi che tipo di percorso ha avuto, dal Senegal alla cattedra, sceglie una parola sola: «lineare». Per lui questa emergenza «stranieri a scuola» è poco seria: molto più importante parlare coi ragazzi.

Lei ha frequentato le scuole in Italia? In italiano?

«Io sono stato esattamente un Nai! Un bambino che non parlava l’italiano. Sono arrivato ad Arezzo a cinque anni: ho fatto lì elementari, medie e superiori. Poi mi sono laureato in biologia molecolare a Firenze, ho preso due master (facevo anche il pallavolista professionista), dopodiché ho avuto un assegno di ri…

Il professor Abdou M. Diouf ha l’accento toscano e la pelle nera. Insegna matematica e scienze in una scuola media in provincia di Piacenza: è al suo primo anno di ruolo e quando gli chiedi che tipo di percorso ha avuto, dal Senegal alla cattedra, sceglie una parola sola: «lineare». Per lui questa emergenza «stranieri a scuola» è poco seria: molto più importante parlare coi ragazzi.

Lei ha frequentato le scuole in Italia? In italiano?

«Io sono stato esattamente un Nai! Un bambino che non parlava l’italiano. Sono arrivato ad Arezzo a cinque anni: ho fatto lì elementari, medie e superiori. Poi mi sono laureato in biologia molecolare a Firenze, ho preso due master (facevo anche il pallavolista professionista), dopodiché ho avuto un assegno di ricerca all’Istituto Superiore di Sanità. Ho fatto il divulgatore scientifico e ho scritto due romanzi. Poi il concorso, ed eccomi qui».

Come è arrivato in cattedra?

«Con il concorso ministeriale. Mi sono presentato senza mezz’ora di supplenza alle spalle, solo con i punti della laurea. Ma avevo studiato e ho vinto il posto di ruolo. Il primo settembre ho preso servizio e adesso ho davanti i miei primi alunni».

Si ricorda se è stato difficile inserirsi a scuola?

«Onestamente no. Ma i bambini ci mettono pochissimo a imparare un’altra lingua. Adesso sento dire che i genitori dovrebbero imparare l’italiano per aiutare i figli a inserirsi. Ma io l’italiano l’ho imparato da me, parlando coi miei amici e con mia sorella. Mentre i miei hanno continuato a parlare wolof in casa, e di questo li ringrazio ogni giorno perché non ho perso la mia lingua madre».

E per i suoi genitori è stato difficile con la sua scuola?

«Non credo. Ai colloqui era sempre il solito mantra: è intelligente ma non si applica!»

Ha allievi Nai? Come se la cavano?

«Ho una allieva Nai e ha strumenti che io non avevo. Per esempio ha una deroga speciale e può usare il telefono come traduttore. Ma la cosa bellissima sono i suoi compagni: tutti, nessuno escluso, le danno una mano. Cioè io credo che alla fine i pensieri sui bambini stranieri che “ritardano” gli altri siano storie degli adulti. I ragazzi non ci pensano proprio, e la scuola ha mille altri problemi più seri: mia moglie è maestra elementare da anni e me ne racconta…».

Come è stato accolto dalla comunità scolastica?

«In maniera fantastica. Per dire, appena sono arrivato qui avevo bisogno di una casa. E si sono mobilitati tutti: colleghi, dirigente, e poi siccome siamo in un paesino c’è stato il passaparola… A un certo punto sono andato dalla fruttivendola e lei mi fa: “Tu vieni a insegnare ai nostri figli? Allora dobbiamo trovarti subito una casa!”».

E i ragazzi?

«Anche loro, fin dal primo giorno sono stati fantastici. Mi hanno subito chiamato “prof.”, anche fuori da scuola, mai una mancanza di rispetto. Hanno molte curiosità e quando mi chiedono da dove vengo dico: Arezzo e Senegal. Uno mi ha risposto: “Anche il mio migliore amico viene dal Senegal”. E sì: ho un bambino senegalese in classe! Quando l’ho visto mi sono detto che se avessi avuto io un prof. di matematica e scienze senegalese sarei stato orgogliosissimo. Mi sarei sentito rappresentato. Anche per questo sono felice del ruolo che oggi ho nella scuola italiana».

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